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KANDINSKY→CAGE: Musica e Spirituale nell’Arte (11 Novembre 2017 - 25 Febbraio 2018 Reggio Emilia, Palazzo Magnani)

A Palazzo Magnani di Reggio Emilia

UN GRANDE PERCORSO TRA ARTE E MUSICA
Dall’astrattismo spirituale di Wassily Kandinsky al silenzio illuminato di John Cage
In mostra anche Max Klinger, Paul Klee, Arnold Schönberg, Constantin Čiurlionis, Marianne Werefkin, Oskar Fischinger, Fausto Melotti, Nicolas De Staël, Giulio Turcato, Robert Rauschenberg

Mostra a cura di Martina Mazzotta

Comunicato Stampa

L’11 novembre, a Palazzo Magnani di Reggio Emilia, apre al pubblico una grande mostra su arte e musica che parte da Kandinsky e approda a Cage. Dove le nozioni di interiorità e spiritualità vengono indagate come temi aperti, capaci di raccogliere molte suggestioni.
“A partire dalla fine dell’Ottocento, e poi fino ai giorni nostri, anticipa la curatrice Martina Mazzotta, si può individuare un filo rosso che pone la musica in connessione con gli sviluppi dell’arte moderna e contemporanea. Non vi è artista che non si sia confrontato con l’immaterialità dell’arte-sorella, con la sua sovrana indipendenza dal mondo del visibile e dalle finalità riproduttive. Sintomi dell’invecchiamento dell’arte, diceva il filosofo Adorno, sono l’individualismo e il razionalismo sempre più esasperati. Alla musica, allora, va il ruolo di restituire all’arte il suo compito più nobile e antico, quello di divenire sede di idee universali. Negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, soprattutto in ambito germanico, il culto di Goethe, il wagnerismo, le indagini in campo filosofico e scientifico riflettono l’esigenza di una aspirazione all’armonia dell’individuo con il tutto, di una spiritualizzazione del lavoro artistico che produce un forte impatto sulle arti figurative, favorendo il ricorso al modello della musica”.
E’ da queste premesse che prende avvio la mostra “Kandinsky→Cage: Musica e Spirituale nell’Arte”, presentando preziosi bozzetti di opere di Richard Wagner (dell’Archivio Ricordi di Milano), la “Fantasia di Brahms” di Max Klinger e una serie di Lubok.
Segue un importante nucleo di una cinquantina di opere di Wassily Kandinsky – dipinti, acquerelli, grafiche – provenienti da musei e collezioni private, tra le quali spiccano quelle di carattere eminentemente musicale, come gli acquerelli dipinti per gli spettacoli teatrali (del Centro Pompidou, Parigi) e per “Quadri di un’Esposizione” sulla musica di Mussorgskij (della collezione universitaria del Castello di Wahn, Colonia).
Dal confronto dialettico con un musicista e artista grande come Constantin Čiurlionis, rappresentato in mostra da opere e spartiti provenienti dall’omonimo museo lituano di Kaunas, nonché dalle suggestioni della musica atonale dell’amico Arnold Schöenberg (poi maestro di Cage), celebrato a Palazzo Magnani come pittore con una straordinaria selezione di dipinti del Schöenberg Center di Vienna, Kandinsky giunge intorno al 1910 all’astrattismo spirituale e apre la via al suono interiore dei segni e dei colori, alla continua ascesa verso la libertà della materia. Le espressioni artistiche, ricondotte all’unità del soggetto e al suo ruolo di artefice, spostano l’attenzione sull’interiorità, su quello che Kandinsky chiama das Geistige in der Kunst (lo spirituale nell’arte). La tensione profetica verso l’età dello spirito che anima l’omonimo libro, scritto nel 1909 e poi pubblicato nel 1912, viene drammaticamente negata dall’avvento del primo conflitto mondiale.
La musica resta tuttavia l’ambito privilegiato, nel percorso di Kandinsky come in quello degli altri artisti in mostra, per proseguire verso la via dell’arte astratta, da interpretare anche in senso mistico, antroposofico, religioso e cosmico. La fusione sinestesica e l’empatia (Einfuehlung) che vedono i fruitori coinvolti in un processo ri-creativo dell’opera, rappresentano presupposti fecondi per guidare i visitatori attraverso il percorso della mostra dove pittura, scultura, teatro, danza e cinema si relazionano alla non-oggettività della musica.
A una sezione su Paul Klee, protagonista imprescindibile in questo contesto, segue un omaggio a Marianne von Werefkin, in collaborazione col Museo d’Arte Moderna di Ascona. La grande pittrice legata a Kandinsky e al Cavaliere Azzurro che fu pioniera nell’affrontare il pensiero artistico come “rivelazione della vita in termini di colore, forma e musica”, senza peraltro mai cedere alla pura astrazione, trova un corrispettivo nel “naturalismo” dell’amico Stravinsky – l’altro protagonista, con Schoenberg, della modernità musicale della prima metà del XX secolo – la cui musica è stata scelta per la visione delle opere dell’artista.
Campane sonore lungo il percorso e video, infatti, consentono di fruire di alcuni nuclei dell’esposizione con accompagnamenti musicali mirati, dei quali il visitatore potrà godere contestualmente e in modo strettamente connesso alla visione delle opere.
La mostra viene animata da brani letterari degli artisti, video e installazioni che invitano a sperimentare in maniera ludica e ricreativa la sinestesia e offrono vere e proprie riscoperte. Come quella della figura di Oskar Fischinger, le cui opere giungono dall’omonimo archivio in California, il quale si ispirò a Kandinsky in maniera multiforme e divenne poi maestro di Cage negli USA, animando tra l’altro “Fantasia” di Walt Disney con la “Toccata con Fuga” di Bach, nella quale molte delle suggestioni della mostra sembrano trovare una sede ideale.
Il percorso prosegue con una selezione di opere di tre artisti particolarmente legati alla musica e alla spiritualità nel secondo Dopoguerra: Nicolas De Staël e Fausto Melotti (entrambi connessi alla figura del collezionista e musicologo Luigi Magnani, proprietario dell’omonimo Palazzo in cui si tiene la mostra) e dei quali vengono presentati e riscoperti preziosi dipinti e sculture musicali (l’“Uccello di Fuoco” di Melotti per esempio, del 1971, non viene esposto da più di tre decenni) e Giulio Turcato, del quale vengono esposti dopo 33 anni acquerelli, maquette, video e musiche di Luciano Berio appartenenti a “Moduli in Viola. Omaggio a Kandinsky”, lo spettacolo realizzato per la Biennale di Venezia del 1984.
La mostra si conclude con un ampio omaggio a John Cage, il musicista, pensatore, poeta e artista i cui princìpi di risonanza interiore e la cui concezione dell’arte come tramite privilegiato di idee universali presenta analogie, rimandi e corrispondenze con la spiritualità kandinskiana. La sezione a lui dedicata si integra con la presenza di opere di altri artisti e si sviluppa attraverso notazioni e documenti audio e video, ma soprattutto attraverso installazioni di grande suggestione che permettono ai visitatori di sperimentare sinesteticamente la poetica cageana. Centrali saranno la ricostruzione di un ambiente anecoico, una “sala del silenzio” nella quale verrà esposta una tela bianca di Robert Rauschenberg, nonché la riproduzione di un teatro che metterà in scena una reinterpretazione in miniatura della composizione per orchestra “Ocean”, durante la quale il visitatore – idealmente seduto nella platea del Teatro Romolo Valli di Reggio Emilia, qui ricreato – sarà avvolto da “onde” musicali provenienti da diversi punti dell’installazione. Presente inoltre lo spartito per pianoforte – il famoso Solo for Piano dal Concert for Piano and Orchestra – che è il capolavoro dell’inventiva di Cage nel campo della notazione musicale.

Palazzo Magnani a Reggio Emilia, che nel 2017 compie venti anni di attività espositiva, è stata abitazione di proprietà della famiglia del filantropo, musicologo e collezionista Luigi Magnani. La natura “musicale” della sede – e in generale di tutto il territorio reggiano – conferisce valore e significato alla scelta tematica della mostra.
Anche una delle più importati istituzioni culturali della città, la Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, ha deciso di dedicare, nello stesso periodo della mostra – un momento importante a Wassily Kandinsky. FESTIVAL APERTO 2017 metterà in calendario “Fattore K”, omaggio a Kandinsky, con il 14 ottobre al Teatro Ariosto Ensemble “Giorgio Bernasconi” dell’accademia del Teatro alla Scala, Marco Angius direttore, musiche di Skrjabin, Schoenberg, Webern, Clementi, Donatoni, Stockhausen e l’11 novembre al Teatro Cavallerizza Duo pianistico Emanuele Arciuli – Andrea Rebaudengo, musiche di Skrjabin, Schoenberg, De Hartmann, Debussy, Stravinskij.

Una serie di attività collaterali – concerti, lezioni concerto, conferenze, workshop – realizzate in collaborazione con importanti istituzioni come la Fondazione Nazionale della Danza, oltre ad attività formative e didattiche (in collaborazione con Indaco, Atelier di ricerca musicale ed espressiva e Associazione Stella Maris di Bologna), completeranno e arricchiranno la mostra e l’approfondimento del rapporto tra arte e musica. 

La mostra inaugura un’attenzione specifica che la Fondazione Palazzo Magnani riserverà alle persone con disabilità fisica e psichica, in stretta collaborazione con il Progetto Reggio Emilia città senza barriere. Il percorso espositivo sarà arricchito da soluzioni idonee ad una fruizione delle opere secondo modalità facilitate e affiancamento di personale specializzato, nella consapevolezza che l’arte sia via di accesso privilegiata al benessere di tutte le persone.

La mostra è promossa da Fondazione Palazzo Magnani e Skira Editore con la partecipazione di Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, Comune di Reggio Emilia, Regione Emilia Romagna, Provincia di Reggio Emilia, Fondazione Cassa di Risparmio Pietro Manodori, Camera di Commercio di Reggio Emilia.
Il progetto a cura di Martina Mazzotta si pregia di un importante Comitato Scientifico, presieduto da Paolo Repetto e composto da curatori e direttori di museo, musicologi, storici dell’arte e filosofi, tra i quali troviamo Michele Porzio e Gillo Dorfles.

APERTA LA PREVENDITA ON LINE DEI BIGLIETTI
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Intero € 12
Ridotto € 10 (Amici della FPM; Amici dei Teatri; militari; over 65; diversamente abile; studenti dai 18 ai 26 anni)
Studenti € 6 (studenti dai 6 ai 18 anni) 

ACQUISTO BIGLIETTI ON LINE – DAL 1° LUGLIO
Intero € 14
Ridotto € 12 (Amici della FPM; Amici dei Teatri; militari; over 65; diversamente abile; studenti dai 18 ai 26 anni)
Studenti € 8 (studenti dai 6 ai 18 anni) 

Informazioni dettagliate su: www.palazzomagnani.it
Fondazione Palazzo Magnani –Tel. 0522 454437– 444446 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. +39.049663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

 
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RIVOLUZIONE GALILEO. La scienza incontra l’arte (18 Novembre 2017 - 18 Marzo 2018 Padova, Palazzo del Monte di Pietà)

Mostra a cura di Giovanni Carlo Federico Villa

Comunicato Stampa
Sette secoli d’arte a Padova
per l’affascinante viaggio dentro l’unicità di Galileo:
artista, poeta, letterato oltre che scienziato.

Dopo Galileo nulla fu come prima. E non solo nella ricerca astronomica e nelle scienze, ma anche nell’arte. Con lui, il cielo passa dagli astrologi agli astronomi.
La mostra (Padova, Palazzo del Monte di Pietà, dal 18 novembre 2017 al 18 marzo 2018), concepita da Giovanni C.F. Villa per la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo racconta, per la prima volta, la figura complessiva e il ruolo di uno dei massimi protagonisti del mito italiano ed europeo. In un’esposizione dai caratteri del tutto originali, dove capolavori assoluti dell’arte occidentale in dialogo con testimonianze e reperti diversi, consentono di scoprire un personaggio da tutti sentito nominare ma da pochi realmente conosciuto.
Dalla mostra emerge l’uomo Galileo nelle molteplici sfaccettature: dallo scienziato padre del metodo sperimentale al letterato esaltato da Foscolo e Leopardi, Pirandello e Ungaretti, De Sanctis e Calvino. Dal Galileo virtuoso musicista ed esecutore al Galileo artista, tratteggiato da Erwin Panofsky quale uno dei maggiori critici d’arte del Seicento; dal Galileo imprenditore – non solo il cannocchiale ma anche il microscopio o il compasso – al Galileo della quotidianità. Poiché l’uomo, eccezionale per potenza d’intuizione e genio scientifico, lo era anche nei piccoli vizi e debolezze, quali gli studi di viticoltura e la passione per il vino dei Colli Euganei – rifiutando la “vil moneta” baratta i suoi strumenti di precisione con vino “del migliore” – o la produzione e vendita di pillole medicinali.
Per documentare “Rivoluzione Galileo” Giovanni C.F. Villa riunisce in Palazzo del Monte di Pietà a Padova un numero impressionante di opere d’arte, a partire dagli splendidi acquerelli e schizzi dello stesso Galileo, che mostrano la sua altissima qualità di disegnatore. Lo scienziato era del resto un attento osservatore dell’arte, come confermano i commenti salaci su delle tarsie lignee – “prive di morbidezza e fatte di legnetti” – ma anche su Arcimboldo, autore di “capricci che hanno una confusa ed inordinata mescolanza di linee e colori”. L’influenza delle conquiste galileiane e della scienza moderna sulla cultura artistica è evidente già nel primo Seicento: con la minuziosa resa della natura, come testimoniano le straordinarie opere dei Brueghel e di Govaerts, ma anche in una pittura che recepisce immediatamente la prorompente portata delle ‘macchine’ di Galileo.
Nel 1610 Galileo pubblica il Sidereus Nuncius, e un effetto immediato si può scorgere nella celebre Fuga in Egitto di Adam Elsheimer, prima raffigurazione della Via Lattea. E poi in una sequenza di artisti capaci di raffigurare la luna così come vista con il cannocchiale, tanto che una notevole sezione di mostra racconta proprio la scoperta della luna da Galileo fino ai giorni nostri. Anche il genere della natura morta sviluppa nuove formule compositive: i simboli della vanitas lasciano il posto ad una raffigurazione documentaristica legata allo sviluppo delle scienze naturali. E poi un racconto iconografico per capolavori, tra le quali spicca il dipinto del Guercino dedicato al mito di Endimione, con una delle prime raffigurazioni del cannocchiale perfezionato dallo scienziato pisano. Tra gli anni Venti e Trenta del secolo prende vita una vera e propria “bottega” galileiana, ovvero una generazione di artisti (Artemisia Gentileschi, l’Empoli, Stefano Della Bella, ecc.) in grado di condividere le suggestioni offerte dalla lezione dello scienziato. Come le Osservazioni astronomiche di Donato Creti ora in Pinacoteca Vaticana: straordinarie tele raffiguranti stelle e pianeti ritratti in modo da mostrare l’aspetto che presentano al telescopio, evocando le scoperte galileiane.
Giovanni C.F. Villa porta i visitatori anche dentro alla “costruzione” del mito galileiano in epoca ottocentesca. Si era nel 1841 quando il Granduca Leopoldo II di Lorena costruiva, in Palazzo Torrigiani, la Tribuna di Galileo, straordinario ambiente immaginato quale sintesi iconografica della scienza sperimentale, da Leonardo a Galileo. Dopo il centrale episodio fiorentino di Santa Croce, eternato da Ugo Foscolo, l’Ottocento diviene il secolo dei monumenti dedicati a Galileo. Ecco allora Pisa, Roma, la Loggia degli Uffizi a Firenze per giungere alla trentaseiesima statua dei grandi padovani in Prato della Valle. A sancire il mito di Galileo accanto a quello di Dante, lo scienziato-umanista capace di una rivoluzione epocale per l’umanità ampiamente riverberata nell’arte.
La mostra sviluppa un’ampia sezione d’arte contemporanea che da Previati e Balla giunge fino ad Anish Kapoor, presente in mostra con l’opera di apertura.
Così sette secoli di arte occidentale, intrecciandosi con la scienza, la tecnologia e l’agiografia galileiana, restituiscono compiutamente la parabola umana di Galileo celebrato in una Padova che lo vide protagonista per 18 anni. Ricordati dallo scienziato come i più felici per la libertà concessagli dallo Studio patavino, allora ai vertici della cultura europea. Ed è la stessa Università agli Studi di Padova che, come ha annunciato il suo Rettore, prof. Rosario Rizzuto, ha deciso di affiancare alla Mostra un programma di iniziative, incontri, approfondimenti sulla figura di colui che è stato uno dei suoi più illustri docenti e Maestri.

Info: www.fondazionecariparo.it

Relazioni con i media: dott.ssa Alessandra Veronese – Responsabile
dott. Giovanni Cocco – Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo tel. 049 8234800 (int.2)

Ufficio Stampa: Studio ESSECI – Sergio Campagnolo tel. 049 663499; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Roberta Barbaro)

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MARINO MARINI. Passioni visive (16 Settembre 2017 - 07 Gennaio 2018 Pistoia, Palazzo Fabroni)

Mostra a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi

Comunicato Stampa

Con il titolo “Marino Marini. Passioni visive” la Fondazione Marino Marini propone, del Maestro, la prima retrospettiva che ambisce a situarlo organicamente nella storia della scultura. L’esposizione, che si terrà in Palazzo Fabroni a cura di Barbara Cinelli e Flavio Fergonzi, si presenta come uno dei momenti di punta delle Celebrazioni di Pistoia Capitale italiana della Cultura 2017. La mostra è organizzata dalla Fondazione Marino Marini, Pistoia e dalla Fondazione Solomon R. Guggenheim, Venezia. Dopo Pistoia, la mostra si trasferirà infatti alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia dal 27 gennaio al 1 maggio 2018.

“Manca ancora, nella vicenda espositiva e nella letteratura scientifica su Marini, un serio lavoro di contestualizzazione storica e stilistica della sua ricerca di scultore”, afferma il Direttore della Fondazione Maria Teresa Tosi. “Lo stato odierno degli studi sembra richiedere questa prospettiva: l’unica che può restituire all’artista la sua posizione di assoluto rilievo nella vicenda del modernismo novecentesco internazionale”.
“Di qui è nata l’idea di questa mostra che vuole ripercorrere tutte le fasi della creazione artistica del Maestro, dagli anni Venti agli anni Sessanta. Oggetto di indagine sarà soprattutto l’officina di invenzioni plastiche di Marino Marini che verranno poste in relazione diretta, immediatamente percepibile, con i grandi modelli della scultura del ‘900 cui egli ebbe accesso; e, inoltre, con alcuni, scelti esempi di scultura dei secoli passati – dall’antichità egizia a quella greco-arcaica ed etrusca, dalla scultura medievale a quella del Rinascimento e dell’Ottocento – che furono consapevolmente recuperati da lui e dai maggiori scultori della sua generazione”.

Dieci sono le sezioni pensate dai curatori per dare pieno conto della ricerca plastica di Marino Marini: sono tutte caratterizzate dal raffronto tra le opere dello scultore pistoiese e quelle di altri grandi del passato o di suoi contemporanei. Nella prima i suoi busti degli esordi sono affiancati a canopi etruschi e a busti rinascimentali; mentre il “Popolo”, la terracotta del 1929 che fu un passaggio determinante della sua svolta arcaista, si misura con una testa greco-arcaica da Selinunte e con un coperchio figurato di una sepoltura etrusca. Anche la successiva ricerca di una diversa monumentalità, ben rappresentata dal capolavoro ligneo dell’“Ersilia”, è messa a confronto con sculture etrusche e antico-italiche.
Verso la metà degli anni Trenta Marini si concentra sul soggetto del nudo maschile e ne trae una serie di lavori destinati a lasciare un segno nella scultura europea, come evidenzia il raffronto con opere capitali del medesimo tema di Arturo Martini e Giacomo Manzù. Negli stessi anni, Marini reinventa il significato stesso del ritratto scultoreo, attingendo ai modelli del passato, specialmente all’arte egizia, da cui desume la lezione di una volumetria pura, intrinsecamente monumentale.
La mostra si sofferma quindi sui celebri e perturbanti primi grandi “Cavalieri” dei secondi anni Trenta, che al loro comparire furono giudicati, per l’arcaica impassibilità, un attentato ai canoni tradizionali del genere, ma furono apprezzati da una ristretta schiera di intelligenti e sofisticati ammiratori.
La scena successiva è riservata alla stilizzazione allungata dei corpi maschili: qui dove il trecentesco Cristo Crocifisso appartenuto al maestro è avvicinato a un suo “Icaro” e a due dei suoi“Giocolieri”.
Le “Pomone” e i nudi femminili, che lo scultore realizza partendo da una originale e misurata rielaborazione del classicismo post-rodiniano, si confrontano in mostra con i nudi di Ernesto De Fiori e di Aristide Maillol, le maggiori proposte europee del tempo nella difficile partita di trasformare il corpo femminile in una forma astratta.
Quando, verso il 1940, mentre quasi tutti gli altri scultori italiani ed europei sembrano voler abbandonare la lezione di Rodin, Marino Marini la rivisita per dare inizio a una nuova stagione di ricerca che lo porterà, nel dopoguerra, a misurarsi con l’esistenzializzazione della forma di Germaine Richier. Questa particolare declinazione della ricerca formale di Marini prende forma negli anni del conflitto, durante il suo esilio in Svizzera, quando lo scultore sembra guardare con particolare attenzione al drammatico realismo di Donatello: la presenza in mostra del Niccolo’ da Uzzano del Bargello permetterà di comprendere a fondo le implicazioni di questa svolta.
La ricerca postbellica riporta Marino Marini a indagare, in forme più astratte, il tema del cavallo e cavaliere: in una sala saranno raccolti gli esiti maggiori di questo ciclo, opere contese dal maggiore collezionismo internazionale, e determinanti nello stabilire la posizione di primo piano dello scultore nel canone della scultura contemporanea di figura. In una sala emozionante i “Cavalieri” post 1945 di Marino Marini saranno messi a confronto con i loro antenati di riferimento, cavalli e cavalieri dalle civiltà del Mediterraneo e dell’antica Cina.
Nel dopoguerra Marini inventa una nuova lingua per la resa espressiva del volto umano: questa lingua, che guarda alla scomposizione cubista e, insieme, alla deformazione espressionista, farà di lui il più grande ritrattista-scultore del secolo. La sala dedicata ai ritratti del dopoguerra proporrà confronti con teste di civiltà antiche e teste di scultori contemporanei. Ancora il tema del Cavaliere, questa volta disarcionato, diventerà un motivo di pura ricerca spaziale, ormai quasi sganciato dalla riconoscibilità del soggetto, come evidenziato dalla sezione dedicata ai celebri “Miracoli”. Chiudono la mostra i piccoli e grandi “Guerrieri” e le “Figure coricate” degli anni Cinquanta e Sessanta: sarà visualizzato, in questo snodo, l’inatteso confronto con l’antica tradizione toscana di Giovanni Pisano e, insieme, con le soluzioni più sperimentali di Pablo Picasso e di Henry Moore. 

Questa grande rassegna si avvale di un Comitato scientifico composto dai Curatori e da Philip Rylands, Salvatore Settis, Carlo Sisi e Maria Teresa Tosi. La mostra, promossa dalla Fondazione Marino Marini e dal Comune di Pistoia, è realizzata in collaborazione con la Cassa di Risparmio di Pistoia e della Lucchesia, con la Fondazione Cassa di Risparmio di Pistoia e con la Camera di Commercio di Pistoia. La mostra alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia è sostenuta dagli Institutional Patrons—EFG, Lavazza, Regione del Veneto—e le Guggenheim Intrapresæ.

Info: www.fondazionemarinomarini.it

 

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MIRÒ E MARINO. I colori del Mediterraneo. (6 Settembre 2017 - 07 Gennaio 2018 Pistoia, Palazzo del Tau)

Come compendio alla mostra Marino Marini. Passioni Visive, dove viene messa visivamente a confronto l’opera scultorea di Marino con i capolavori che hanno influenzato la sua produzione artistica, la Fondazione Marini ha deciso di dare rilievo al lato pittorico dell’artista pistoiese nella sede del Museo Marino Marini al Palazzo del Tau con una mostra dal titolo “Mirò e Marino. I colori del Mediterraneo” che avrà luogo dal 16 settembre 2017 al 7 gennaio 2018.

La pittura e il colore per Marino erano di fondamentale importanza e ne è testimonianza la ricca collezione di tele e tempere presenti nel Museo che l’artista ha voluto donare alla sua città natale.

“Riteniamo fondamentale – afferma Maria Teresa Tosi, Direttore della Fondazione Marini – che l’opera di Marino dialoghi con le opere di altri artisti suoi contemporanei. Pensando alla pittura, il nostro pensiero è subito caduto su Mirò, perché pur distanziandosi per temi e approcci, la grande affinità linguistica li rende vicini nell’esprimere la vitalità e la gioia di vivere attraverso l’uso del colore. Mirò e Marino, inoltre, erano anche amici, come testimonia la corrispondenza presente nei nostri archivi e che sarà esposta in mostra”.

Mirò e Marino sono entrati in contatto negli anni ’50 grazie alla frequentazione dell’atelier di Fernand Mourlot a Parigi dove entrambi, insieme a Chagall, Picasso e altri grandi maestri contemporanei, andavano a stampare le loro litografie. 

Non si conosce cosa i due artisti si siano detti e di che cosa abbiano potuto discutere insieme. Si sa però che hanno condiviso cene e momenti conviviali in grande armonia, sicuramente erano anime affini e questo emerge osservando la loro produzione artistica. Entrambi amavano colorare le loro sculture, non solo come omaggio agli “antichi” ma anche, sicuramente, per il loro spirito solare e ironico. Molto spesso usavano colori primari, privi di sfumature, entrambi stendevano il colore a larghe campiture con segni netti e decisi.
“Lavoro molto con le dita: sento il bisogno di essere immerso nella realtà fisica ….. del colore. Bisogna che sia sporco dalla testa ai piedi” ha scritto Jean Mirò.
“Ho sempre sentito il bisogno della suggestione sensoriale del colore, per dare inizio a una forma. È il colore che mi da la spinta e il sentimento per fare qualcosa di creativo. Così comincio con il colore e dopo il colore vedo una linea e vedo una forma”, ha evidenziato Marino Marini.

La vastità dei cieli mediterranei e la luce abbagliante di queste terre hanno sicuramente influenzato la visione artistica di entrambi i maestri del colore.
Mirò ebbe a sottolineare: “Ancora adesso quando passeggio guardo la terra o il cielo, non il paesaggio. Lo spettacolo del cielo mi sopraffà. Sono sopraffatto quando vedo la luna crescente o il sole in un cielo immenso. Nei miei quadri si ritrovano spesso forme minuscole in vasti spazi vuoti. Spazi vuoti, orizzonti vuoti, pianure vuote ….. Ho sempre bisogno di un punto di partenza, sia esso una macchia di polvere o uno squarcio di luce. Questa forma fa nascere una serie di cose, una ti conduce verso un’altra. Un pezzo di filo può dare inizio a un mondo. Trovo i miei titoli man mano che lavoro, allo stesso modo in cui sulle mie tele una cosa porta all’altra” Non dissimilmente da Marini che di se diceva “io sono un mediterraneo. Sono nato al centro dell’Italia e quindi ho assorbito questa natura così calda, così sensitiva e così sensuale” (M.Marini)

Il confronto con i lavori dell’amico Mirò (in mostra una sua selezione di dipinti e grafica), consente al visitatore di apprezzare al meglio la qualità e l’originalità dell’opera pittorica di Marino Marini, sdoganandola della sua presunta ancillarità rispetto alla sua più nota produzione scultorea.
“I visitatori potranno assaporare – aggiunge il Direttore Tosi – la gioia sfrenata della collezione di tempere “Il Circo di Marino “, realizzate alla fine degli anni Settanta quando, già malato non poteva più recarsi a lavorare nel suo atelier e riversava su carta le sue emozioni e la sua mai sopita vivacità interiore. Potranno inoltre godersi la vista di grandi tele, esposte per l’occasione, come “Mobilità del colore” o “Oggetti nello spazio” veri inni al colore in tutte le sue più vivaci sfumature”.

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I NUOVI RITRATTI DI ANNIE LEIBOVITZ ATTESI A MILANO

DAL 9 SETTEMBRE AL 2 OTTOBRE

Milano - Si intitola "Women: New Portraits" e presenta i più recenti scatti commissionati dal gruppo bancario svizzero UBS alla fotografa Annie Leibovitz per il progetto "Women", una collezione di ritratti nata circa vent'anni anni da una collaborazione tra la fotografa e Susan Sontag e sviluppata come un racconto in progress. Il suo obiettivo infatti è riflettere l'evoluzione della condizione femminile nella società contemporanea attraverso le immagini di donne che hanno conseguito risultati d'eccelleza in diversi settori, dall'arte alla musica, dalla politica alla filantropia, perchè siano di ispirazione e stimolo per tutti.

In mostra a Milano dal 9 settembre presso gli spazi di Fabbrica Orobia 15, nell'ambito di un tour mondiale, l'ultimo "aggiornamento" del progetto sarà accompagnato da lavori della prima edizione e da alcuni scatti ancora inediti.

Inoltre, parallelamente, sarà portata avanti un'intensa attività didattica con programmi di apprendimento aperti alla città e attraverso collaborazioni con con gli studenti di fotografia dell'Accademia di Belle Arti di Brera, dello IED Istituto Europeo di Design e dell'IIF Istituto Italiano di Fotografia. E nei weekend verranno proposti dei laboratori gratuiti anche per le famiglie.

di Ludovica Sanfelice

Per approfondimenti:
Guida d'arte di Milano

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BURRI E SCIANNA ALLA CASA DEI TRE OCI

DAL 26 AGOSTO 2016 ALL'8 GENNAIO 2017

Venezia - La Casa dei Tre Oci alla Giudecca presenta dal 26 agosto due percorsi espositivi che pur nel segno dell'autonomia, si disporranno lungo un percorso coerente. Dal pianterreno al secondo piano i visitatori potranno così approfondire la conoscenza di due indiscussi giganti della fotografia del Novecento, entrambi membri della grande agenzia fotografica Magnum.

Si comincia con 100 opere di René Burri che sotto il titolo "Utopia" per la prima volta riuniranno un ricco corpus dedicato all'architettura in cui confluiranno scatti di edifici e ritratti di grandi architetti come . Una mostra proposta in contemporanea con la Biennale di Architettura diretta da Alejandro Aravena con cui Burri condivide la concezione dell’architettura come strumento politico e sociale.

All'ultimo piano, troverà invece temporanea collocazione l'opera di Ferdinando Scianna, uno dei più importanti fotografi italiani a cui la Fondazione Venezia ha commissionato un lavoro in occasione dei 500 anni della nascita del Ghetto di Venezia con l'obiettivo di documentare la dimensione contemporanea del quartiere. Un reportage di street photography che mescola ritratti, scene quotidiane, interni di case e luoghi di culto, e oscilla tra tempo presente e momoria collettiva.

L.SANFELICE
17/08/2016


Consulta anche:
Guida d'arte di Venezia
Il Ghetto di Venezia in mostra
I nuovi orizzonti della Biennale di Venezia 2016

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ITALIA POP. L’arte negli anni del boom

Mamiano di Traversetolo - Parma, Fondazione Magnani Rocca
Dal 10 settembre all' 11 dicembre 2016

Invasione Pop alla Villa dei Capolavori!

Dal 10 settembre all'11 dicembre 2016 la Fondazione Magnani Rocca, presso Parma, ospita una grande mostra sulla Pop Art italiana, composta da circa settanta opere provenienti da importanti istituzioni pubbliche e prestigiose collezioni private.

La mostra intende fornire una lettura articolata e innovativa delle vicende che hanno portato alla nascita e alla diffusione di una “via italiana” alla Pop Art, pienamente in sintonia con le analoghe esperienze maturate in ambito internazionale e al tempo stesso linguisticamente autonoma rispetto ai modelli statunitensi ed europei del periodo.

Per evidenziare la specificità della declinazione italiana della Pop, la mostra prende avvio con due opere esemplari provenienti dalle stesse collezioni della Fondazione, una ‘Piazza d'Italia’ di Giorgio de Chirico e un ‘Sacco’ di Alberto Burri, due fonti primarie, storiche, dell'approccio italiano alla contemporaneità, alla figurazione e all'oggetto. Non a caso, d'altra parte, inizialmente la critica aveva parlato di una stagione “neo-metafisica” a proposito dell'opera di autori come Mario Schifano o Tano Festa, e lo stesso Schifano, come è noto, omaggerà esplicitamente Giacomo Balla e il Futurismo in due serie pittoriche centrali nello sviluppo del suo percorso.

La mostra procede poi con quelli che si possono considerare i precursori del linguaggio Pop propriamente detto, una serie di autori che, a partire dagli anni dell'immediato secondo dopoguerra hanno affrontato i temi del nuovo paesaggio visivo in un paese che andava uscendo dai traumi della guerra e aprendosi a nuovi, inediti stili di vita, capaci di generare naturalmente anche nuove immagini: Gianni Bertini, Enrico Baj, Mimmo Rotella, Fabio Mauri, hanno saputo cogliere per primi la nuova temperie culturale, il nuovo clima anche sociale che andava maturando negli anni Cinquanta, e le loro opere si pongono, stilisticamente e temporalmente, a fianco di quelle dei neo-dadaisti statunitensi come Jasper Johns e Robert Rauschenberg o dei coevi esponenti del francese “Nouveau Rèalisme”. Assieme a loro, alla fine degli anni Cinquanta anche autori come Schifano, Renato Mambor, Gianfranco Baruchello riflettono sui temi dello schermo e dell'oggettualità della pittura, ponendo le basi per lo sviluppo della vera e propria stagione d'oro della Pop Art italiana tra il 1960 e il 1966.

Un momento di straordinario fervore artistico che investe l'intera penisola, che ha i suoi centri nevralgici nelle città di Milano e di Roma, ma che trova luoghi di diffusione estremamente significativi anche a Torino e in Toscana, per non citare che i centri dove maggiore è l'incidenza di tale tendenza sulla scena artistica. In questa sezione si vedranno quindi i capolavori di Mimmo Rotella ed Enrico Baj, degli autori romani riuniti sotto l'etichetta di “Scuola di Piazza del Popolo”, i già citati Schifano, Festa, Mambor, Mauri e poi Franco Angeli, Umberto Bignardi, Mario Ceroli, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Claudio Cintoli, le opere degli artisti operanti a Milano come Valerio Adami, Lucio Del Pezzo, Emilio Tadini, Antonio Fomez, i torinesi Piero Gilardi, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, i toscani Roberto Barni, Adolfo Natalini, Gianni Ruffi, Roberto Malquori.

Una lettura che si conclude con la presentazione di un altro fenomeno cruciale nell'evoluzione del linguaggio Pop in Italia, vale a dire quella declinazione che, a partire dal 1966 e almeno fino ai primi anni Settanta utilizza le immagini e gli stilemi della cultura di massa per realizzare un'arte esplicitamente politica, che riflette il nuovo clima sociale diffuso in tutto il mondo alla fine del decennio: in questa sezione si trovano opere di alcuni autori presenti in quelle precedenti come Schifano, Angeli, Bertini, ma soprattutto degli esponenti di quella ”figurazione critica” - come Giangiacomo Spadari, Paolo Baratella, Fernando De Filippi, Sergio Sarri, Umberto Mariani, Bruno di Bello o Franco Sarnari - che si rivelano oggi come un'ulteriore, originale contributo italiano alla diffusione del “popism” in ambito internazionale.

Ciò che rende questa mostra un autentico unicum, irripetibile nel panorama espositivo non solo nazionale, è la possibilità di vedere una serie di sculture nelle straordinarie sale della Villa dei Capolavori, la dimora storica di Luigi Magnani, artefice della Fondazione Magnani Rocca: gli animali in metacrilato di Gino Marotta, le sculture di Pino Pascali, i legni di Mario Ceroli, la “Prima televisione a colori” di Gianni Ruffi dialogano con gli arredi e i dipinti della Fondazione, in un sorprendente confronto tra il mondo classico e la cultura popolare degli anni Sessanta. Anche uno splendido e rarissimo quadro di Domenico Gnoli, grande artista morto giovanissimo, proveniente da un'importante collezione privata, entra in dialogo con capolavori della pittura antica della Fondazione.

In mostra, accompagnano le opere pittoriche e scultoree alcuni significativi pezzi di design dell'epoca, oltre a rimandi all’editoria e alla discografia, che permettono allo spettatore di immergersi appieno nel clima culturale del periodo, momento cruciale di svecchiamento della cultura italiana in chiave internazionale, al confronto diretto con la nuova cultura di massa, analizzata in quegli stessi anni da grandi intellettuali attivi nel nostro paese come Pier Paolo Pasolini o Umberto Eco.

La mostra, curata da Stefano Roffi e Walter Guadagnini – già autore di storiche ricognizioni sull'argomento come “Pop Art UK 1956-1972”, “Pop Art Italia 1958-1968”, entrambe alla Galleria Civica di Modena, “Pop Art 1956-1968” alle Scuderie del Quirinale a Roma, nonché di numerose personali dedicate ai protagonisti del movimento – è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente i saggi dei curatori e di altri studiosi, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte.

ITALIA POP. L’arte negli anni del boom
Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Dal 10 settembre all’11 dicembre 2016. Aperto anche tutti i festivi. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18).
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti - € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 Fax 0521 848337 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.magnanirocca.it
Il martedì ore 15.30 e la domenica ore 16, visita alla mostra con guida specializzata; non occorre prenotare, basta presentarsi alla biglietteria; costo € 13,00 (ingresso e guida).
Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Walter Guadagnini e Stefano Roffi,
saggi in catalogo di Antonio Carnevale, Mauro Carrera, Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone, Stefano Roffi, Alberto Zanchetta.

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Stefania Bertelli Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. tel. 049 663499

La mostra è realizzata grazie a: FONDAZIONE CARIPARMA, CARIPARMA CRÉDIT AGRICOLE.
Media partner: Gazzetta di Parma, Kreativehouse.
Sponsor tecnici: Angeli Cornici, AON SpA – Fine Arts, Jewellery & Private Solutions Specialty, Fattorie Canossa,
Gufram, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.

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LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? Mappe e arte in mostra

Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche
Dal 6 novembre 2016 al 19 febbraio 2017


Comunicato Stampa

La geografia serve a fare la guerra? È l’interrogativo che si pone la mostra della Fondazione Benetton Studi Ricerche, a cura di Massimo Rossi, in calendario negli spazi Bomben di Treviso da domenica 6 novembre 2016 a domenica 19 febbraio 2017, con inaugurazione sabato 5 novembre alle ore 18. L’esposizione si avvale della partnership di Fabrica, che ha curato l’allestimento e il progetto grafico, e della collaborazione e del patrocinio della Regione del Veneto-Assessorato alla cultura.
Mappe, atlanti e opere d’arte racconteranno, attraverso tre percorsi strettamente legati e continuamente in dialogo, la grande forza comunicativa e persuasiva delle carte geografiche.

Le mappe sono un potente mezzo di comunicazione non verbale e il contesto delle celebrazioni della Grande Guerra offre un valido pretesto per indagare sulla loro capacità di influenzare l’opinione pubblica quando assecondano il punto di vista degli Stati Maggiori. Per questo il percorso espositivo si concentra sul periodo storico che va dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Novecento, ma parte dall’antichità e arriva ai giorni nostri per raccontare anche un’altra geografia possibile, non per forza asservita alle logiche militari.

La mostra si apre con la sezione Rocce e acque, in cui vedremo come con un semplice e perentorio segno – il confine naturale – le mappe indurranno monti e fiumi a diventare strumenti capaci di separare e dare forma fisica a gruppi etnici, linguistici, nazioni per trasformarli da “espressione geografica” a stati. La seconda sezione, Segni umani, si occuperà di raccontare l’uso del sapere geografico a fini propagandistici per trasmettere con forza l’idea di nazione ancora prima della sua ufficiale proclamazione politica. La terza parte, Carte da guerra, porrà l’accento sulla coesistenza di due approcci culturali apparentemente inconciliabili, nel contesto della Prima guerra mondiale: simboli grafici per significare la smisurata industria bellica disseminata sul fronte del Piave, insieme a segni che testimoniano la presenza di migliaia di colombi viaggiatori che volando imprendibili ad alta quota e percorrendo grandi distanze in breve tempo, informano e trasmettono ordini. Mortai da 305 mm che esplodono proiettili di 400 kg alti come un uomo, e palloni frenati sospesi a centinaia di metri dal suolo «che in lunga fila si dondolano nell’azzurro lungo il corso del Piave» come racconterà lo scrittore-tenente Fritz Weber, nemico sulla riva opposta.

In mostra apprezzeremo la capacità delle carte di mettere ordine a un mondo altrimenti caotico, per renderlo più comprensibile e familiare, distinguendo gli oggetti, ma soprattutto nominando i luoghi per consentirci di riconoscerli, uno a uno. In tutte le epoche le mappe, prodotti sociali e umani per eccellenza, hanno raccontato i luoghi anche attraverso i toponimi esercitando su di essi un potere a volte aggressivo. Specialmente quando hanno alterato la grafia originaria di nomi secolari o addirittura quando questi ultimi sono stati sostituiti da altri di nuovo conio per farli corrispondere ai più recenti dominatori: l’olandese Niew Amsterdam diventa l’inglese New York; la tedesca Karfreit muta nell’italiana Caporetto per divenire la slovena Kobarid; l’asburgica Sterzing diventa la romanizzata Vipiteno. O ancora per rispondere a impellenti urgenze sociali e dar voce a speranze territoriali prima inespresse: “Alto Adige”, “Venezia Tridentina”, “Venezia Giulia”, o semplicemente, nel caso di un fiume, cambiandone il genere.

La secolare Piave degli zattieri cambia sesso nel 1918 per offrire maggiore resistenza virile all’invasione austriaca e diventa “Il Piave” per rassicurare l’immaginario collettivo della giovane nazione italiana.

Ma è proprio vero che La geografia serve a fare la guerra? Certo, senza geografia le guerre non sarebbero nemmeno immaginabili, ma a fare la guerra è sempre l’uomo che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili come quelli della fisica, della chimica, della geometria o della matematica.
Questa mostra parla anche di un’altra geografia possibile, una geografia necessaria per riflettere e agire sul mondo quando proviamo a osservarlo dall’alto sfogliando le pagine dell’atlante rinascimentale di Abramo Ortelio che adotta il medesimo punto di vista di Dio, o contemplando The Blue Marble, la prima fotografia del pianeta terra vista dall’obiettivo degli astronauti dell’Apollo 17. Una geografia che moltiplica le sue potenzialità ogni volta che un artista decide di dialogare con una carta geografica – e in mostra saranno esposti tappeti geografici e alcune opere di artisti contemporanei.
Ma soprattutto si potrà riflettere su un’altra geografia in grado di insegnarci a conoscere e progettare i luoghi attraverso un ininterrotto dialogo con i processi storici e di persuaderci con l’esempio di due autorevoli testimoni di un secolo fa, il geografo Cesare Battisti e lo storico Gaetano Salvemini, che «non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo».

L’allestimento che Fabrica propone è un viaggio esperienziale, alla scoperta delle diverse mappe geografiche e dei luoghi che le hanno ispirate, attraverso la creazione di ambienti che coinvolgono il pubblico a percorrerli, a interagire con essi. Elementi dal design lineare e pulito, essenziali per valorizzare al meglio i pezzi in mostra, insieme a una grafica che reinterpreta in una chiave contemporanea gli elementi della cartografia tradizionale.
L’intero progetto della mostra – allestimento e comunicazione – si combina con gli spazi di Palazzo Bomben, ricco di affreschi e di storia, in un dialogo di reciproca valorizzazione.


Iniziativa realizzata con il contributo della Regione del Veneto, ai sensi della legge regionale 11/2014, art. 9, nell’ambito del programma per le commemorazioni del centenario della Grande Guerra.

La geografia serve a fare la guerra? Representation of human beings
mostra della Fondazione Benetton Studi Ricerche
a cura di Massimo Rossi e con la partnership di Fabrica
inaugurazione sabato 5 novembre ore 18
aperta da domenica 6 novembre 2016 a domenica 19 febbraio 2017
martedì-venerdì 15-20, sabato e domenica 10-20
Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche,via Cornarotta 7
tel. 0422.5121, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. www.fbsr.it
ingresso intero: 6 euro, ridotto: 5 euro, ridotto scuole: 4 euro

Ufficio stampa:
Fondazione Benetton Studi Ricerche
Silvia Cacco, tel. 0422.5121, cell. 331.6351105, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. 049.663499, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Simone Raddi)

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FUTURBALLA

Alba, Fondazione Piera Pietro e Giovanni Ferrero
Dal 29 ottobre 2016 al 27 febbraio 2017

Mostra a cura di Ester Coen


Comunicato Stampa



La Fondazione Ferrero di Alba si prepara a rendere omaggio a Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), figura straordinaria di pittore e fondamentale raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche, con una mostra di risonanza internazionale, a cura di Ester Coen.
In linea con la storia ventennale delle proprie esposizioni d’arte, legate allo sviluppo della cultura del territorio, la Fondazione Ferrero si avvale della collaborazione scientifica della GAM di Torino e della Soprintendenza Belle Arti del Piemonte per la realizzazione della mostra e delle attività educative ad essa collegate.
Il progetto dedicato a Giacomo Balla prevede un’esposizione articolata in sezioni tematiche: il realismo sociale e la tecnica divisionista; le compenetrazioni iridescenti e gli studi sulla percezione della luce; l’analisi del movimento e il futurismo.
Nelle opere che seguono il primo apprendistato torinese, lo sguardo penetra la realtà dolorosa e crudele delle classi ai bordi della società. Un ampio numero di opere documenterà questa fase – tra fine ottocento e primi novecento – durante la quale, in parallelo a temi tra sofferenza e alienazione, l’artista svilupperà un’altissima sensibilità tecnica, le cui origini affondano nel divisionismo piemontese. La pennellata ricca di filamenti luminosi, il forte contrasto tra chiari e scuri, la scelta di tagli prospettici audaci ed estremi rappresenterà per i futuri aderenti al Manifesto del Futurismo un modello unico e straordinario da seguire.
La mostra di Alba evidenzierà poi l’adesione alla poetica del Futurismo. Dal realismo dei primi dipinti si assisterà alla trasposizione dei precedenti principi compositivi nella materia dinamica e astratta delle Compenetrazioni iridescenti a larghi tasselli cromatici, alla ricomposizione della nuova realtà in movimento nelle Linee di velocità.
In un progressivo avvicinamento ai segni matematici puri: verticale, diagonale, spirale, il linguaggio di Balla scopre nuove categorie della rappresentazione nei suoi parametri primari, nell’amplificazione del fenomeno fisico, isolato, sezionato e inquadrato in tutta la sua verità di materia vibratile. Una visione capace di attingere alle massime profondità, ma di sfondare anche i limiti della cornice, in un gioco di rilancio verso la vita.
Le opere del percorso appartengono a prestigiose collezioni pubbliche e private, italiane ed estere e sarà possibile ammirare capolavori straordinari, difficilmente concessi in prestito: il Polittico dei viventi, nella sua completezza, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e dall’Accademia di San Luca di Roma, La mano del violinista dalla Estorick Collection di Londra, la Bambina che corre sul balcone dal Museo del Novecento di Milano, il Dinamismo di un cane al guinzaglio dalla Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, il Volo di rondini del Museum of Modern Art di New York, la Velocità astratta + rumore in prestito dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, che sarà accostata alla Velocità astratta. L’auto è passata della Tate Modern di Londra, e ancora un’Automobile in corsa proveniente da The Israel Museum of Gerusalemme. Solo per accennarne alcuni.

Orari
lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 15 - 19; sabato, domenica e festivi ore 10 - 19
martedì chiuso 
giorni di chiusura: 24, 25, 31 dicembre 2016, 1° gennaio 2017

Info
Fondazione Ferrero: ufficio stampa 346 3325466 0173 295094 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.fondazioneferrero.it

in collaborazione con: 
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049 663499; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.studioesseci.net

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Joan Mirò- La forza della materia

Un’ampia selezione di opere realizzate tra il 1931 e il 1981 dal grande artista catalano.
Il lavoro di Joan Miró, una delle personalità più illustri della storia dell'arte moderna, è intimamente legato al surrealismo e alle influenze che artisti e poeti di questa corrente esercitarono su di lui negli anni venti e trenta. È attraverso di loro che Miró sperimenta l'esigenza di una fusione tra pittura e poesia, sottomettendo la sua opera a un processo di semplificazione della realtà che rimanda all'arte primitiva, al tempo stesso punto di riferimento per l'impostazione di un nuovo vocabolario di simboli e strumento utile a raggiungere una nuova percezione della cultura materiale.

La retrospettiva intende porre l'attenzione su questo ultimo aspetto, mostrando attraverso un'ampia selezione di opere realizzate tra il 1931 e il 1981, l'importanza che l'artista ha sempre conferito alla materia, non solo come strumento utile ad apprendere nuove tecniche ma anche e soprattutto come entità fine a se stessa.

Attraverso la sperimentazione di materiali eterodossi e procedure innovative, l'artista mira a infrangere le regole così da potersi spingersi fino alle fonti più pure dell'arte.

Joan Miró. La forza della materia ideata dalla Fundació Joan Miró di Barcellona sotto la direzione di Rosa Maria Malet, Direttrice della Fondazione, propone lavori dalla collezione della Fundació Joan Miró di Barcellona e da quella della famiglia dell'artista.

Orari:
lunedì
14.30-19.30

martedì / mercoledì
venerdì / domenica
09.30-19.30

giovedì e sabato
9.30-22.30

LA BIGLIETTERIA CHIUDE UN'ORA PRIMA

Biglietti:
Visitatori individuali
12,00 € Intero
10,00 € Ridotto
8,00 € Ridotto speciale
Gruppi
10,00 € Gruppi adulti
6,00 € Gruppi scuole
3,00 € Scuola infanzia (3-6 anni)

Sede:
Mudec - Museo delle Culture
via Tortona 56, Milano

Info e prenotazioni:
0254917

Per maggiori informazioni: http://www.mudec.it/ita/miro/

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Jean-Michel Basquiat in mostra a Milano dal 28 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017

Come ogni artista “maledetto” Jean-Michel Basquiat, scomparso nel 1988 a soli 27 anni, è riuscito nell’arco brevissimo di pochi anni a costruire una leggenda attorno alla sua figura e alla sua arte.

A cura di Jeffrey Deitch e Gianni Mercurio.

Con quasi 100 opere provenienti da collezioni private, la mostra attraversa la breve ma intensa carriera di Basquiat, che si è conclusa con la morte prematura all'età di soli ventisette anni.

In modo diretto e apparentemente infantile Basquiat e’ stato in grado di portare all’attenzione del grande pubblico tematiche essenziali sull’identità umana e sulla questione dolorosa e aperta della razza.

È stato un personaggio fondamentale nella storia contemporanea americana perché capace di intrecciare, unico per quei tempi, l’energia urbana dannata di New York con le sue radici africane segnate dalla schiavitù e dalla diaspora.

Venti anni dopo la sua prima mostra al Whitney Museum of American Art (1992-1993) e dieci anni dopo la retrospettiva al Brooklyn Museum of Art (2005), questa esposizione mostrerà il ruolo centrale di Basquiat nella generazione dei suoi artisti coetanei e la funzione della sua arte come un ponte di collegamento tra le diverse culture.

Orari:
lunedì
14.30-19.30

martedì / mercoledì
venerdì / domenica
09.30-19.30

giovedì e sabato
9.30-22.30

La biglietteria chiude un’ora prima (ultimo ingresso)

Biglietti:
Visitatori individuali
12,00 € Intero
10,00 € Ridotto
8,00 € Ridotto speciale
Gruppi
10,00 € Gruppi adulti
6,00 € Gruppi scuole
3,00 € Scuola infanzia (3-6 anni)

Sede:
Mudec - Museo delle Culture
via Tortona 56, Milano

Per maggiori informazioni: http://www.mudec.it/ita/jean-michel-basquiat/

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Trento, Castello del Buonconsiglio

Dal 12 luglio al 6 novembre 2016

Comunicato Stampa

Cesare Battisti chi era costui? Nonostante gran parte degli italiani abbiano sentito pronunciare almeno una volta il nome di Cesare Battisti, pochi ne conoscono la vita, la storia umana, le battaglie politiche, la passione per la storia, la geografia, la scrittura. La maggior parte delle persone associa Cesare Battisti alla sua tragica fine nella cosiddetta Fossa dei Martiri del Castello del Buonconsiglio, il 12 luglio 1916. Emblematica la frase con la quale lo storico Mario Isnenghi definisce Battisti come “una delle personalità più citate ma meno conosciute del Novecento.” Nell’ambito delle iniziative sulla Prima Guerra Mondiale e in occasione del centenario della sua morte, la mostra intende, attraverso una selezione di preziose opere d’arte dell’epoca e di rare testimonianze storiche, illustrare al grande pubblico una personalità di grande spessore umano e culturale che ha avuto un ruolo importante nella storia recente non solo del Trentino ma anche dell’Italia e merita di essere conosciuto nella sua complessità e modernità. La sua vicenda umana, dipanata tra forti ideali e appassionata azione, diviene chiave di lettura della singolarissima temperie sociale e culturale del Trentino allo spartiacque tra Ottocento e Novecento, laddove convivevano nello stesso territorio fermenti ispirati alla civiltà di segno italico e fermenti stimolati dalle esperienze transalpine, conducendo a un’esperienza collettiva feconda ma travagliata, che di lì a poco sarebbe stata destinata a subire i colpi del netto cambiamento determinato dalla fine della Grande Guerra e dall’annessione al Regno d’Italia. Il 12 luglio 1916 segnò l’epilogo di una vita condotta senza risparmio, fino all’arruolamento nel corpo degli Alpini e alla cattura sul Monte Corno. In quel giorno, imprigionato in una delle celle ricavate nella Loggia del giardino del Castello del Buonconsiglio, per essere poi processato e condannato alla forca dal tribunale militare austriaco, le cui sedute si svolgevano nell’antica Stua de la famea, salì infatti sul capestro eretto nel cortile retrostante l’edificio. Da quel momento la sua tragica fine, assieme a quella di Fabio Filzi e di Damiano Chiesa, attribuì all’antica dimora dei principi vescovi trentini il ruolo di vero e proprio “luogo deputato” della memoria battistiana, forse anche più del suo mausoleo sul Doss Trento. Al contempo non mancò di essere spunto formidabile per la propaganda bellica, per poi proseguire e consolidarsi quale mito collante per l’ideale nazionale di un’Italia uscita scossa e malconcia dalla Grande Guerra. Grazie alla grande disponibilità di istituzioni museali italiane e straniere che ne hanno concesso il prestito, la rassegna prevede l’esposizione di dipinti, sculture, libri, documenti, fotografie, cartografie, cimeli storici, attraverso i quali si snoda l’itinerario nelle sale. L’approccio storico e l’approccio storico-artistico al tema, condotti in parallelo e in stretta interconnessione, hanno consentito di gettare nuova luce su molti aspetti e nessi finora poco esplorati e di scoprire episodi ancora sconosciuti. La prima sezione traccia un quadro della vivace situazione culturale del Trentino nel contesto austro-ungarico prima del 1914, con dipinti di Giovanni Segantini, Eugenio Prati, Bartolomeo Bezzi, Alcide Davide Campestrini, Umberto Moggioli, ma anche Franz von Defregger, Albin Egger-Lienz. I paesaggi di Guglielmo Ciardi e le fotografie di illustrazione di un trentino ancora prevalentemente rurale accanto ai dipinti di argomento sociale di Felice Carena introducono nella seconda sezione il crescente impegno di Battisti, ormai rientrato a Trento dopo la laurea a Firenze, nelle questioni sociali, politiche e culturali della sua terra, dalla militanza socialista all’elezione a deputato a Vienna, che egli conduce assieme all’ esperienza di giovane geografo sul campo con le sue innovative ricerche sui laghi del Trentino. Al periodo immediatamente precedente all’entrata in guerra dell’Italia, durante il quale la gente trentina venne invece coinvolta subito nell’impegno bellico austro-ungarico, è dedicata la terza sezione, che vede Battisti impegnato nella campagna interventista nelle città italiane, la chiamata alle armi, i profughi di Katzenau, e, in parallelo, le opere di Depero, di Balla, di Bonazza, ma anche di Kriegsmaler, come Alfons Walde, Albin Egger-Lienz, Hans Josef Weber-Tyrol, Hans Bertle, quest’ultimo primo testimone della cattura di Battisti sul Monte Corno. Altre testimonianze storiche e figurative - quelle di Beltrame, Pogliaghi, Sartorio, Sottssass, D’Andrea, Guala, Viani, Mantelli, Morando - raccontano gli anni cruciali della guerra, le immane fatiche condotte sulle cime alpine e la macchina militare austro-ungarica, acquartierata nelle sale cinquecentesche del Castello del Buonconsiglio. Alla creazione del mito di Battisti è infine dedicata l’ultima parte, con fondamentali opere che ne costruiscono l’iconografia, come i dipinti di Carrà e di Barbieri, eseguiti nel 1934 per l’importante ma ancora poco noto “Concorso della Regina”, le sculture di Minerbi, di Wildt, i bozzetti per il Monumento alla Vittoria di Bolzano e il Monumento di Cesare Battisti a Trento, affiancati a progetti decorativi per il Castello del Buonconsiglio finora poco se non del tutto sconosciuti, che videro all’opera personalità di grande spicco dell’arte tra le due guerre. Quale ausilio alla visita e alla comprensione anche di carattere emotivo delle sezioni sarà proposta una serie di story-telling con apposite installazioni video che accompagni gli snodi cruciali della narrazione espositiva, basandosi soprattutto sulla documentazione epistolare e su altre fonti disponibili. L’iniziativa, promossa ed organizzata dal museo del Castello del Buonconsiglio. Monumenti e collezioni provinciali, vede il coinvolgimento della Fondazione Museo Storico, del Museo della Guerra di Rovereto, dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, della Fondazione Bruno Kessler, della Società di Studi Trentini, del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, e del Comune di Trento.

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STORIE DELL’IMPRESSIONISMO. I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin

Treviso, Museo di Santa Caterina
Dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017
Mostra ideata e curata da Marco Goldin

COMUNICATO STAMPA

120 opere, quasi tutti dipinti, ma anche fotografe e incisioni a colori su legno, per raccontare, come prima mai fatto in Italia, le varie storie dell’impressionismo.
Saranno riunite - provenienti da musei e grandi collezioni di mezzo mondo - da Marco Goldin a Treviso, nel Museo di Santa Caterina, dal 29 ottobre di quest’anno al 17 aprile 2017.
La grande (aggettivo, in questo caso, assolutamente legittimo) mostra è promossa da Linea d’ombra e Comune di Treviso, con la fondamentale partecipazione di Segafredo Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor, Generali come Special sponsor, Gruppo Euromobil come Fidelity sponsor, assieme a Unindustria Treviso e Pinarello come partner.
120 opere che documentano non solo quel mezzo secolo che va dalla metà dell’Ottocento fino ai primissimi anni del Novecento, “ma anche – anticipa Goldin - quanto la pittura in Francia aveva prodotto, con l’avvento di Ingres a inizio Ottocento, nell’ambito di un classicismo che sfocerà, certamente con minore tensione creativa, nelle prove, per lo più accademiche, degli artisti del Salon. Quindi mettendo in evidenza quanto preceda l’impressionismo − e lo prepari
anche come senso di reazione rispetto a una nuova idea della pittura − e quanto da quell’esperienza rivoluzionaria, e dalla sua crisi negli anni ottanta, nasca e si sviluppi poi, fino a diventare pietra fondante del nuovo secolo ai suoi albori.
Soprattutto con il magistero dell’ultimo Cézanne, al quale, non a caso, è dedicato il capitolo finale.“
Ma le sei diverse sezioni della mostra non saranno mondi a se stanti e indipendenti, e invece la pittura accademica sarà inserita quale contrappunto nelle sezioni stesse, così da far comprendere come il linguaggio nuovo dei giovani impressionisti, e prima di loro dei pittori della scuola naturalistica di Barbizon, vivesse nel tempo stesso del Salon. Non dunque un prima e un poi, ma un’esperienza storica che si esprime in parallelo, e simultaneamente, nelle strade di Parigi. Quel Salon al quale del resto, pur rifiutandone lo spirito di rievocazione e di conservazione, gli impressionisti ambivano a partecipare, essendo comunque il solo luogo che poteva garantire visibilità e fama.
Ma in questa sorta di grande tavola sinottica di un’epoca, non sarà solo la pittura di Salon a essere messa in rapporto con l’impressionismo. Entreranno in gioco anche l’appena nata fotografa, soprattutto nell’ambito del paesaggio che rievoca il mare o la foresta di Fontainebleau − luoghi comuni di indagine e ancora una volta puntualmente accanto ad alcuni dipinti − e poi le celeberrime incisioni a colori su legno di Hiroshige e Hokusai. La mostra avrà quindi anche un suo lato di stringente carattere storico, tale da collocare le figure e le opere nel contesto dell’epoca. E con tutta
l’evidenza possibile non sarà solo una sequenza di opere pur bellissime e di capolavori, ma giungerà al termine di tanti anni di analisi proprio da Goldin dedicati alla pittura francese del XIX secolo.
L’esposizione condurrà il visitatore a emozionarsi in un percorso tra capolavori che hanno segnato una delle maggiori rivoluzioni nella storia dell’arte di tutti i tempi. La qualità assoluta dei prestiti, i confronti che essa stimola, le suggestioni che catalizza, fanno di questa mostra un’occasione unica di approfondimento e di scoperta di una bellezza nel profondo.

Ufficio stampa: Studio Esseci di Sergio Campagnolo - 049.663499 - www.studioesseci.net

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JANELLO TORRIANI. Genio del Rinascimento

Cremona, Museo del Violino
Dal 10 settembre 2016 al 29 gennaio 2017
Mostra a cura di: Comune di Cremona, Fundación Juanelo Turriano, Fondazione Arvedi Buschini, Unomedia

Comunicato Stampa

Cremona ha il merito di dedicare al suo concittadino Janello Torriani, Genio del Rinascimento, una grande mostra, dal 10 settembre 2016 al 29 gennaio 2017, presso le sale espositive del Museo del Violino. A promuoverla sono Comune di Cremona, Fundación Juanelo Turriano, Fondazione Arvedi Buschini, Unomedia e a curarla il ricercatore Cristiano Zanetti e Cinzia Galli, Conservatrice del Museo di Storia Naturale del Comune di Cremona.
Janello Torriani. Il suo nome è quasi sconosciuto, anche se in vita era spesso affiancato a quello di Archimede. Egli riuscì ad affascinare i due più potenti Sovrani del suo tempo, Carlo V e suo figlio Filippo II, che lo vollero al loro fianco, considerandolo un genio come per noi oggi è Leonardo da Vinci.
A differenza di Leonardo, Janello Torriani non sapeva dipingere, era uomo rozzo e tutt’altro che nobile, eppure le sue grosse mani da fabbro sapevano creare meraviglie che tutta l’Europa ambiva: meccanismi sofisticatissimi, gestiti da combinazioni meccaniche elaborate che a noi oggi sono garantite dalla tecnologia più avanzata.
Dalla sua mente e dalle sue mani uscivano orologi perfetti, nelle loro decine di funzioni, e bellissimi. Meravigliosi automi che suscitavano l’ammirazione e lo stupore delle Corti. Fu lui a elaborare le applicazioni della sospensione cardanica tutt’ora di uso quotidiano, ma che prese il nome da un altro, il Cardano appunto.
Quando sia nato nessuno lo può dire con certezza, si suppone verso il 1500. La leggenda racconta l’evento che si verificò nel preciso istante in cui Janello veniva alla luce: un fulmine squarciò il cielo per scaricarsi sull’orologio del Torrazzo.
Come a presagire che quel neonato sarebbe stato indissolubilmente collegato al funzionamento degli orologi.
A quel tempo era mitico l'Astrario di Giovanni Dondi, ma il Torriani, su commissione di Carlo V, costruì il più complesso orologio planetario della storia mosso da circa 1800 componenti meccaniche chiamato Microcosmo. Fu infatti lui ad inventare la prima fresatrice per la costruzione delle ruote dentate. L’impresa richiese più di vent'anni per la progettazione e tre per la costruzione.
Non si tirava indietro davanti a nessuna sfida, neppure a ciò che pareva a tutti impossibile, come il sollevare le acque del Tago sino alla sommità dell’Alcazar di Toledo. Costruì infatti per il Re di Spagna la prima macchina ciclopica della storia che elevava acqua per cento metri di altezza (quasi come il Torrazzo di Cremona) portando 18 mila litri di acqua al giorno al castello reale lungo un percorso di 300 metri.
La fama di Torriani lo portò a partecipare alla riforma gregoriana del calendario: nessuno come lui conosceva la perfezione del tempo.

Info Mostra: www.mostratorriani.it

Ufficio stampa
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. 049.663499
(referente: Roberta Barbaro email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

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TIZIANO RUBENS REMBRANDT. L’immagine femminile tra Cinquecento e Seicento. Tre capolavori dalla Scottish National Gallery di Edimburgo

Treviso, Museo di Santa Caterina
Dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017
Mostra curata e ideata da Marco Goldin

Comunicato Stampa

Tre capolavori di Tiziano, Rubens, Rembrandt
a comporre un omaggio personale di Marco Goldin ai visitatori
della grande mostra sulla Storia dell’impressionismo.
Per festeggiare i primi 20 anni di Linea d’ombra.

Accanto ai capolavori riuniti al Museo di Santa Caterina nella grande mostra sulla Storia dell’impressionismo, senza alcun costo aggiuntivo, i visitatori potranno godere di una piccola, superba mostra dossier composta da sole tre, eccezionali, opere.

Con Tiziano Rubens Rembrandt. L’immagine femminile tra Cinquecento e Seicento, Marco Goldin ha inteso offrire un suo personale omaggio e ringraziamento a chi, e sono oltre dieci milioni, ha visitato le mostre promosse da Linea d’ombra nei vent’anni di attività che si compiono proprio in occasione del grande ritorno del critico nella sua Treviso.
La mostra è promossa Linea d’ombra e Comune di Treviso – con la fondamentale partecipazione di Segafredo Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor, Generali come Special sponsor e Pinarello come sponsor partner.

Le tre tele, raffiguranti la Venere che sorge dal mare di Tiziano, il Banchetto di Erode di Rubens e Una donna nel letto di Rembrandt, provengono tutte dalla Scottish National Gallery di Edimburgo.

Non si tratta solamente di tre capolavori che brillano per oggettiva bellezza. Ma sono tre capolavori scelti da Marco Goldin perché rinviano, in modo preciso, al contenuto della mostra sulla Storia dell’impressionismo. Tiziano, Rubens, Rembrandt, proprio nel loro lavoro sulla figura femminile, hanno influenzato in modo evidente alcuni tra gli artisti francesi dell’Ottocento.

Come sempre nelle scelte di Goldin, a pesare assieme alla conoscenza sono due sentimenti: passione ed emozione. Anche in questo caso, davvero per lui “speciale”.

Per il ritorno nella sua città, Goldin non poteva non proporre un omaggio a Tiziano. A Treviso, nella Cappella Malchiostro del Duomo, è conservata l’Annunciazione dipinta dal maestro cadorino attorno al 1520, forse entro il 1523.

“Cercavo – annota Goldin - un segno nella mia città, per ricominciare. L’avevo trovato nel ricordo di questa grande tavola, nella quale la Madonna si dispone quasi timorosa, compresa nel segreto dell’anima, davanti all’angelo annunciante.
Allora ho pensato a come avrei potuto ricominciare da qui, da quel rosso della veste che si spande nello spazio reso spirito. Da quell’immagine di donna all’aprirsi del Cinquecento.
Ci ho pensato per un po’ e alla fine ho deciso. Avrei chiesto qualcosa, per i vent’anni di Linea d’ombra, come un regalo di compleanno, a uno dei musei che tra i primi mi diedero fiducia al tempo delle iniziali mostre di carattere internazionale proprio a Treviso: la Scottish National Gallery di Edimburgo. Ma non qualcosa tolta a caso da quella straordinaria collezione, una delle maggiori in Europa. Avrei chiesto al suo direttore di prestarmi tre straordinari capolavori, perché avevo in mente di creare, accanto alla vasta mostra sulla Storia dell’impressionismo, un breve percorso che si attaccasse da un lato al mio segno, e sogno, tizianesco nella cappella Malchiostro in Duomo e dall’altro al mio desiderio di raccontare l’immagine femminile nella pittura prima degli impressionisti. Ma con pittori che per gli impressionisti avessero avuto un senso.
E dapprincipio quindi − non poteva essere che così − quel dipinto di Tiziano che, se andate a Edimburgo, campeggia sulla copertina del libro con i capolavori del museo. E’ la Venere che sorge dal mare, da lui realizzata, guarda caso, negli stessi momenti in cui il canonico Broccardo Malchiostro gli commissionava l’Annunciazione del Duomo di Treviso. Quale migliore occasione, quindi, di legare un Tiziano che da secoli sta in città a una celeberrima tela che soltanto nel 2003 il museo di Edimburgo ha acquistato dalle favolose collezioni del Duca di Sutherland? Legare, nella visione tizianesca del mondo femminile, l’immagine sacra e spirituale di Maria con l’altra immagine, quella di Venere che sorge dall’acqua entro i confini di una bellezza diversa.
Ma poi la storia doveva proseguire con il Banchetto di Erode (1635/1638) di Rubens e Una donna nel letto (1647) di Rembrandt.
Il mio desiderio non era quindi solo quello di poter esporre, come “capolavori ospiti”, tre dipinti celeberrimi nell’intera storia dell’arte, ma anche, e soprattutto, comprendere poi i moti di anticipazione del ritratto femminile degli impressionisti, da Manet a Renoir a Fantin-Latour. Oppure quanto Rembrandt fosse interessato a Van Gogh. Ritratto femminile appunto compreso nella grande mostra sulla Storia dell’impressionismo.
A cominciare infatti da Tiziano − e il quadro con la Venere che sorge dal mare lo esprime con tutta la chiarezza possibile − grande fu l’influenza di questi artisti sui pittori francesi del XIX secolo, nel momento in cui si trovarono a dipingere ritratti e figure.
Sarà quindi, questa piccola ed esaltante mostra dossier, l’occasione per ulteriormente approfondire una delle questioni più affascinanti della pittura di tutti i tempi”.

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DA GUTTUSO A VEDOVA A SCHIFANO. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento

Treviso, Museo di Santa Caterina
Dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017
Mostra ideata e curata da Marco Goldin

Comunicato Stampa

55 artisti per 55 anni di storia della pittura in Italia.
In mostra a Treviso, a Santa Caterina


Da Guttuso a Vedova a Schifano. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento (Treviso, Museo di Santa Caterina, dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017) propone un percorso − attraverso la selezione di 55 importanti autori nati tra il secondo e il quarto decennio del XX secolo − della pittura italiana dall’anno che segue la chiusura della Seconda guerra mondiale per giungere precisamente all’anno 2000.

Da Guttuso a Vedova a Schifano. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento affiancherà, nel museo trevigiano, la grande mostra sulla Storia dell’impressionismo e la raffinata mostra dossier sul “femminile” con opere di Tiziano, Rubens e Rembrandt.
L’esposizione è promossa Linea d’ombra e Comune di Treviso – con la fondamentale partecipazione di Segafredo Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor.

“Non la pura nozione di figurazione o astrazione o informale in questa mostra - anticipa Goldin. Pur se, ovviamente, a queste categorie la pittura italiana del secondo Novecento si è appoggiata. E l’esposizione ne traccia una pur utile comprensione. Ma il desiderio, quanto aperto, di un racconto che tenga insieme, perché gli anni furono gli stessi, l’opera di Guttuso con quella di Afro, quella di Music con quella di Turcato. Oppure quella di Zigaina con quella di Tancredi, quella di Ferroni con quella di Vedova. O ancora, quella di Guccione con quella di Novelli, quella di Schifano con quella di Ruggeri. Sono solo alcuni dei nomi celebri che fanno la gloria di questa lunga storia, che solo per dire di altri va da Morlotti a Scialoja, da Birolli a Pizzinato. E poi da Dorazio a Vespignani, da Bendini a Francese. E ancora da Olivieri a Sarnari, da Ruggero Savinio a Lavagnino. Un’occasione utilissima perché la pittura sia un racconto che si faccia storia. Senza paura di essere. Occasione che si disporrà come una sorta di tavola sinottica dal 1946 all’anno 2000. Per ognuno di questi anni - ecco dunque perché nel sottotitolo della mostra ho evocato il filo della pittura che si dipana - sceglierò un artista che con una sua opera importante rappresenterà quella data precisa. Alla fine a uscirne sarà, fino in fondo, un racconto che illustrerà il mezzo secolo considerato”.

“In occasione dei vent’anni dalla nascita di Linea d’ombra, non poteva mancare – continua il critico - una mostra sul secondo, grande tema che ha accompagnato molte rassegne da me curate e che hanno visto, appunto, Linea d’ombra quale veicolo organizzativo. Si tratta dello studio, sostanziato anche da decine e decine di cataloghi e libri, sulla pittura italiana del Novecento, e soprattutto quella della seconda parte del secolo.

Come sempre mi è capitato in tutti questi anni, non sarà la categorizzazione della pittura né la suddivisione insistita per generi a guidarmi. Quanto desidero emerga, all’insegna della libertà del racconto, è la comprensione di una ricchezza straordinaria che la pittura italiana ha avuto in quei decenni. Molto spesso, e certamente dopo lo spartiacque del Sessantotto, sommersa da ismi solo teoricamente più moderni, fino a quando, già nel nuovo secolo, la pittura è sembrata scomparire a favore di una diversa, e molto più evaporante, interpretazione non del reale ma dell’effimero trasformato in vacuissima arte.
La lingua che invece questa mostra vuole dire, è quella della compatibilità tra il quotidiano e una nota eterna e infinita che giunge ancora a noi dalla nobiltà della pittura antica. Senza che essa possa essere preda di alcun passatismo nostalgico. O diventare penoso substrato ideologico di reduci - i pittori - male in arnese e livorosi rispetto al corso diverso delle cose. Invece gioia di mostrare la bellezza, per riflettere non sulla resistenza di alcunché, né su una nostalgia da signorina Felicita. Invece riflettere sulla persistenza di quella poesia che si apre al mondo per la via di un segreto e di un mistero.”

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MERAVIGLIE DELLO STATO DI CHU

Museo Nazionale Atestino di Este (PD), Museo Archeologico Nazionale,di Adria (RO), Museo d’arte orientale di Venezia

Dal 13 marzo al 25 settembre 2016
• Museo Nazionale Atestino di Este (PD)
• Museo Archeologico Nazionale di Adria (RO)
• Museo d’arte orientale di Venezia

Ideazione e organizzazione: Cultour Active
Coordinamento: Vincenzo Tinè, Daniele Ferrara, Simonetta Bonomi (MiBACT)
Curatori: Adriano Madaro e Wang Jichao
Promotori del progetto:
Comune di Este, Comune di Adria
MibacT - Polo Museale del Veneto e Soprintendenza Archeologia del Veneto
Con il contributo di: Fondazione Ca.Ri.Pa.Ro. e Regione del Veneto

Per la prima volta in Europa le testimonianze e la storia dell’antica civiltà dello Stato di Chu.
Due storie parallele nel tempo ma che si avverano a più di 8 mila chilometri di distanza: nelle antiche terre dei Veneti, tra Po e Adige, e lungo le sponde del Fiume Azzurro, in quella che poi sarà la Cina.

In questi fertili territori, nel millennio che precede l’era cristiana, si affacciano alla storia due grandi civiltà, capaci di proporre manufatti di straordinaria raffinatezza e di accogliere il meglio della cultura locale e dei popoli contemporanei.
Civiltà che diventeranno parte integrante e costituente di realtà molto più potenti: l’Impero Romano nel caso dei Veneti, il regno di Qin per il futuro Celeste Impero.

Un accordo tra Italia e Cina, e più precisamente tra Veneto e la Provincia cinese del Hubei, consente per la prima volta in Europa di scoprire le testimonianze, davvero magnifiche, della civiltà dell’antico Regno. Come, successivamente, una Mostra allestita al Museo Provinciale del Hubei, consentirà ai cinesi di avvicinarsi alla grande storia che precedette di secoli la nascita di Venezia.

A rendere del tutto eccezionale questo progetto (promosso, per parte italiana, dai Comuni di Este e di Adria, dalla Soprintendenza Archeologia del Veneto, dal Polo Museale del Veneto, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione del Veneto) è l’esposizione dei “reperti ospiti” dal Museo Provinciale del Hubei accanto alle coeve testimonianze territoriali esposte nei Musei Nazionali Archeologici di Este e di Adria, sedi delle mostre.

Nato come piccolo regno militare, Chu si espanse al punto da diventare, sul finire del Periodo delle Primavere e degli Autunni (770 - 454 a.C.), una vera e propria potenza e visse il suo momento di massimo splendore nel successivo Periodo degli Stati Combattenti (453 - 221 a.C.).

L'impressionante qualità e stato di conservazione di reperti archeologici rinvenuti nella provincia di Hubei, cuore dello stato di Chu, in uno straordinario contesto archeologico di recente scoperta, testimonia come la supremazia del regno fosse culturale, prima ancora che militare.
Armi e giade che rappresentano i due punti estremi dello Stato di Chu: la supremazia terrena attraverso la guerra e il consenso celeste attraverso l'offerta del bene più prezioso.
Bronzi rituali ding e dui, indicatori della ricchezza e del prestigio della classe nobile. La loro forma, le fantasiose cesellature e le iscrizioni votive sottolineano la grande abilità degli artigiani di Chu, in continuità con la gloriosa tradizione dei bronzi Cinesi fin dalla più profonda antichità.
Lacche straordinarie sono tra gli oggetti più sorprendenti, solo se si pensa che esse sono di legno e che grazie alla laccatura ci sono giunte pressoché intatte dopo oltre due millenni e mezzo.
Persino strumenti musicali, parte di vere e proprie orchestre, sono segno di una padronanza dell’arte musicale senza eguali al mondo nel V secolo a.C. Le campane di bronzo niuzhong e yongzhong costituiscono senza dubbio i reperti più identificati con la cultura dell'epoca. La loro forma del tutto originale e la speciale lavorazione oltre a farne oggetti d'arte in sé sono espressione di eccezionali sperimentate conoscenze nel campo della musica.

La morfologia del vasellame rituale della Cina antica fornì il modello di riferimento per i contenitori bronzei dei secoli successivi. L’interazione con il passato è un tratto distintivo dell’immaginario intellettuale e artistico della cultura cinese. Durante la più tarda dinastia Qing (1644-1911) vennero infatti riproposti ding, guang, jué e i motivi decorativi che caratterizzavano i vasi tradizionali più antichi, sebbene arricchiti da maggior varietà esornativa e coloristica grazie al gioco di incrostazioni in oro e argento. Presso il Museo d’arte orientale di Venezia si conservano bronzi Qing che riprendono le antiche forme e testimoniano il gusto collezionistico della corte e dell’aristocrazia del XVIII e XIX secolo.

Dai corredi funerari di alcune tombe nobiliari, la direzione del Museo provinciale del Hubei nella città di Wuhan, ha scelto reperti di particolare interesse e bellezza che vanno a formare il "corpo" di questa Mostra, suddivisa in tre sedi, ma di concezione unica. Con l’organizzazione di Cultour Active, per la prima volta una Mostra di tesori archeologici sarà completamente rivisitata integrando l’allestimento espositivo in modo dinamico, multimediale e coinvolgendo il pubblico in un’esperienza multisensoriale.

Ufficio Stampa
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
Tel. 049663499
Referenti
Roberta Barbaro – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
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I NABIS, GAUGUIN E LA PITTURA ITALIANA D'AVANGUARDIA

Dal 17 settembre 2016 al 14 gennaio 2017


Da mare a mare, anzi da Oceano a Laguna, lungo percorsi che si sono dipanati, intrecciati, fusi in giro per tutta l’Europa. Questa è la grande avventura d’arte che descrive l’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli ha deciso, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, di raccontare al pubblico di Palazzo Roverella, a partire dal 17 settembre 2016.

Già il titolo “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia” offre l’idea di un percorso di colore e di emozioni; unitario eppure variegato, fitto di storie che sono diventate leggende, anticipatore di tendenze e di mode. E non solo nel campo dell’arte.

Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi “isole” e tanto, tanto colore. Sarà una mostra di emozioni. E di storie intense. Storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca del valore purificatore dell’acqua e degli elementi naturali.

A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni.

Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità, nella vita così come nell’arte. Una semplicità fortemente creativa, decantata dai fumi tardo-impressionisti, tesa all’essenziale. Profeti di un nuovo che attingeva ad un primigenio, all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura essi cercavano anche di coglierne i significati simbolici nascosti.

Il linguaggio espressivo e antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo assai in voga nell'Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri. 
Su tutti spicca l'esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Fu una stagione straordinaria: essa segnò davvero la nascita dell'arte moderna. Liberi dal naturalismo e dalla 'imitazione' della realtà, i Nabis crearono un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all'essenziale (donde la definizione di Sintetisti per un gruppo di loro). Da questa visione uscirà l'esperienza dei Fauves e via via sino all’Art Nouveau, all'Espressionismo e all’astrazione.

Questi stimoli innovativi contaminarono l’Europa, senza tralasciare l’Italia. Ed è proprio sul versante nazionale che si concentra la seconda parte di questa magnifica rassegna.

La “stagione bretone” dell’arte italiana tra gli anni ’80 dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo è ben individuabile. La si incontra in diversi artisti, o meglio in precise fasi della loro produzione.
Sono pittori che in molti casi hanno vissuto a Parigi e che nella capitale francese, o comunque oltralpe, hanno acquisito caratteri e cadenze linguistiche di inequivocabile qualificazione gauguiniana a Pont–Aven. 

Non a caso la rassegna continua con Gino Rossi e la sua Burano. Rossi, uomo e artista pregno di illuminazioni e di tenebre, “straordinario campo di forze, di polarita’, di tensioni, di urgenze e di riflessioni”. E, con lui, il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Ca' Pesaro.

Gauguin e Rossi, due storie lontanissime eppure vicine: il primo conquistato, catturato e tragicamente sedotto dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato in un fulminante itinerario sin dentro i gironi d’inferno di un manicomio di provincia.
Eppure capaci, entrambi, di una pittura dove la semplicita’ è purezza primigenia e insieme ingenuita’, affinamento alchemico e traduzione di un pensiero filosofico cristallino, lucido e tragicamente fragile.

L'ultima parte della rassegna è un grande capitolo dedicato agli eredi di questo universo artistico. Il Sintetismo, calato nella nuova sensibilità borghese e moderna grazie a protagonisti come Paul Sérusier, Émile Bernard, Paul Elie Ranson, Maurice Denis e gli svizzeri Cuno Amiet e Felix Vallotton (presenti in mostra con celebri capolavori), vive una stagione straordinaria anche in Italia: Felice Casorati, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di SanPietro, Mario Cavaglieri. 
Sarà una scoperta per molti poter leggere sotto una nuova luce e grazie a un insolito e rivelatore punto di vista opere e artisti in grado di affacciarsi senza complessi d'inferiorità sul palcoscenico dell'arte mondiale in anni di rivoluzionarie esperienze culturali e morali.
Info: www.palazzoroverella.com

Relazioni con i media: 
dott.ssa Alessandra Veronese – Responsabile
dott. Giovanni Cocco
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
Telefono: 049 8234800 

Ufficio Stampa: STUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo 
Tel. 049 663499; www.studioesseci.net; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., referente Simone Raddi

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DOMON KEN PORTA IL GIAPPONE ALL'ARA PACIS

Roma - A servirla su un piatto d'argento è il programma che celebra il 150° anniversario del primo Trattato di Amicizia e Commercio, firmato il 25 agosto 1866, tra Italia e Giappone, per dare inizio ai rapporti diplomatici tra i due Paesi. In quest'ambito nasce la la mostra "Domon Ken. Il Maestro del Realismo Giapponese" che nel Museo dell'Ara Pacis, anche se risulta incredibile, allestisce la prima mostra monografica mai realizzata fuori dai confini giapponesi su uno dei padri della cultura nipponica contemporanea.

Attraverso un corpus monumentale di circa 150 fotografie, in bianco e nero e a colori, scattate tra gli anni Venti e gli anni Settanta del Novecento, l'esposizione nuota come una carpa tra le correnti agitate del secolo attraversando le due Guerre e tirando ancoraggi tra fotogiornalismo e fotografia di propaganda per poi immergersi negli abissi del dramma di Hiroshima a cui Domon Ken rispose come ad un dovere umanitario inclinando le sue cronache verso un realismo sociale e costruendo nel suo reportage la prima grande opera moderna del Giappone.

Il percorso, curato dalla professoressa Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’Arte dell’Asia Orientale all’Università degli Studi di Milano e dal Maestro Takeshi Fujimori, direttore artistico del Ken Domon Museum of Photography, racconta per tematiche di come il maestro tracciò in tal modo un solco nella storia della fotografia giapponese del dopoguerra aprendo la via del realismo e posando la pietra su cui edificare la produzione fotografica dei decenni a seguire.

Con un atteggiamento neutrale, Domon Ken depurò le sue istantanee da ogni drammaticità allo scopo di restituire una sintesi cristallina e diretta della connessione tra macchina e soggetto. E i suoi soggetti li andò a cercare nella vita quotidiana, osservando la società, le sue spinte, le sue tradizioni, a testimoniare "i destini della gente, la rabbia, la tristezza, la gioia del popolo giapponese”.

di Ludovica Sanfelice

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L'ARTISTA JR FA SPARIRE LA PIRAMIDE DEL LOUVRE

Mondo - Capiterà di notare un particolare affollamento davanti alla Piramide del Louvre in questi giorni, tenete presente che non si tratta della coda per accedere al Museo. Qui ci si dispone ordinatamente in fila per scattare una foto e testimoniare la scomparsa improvvisa dell'iconica struttura in ferro e vetro progettata da Ieoh Ming Pei e inaugurata nel 1989.

In realtà la Piramide è stata solo nascosta, incartata dallo street artist JR (su Twitter @JRart) in una colossale illusione ottica che ne camuffa la presenza in pieno giorno. Il fotografo graffitaro, su invito del Louvre, ha infatti creato una stupefacente installazione collage avvolgendo integralmente il monumento in una maxi fotografia che riproduce l'immagine del palazzo del Louvre confondendo la struttura con lo sfondo alle sue spalle.

L'opera dall'esotico scheletro, quando fu ideata e collocata nello spiazzo antistante il Museo, come spesso accade (non si sa il polverone che si levò per il Pompidou), divenne oggetto di scherno, polemiche e secchi rifiuti, ma poi, come altrettanto spesso succede, nel corso degli anni ha finito per assumere il carattere nobile di un classico divenendo simbolo di Parigi e dell'intero complesso museale. L'artista, come un prestigiatore, gioca con quella tempestosa accoglienza ed evoca attraverso il ricordo e la fantasia le sembianze che il Louvre avrebbe in sua assenza.

C'è tempo fino al 27 giugno per ammirare l'incantesimo.

 

di Ludovica Sanfelice

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LE IDEE DI SOL LEWITT IN MOSTRA A MILANO

DAL 24 MAGGIO AL 25 NOVEMBRE 2016
Milano - Sol LeWitt, padre di quell'arte concettuale in cui l'idea trionfa sull'esecuzione, sarà protagonista a Milano di un'esposizione che tra gouache, acquerelli e disegni, presenterà 34 opere su carta e tre progetti per i celebri Wall Drawings che caratterizzano la sua produzione.

Proprio i Wall drawings, poi realizzati dai suoi assistenti, costituiscono un'espressione formidabile dell'arte LeWittiana e del ruolo secondario assegnato all'oggetto e alla realizzazione rispetto al primato dell'idea. Lo sviluppo per quanto complesso è in effetti una conseguenza del pensiero.

La visione rigorosa e molto schematica che l'artista americano aveva dell'opera e il dialogo ingaggiato con la mente del suo pubblico piuttosto che con le sue emozioni saranno dunque il terreno su cui spiegherà il volo la ricognizione dello Studio Giangaleazzo Visconti a Milano che dal 24 maggio, inseguendo le lineei, le geometrie, i volumi, le curve e i moduli di Lewitt risalirà dal rettangolo di Folded Paper (1971) fino alle grandi figure di solidi irregolari di Geometric Figures (1997) che nell’uso astratto e matematico del colore stabiliscono rapporti con la pittura di Piero della Francesca, per concludere con le ondulazioni e i grovigli gettati come fondamenta alla base di interventi pubblici per l’Ambasciata Americana alla Porta di Brandeburgo a Berlino o per la Metropolitana di Napoli.

di Ludovica Sanfelice

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MARCHI E LOGHI AI TEMPI DELL'ANTICA ROMA

DAL 13 MAGGIO AL 20 NOVEMBRE

Roma - Quando si parla di loghi, marchi e firme l’associazione spontanea conduce ad un sistema produttivo e culturale dell’era moderna. La necessità di siglare la merce e gli oggetti con un segno d’identità ha però radici molto più antiche. Lo racconta la mostra “MADE in Roma. Marchi di produzione e di possesso nella società antica” che dal 13 maggio al 20 novembre richiamerà al Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano preziose testimonianze della pratica di marcare con signa manufatti, derrate e persino persone se pensiamo ai soldati o agli schiavi.

Avvalendosi di prestiti di musei come l’Archeologico di Aquileia, il Römisch-Germanisches Museum di Colonia, e l’Arheološki muzej di Spalato la mostra esplorerà il sistema di simboli che caratterizzò i commerci nel periodo della Pax augustea quando le diverse regioni dell’Impero espansero e regolarono gli scambi all’interno di un’organizzazione comune.

Con l’ausilio di apparati multimediali e un calendario di attività didattiche, la mostra illustra la natura industriale del marchio, il suo carattere identificativo, il suo valore in termini di memoria, il suo impiego nella guerra. Senza lasciarsi sfuggire l’occasione, nella sezione conclusiva, di spiegare come il concetto di marchio sia giunto ai giorni nostri.

di Ludovica Sanfelice

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/notizie/roma/marchi-e-loghi-ai-tempi-dell-antica-roma-11737

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I BIZZARRI PERSONAGGI CHE POPOLAVANO LA CORTE MEDICEA IN MOSTRA A PALAZZO PITTI

Firenze - La Galleria Palatina apre la botola dei suoi depositi sciogliendo le briglie di un chiassoso gruppo di buffoni, villani, nani e comici. Figure marginali, grottesche e silvane cariche di gioiosa malinconia venute a raccontare gli aspetti meno nobili e fuor d'etichetta della vita sociale e di corte.

Attraverso la pittura e la scultura di genere tesa a ritrarre il rovescio della medaglia, spesso con intenzioni morali o didascaliche, si spalanca una finestra su un universo variopinto, bizzarro e ludico popolato di personaggi che si muovevano al seguito di granduchesse e principesse. Un tema ricorrente nelle collezioni medicee adesso raccolto in un percorso allestito nell'Andito Palazzo Pitti fino all'11 settembre e in un secondo itinerario tracciato nel Giardino di Boboli dove dove si assiepano sculture curiose come la fontana del Cioli con il suo nano Barbino a cavallo di una tartaruga.

Oltre ai lavori conservati nei depositi citati la mostra a cura di Anna Bisceglia, Matteo Ceriana e Simona Mammana conterà su contributi della Galleria delle Statue e delle Pitture di Firenze radunando una trentina di opere del Seicento e del Settecento metà delle quali restaurate in occasione dell'esposizione e firmate anche da artisti di notevole caratura come Giambologna, Suttermans, Gabbiani e Bronzino.

di L. Sanfelice

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/notizie/firenze/i-bizzarri-personaggi-che-popolavano-la-corte-medicea-in-mostra-a-palazzo-pitti-11761

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GIANNI BERENGO GARDIN. "VERA FOTOGRAFIA". REPORTAGE, IMMAGINI, INCONTRI

Dal 19 Maggio 2016 al 28 Agosto 2016
ROMA
LUOGO: Palazzo delle Esposizioni

CURATORI: Alessandra Mammì, Alessandra Mauro

ENTI PROMOTORI:
Roma Capitale
Azienda Speciale Palaexpo
In collaborazione con Contrasto e Forma Fotografia

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 12,50, ridotto € 10, ridotto 7/18 anni € 6, gratuito fino a 6 anni, scuole € 4 per studente con prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole. Ingresso gratuito per gli under 30 il primo mercoledì del mese dalle 14 alle 19

SITO UFFICIALE: http://www.palazzoesposizioni.it

COMUNICATO STAMPA:
"Vera fotografia” intende ripercorrere la lunga carriera di Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure 1930), il fotografo che forse più di ogni altro ha raccontato il nostro tempo e il nostro paese in questi ultimi cinquant'anni. La sua vita e il suo lavoro costituiscono una scelta di campo, chiara e definita: fotografo di documentazione sempre, a tutto tondo e completamente.

In mostra saranno esposti i suoi principali reportage. Accanto alle celebri immagini, ve ne saranno altre poco viste, addirittura inedite in modo da offrire nuove chiavi di lettura per comprendere il suo lavoro e, attraverso questo, il ruolo di visione consapevole della realtà che una “vera fotografia” può offrire.
Essere fotografi per Berengo Gardin significa assumere il ruolo di osservatore e scegliere un atteggiamento di ascolto partecipe di fronte alla realtà, così come hanno fatto i grandi autori di documentazione del Novecento. In questi anni, del resto, l’autore è stato sempre in prima linea per raccontare, come avrebbe detto il sociologo e fotografo statunitense, Lewis Hine, quel che doveva essere cambiato, quel che doveva essere celebrato. Con la sua macchina fotografica si è concentrato a lungo soprattutto sull’Italia, sul mondo del lavoro, la sua fisionomia, i suoi cambiamenti, registrati come farebbe un sismografo. Oppure sulla condizione della donna, osservata da nord a sud, cogliendo le sue rinunce, le aspettative e la sua emancipazione. O sul mondo a parte degli zingari, cui l’autore ha dedicato molto tempo, molto amore e molti libri. “Quando fotografo - ha detto Berengo Gardin - amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, ma insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Quando devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dov’è e com’è fatto un paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è quello; si tratta di un percorso logico, normale, buono per scoprire un villaggio ma anche, una città, una nazione. Buono per conoscere l’uomo”.

Rispettando la successione temporale dei reportage realizzati nel corso della lunga carriera di Berengo Gardin, la mostra sarà divisa in sei ampie sezioni intrecciate tra loro in un unico percorso: Venezia; Milano e il lavoro; Manicomi, zingari e foto di protesta; Italia e ritratti; Le donne; Visioni del mondo: paesaggi e Grandi Navi.

Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentata le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). Contrasto ha pubblicato di recente Il libro dei libri (2014) che raccoglie tutti i volumi realizzati dal maestro della fotografia (oltre 250), Manicomi (2015) e Venezia e le grandi navi (2015). L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/calendario-arte/roma/mostra-gianni-berengo-gardin-vera-fotografia-reportage-immagini-incontri-27687

 

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I TESORI DELLA FONDAZIONE CASSA DI RISPARMIO DI PERUGIA E IL CARAVAGGISMO NELLE COLLEZIONI DI PERUGIA

Dal 20 Marzo 2016 al 20 Novembre 2016
PERUGIA
LUOGO: Palazzo Lippi Alessandri
CURATORI: Francesco Federico Mancini
ENTI PROMOTORI:
Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia
Fondazione Carlo Colaiacovo
Comune di Perugia
COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 075. 5724563
E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
SITO UFFICIALE: http://www.fondazionecariperugiaarte.it/

COMUNICATO STAMPA:
Questa esposizione “"I Tesori della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e il caravaggismo nelle collezioni di Perugia”", marca i venti anni di collezionismo d'arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e propone quanto, in tema di opere d’arte, è stato da essa acquisito.
Si tratta di oltre 50 dipinti di grande rilievo rappresentativi non solo delle esperienze artistiche che si affermano in Umbria nell’arco di quattro secoli, dal Trecento al Settecento, ma anche di altri aspetti della cultura figurativa italiana dal Rinascimento al Barocco.

Presentata nelle stesse date e nello stesso spazio espositivo, è la mostra dedicata al caravaggismo nelle collezioni di Perugia.

Una doppia occasione, quindi, per ammirare da un lato le opere più importanti della collezione d’arte della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia, dall’altro una mirata selezione di dipinti caravaggeschi appartenenti a collezioni pubbliche e private del capoluogo umbro.
Il tutto in un contesto d’eccezione collocato in pieno centro storico: il Palazzo Lippi Alessandri, acquistato e recentemente restaurato dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia.

A promuovere questo importante appuntamento è il Presidente della Fondazione Carlo Colaiacovo che ha affidato la curatala dell’evento a Francesco Federico Mancini, professore ordinario di storia dell’arte nell’Università di Perugia, il quale, per la parte relativa ai caravaggeschi, si è avvalso della collaborazione di Silvia Blasio, anch’essa docente nell’ Università di Perugia.

Il ricco patrimonio d’arte della Fondazione viene presentato in sette sezioni tematiche.

Il curatore ha scelto di iniziare con una selezione di paesaggi e nature morte. I dipinti vengono presentati nella luminosa sala ad arcate dove un tempo si svolgevano le operazioni bancarie della ex Cassa di Risparmio di Perugia che nel palazzo aveva sede. In questa prima sezione si trovano opere del perugino Pietro Montanini, dotatissimo allievo di Salvator Rosa, di Francesco Allegrini, piacevolissimo pittore lungamente operante a Gubbio, di Alessio De Machis, prolifico paesaggista attivo a Perugia negli ultimi anni del suo tormentato percorso biografico, di Nicola Giuli, anch’esso nativo di Perugia, specialista nel dipingere fiori, animali e nature morte.

La seconda sezione è dedicata ad alcune delle opere più prestigiose della collezione della Fondazione, espressione della pittura umbra del Rinascimento. La scuola perugina è richiamata da una Madonna con il Bambino di Pietro Perugino e da una Madonna con il Bambino e san Giovannino di Bernardino Pintoricchio. Una Madonna con il Bambino tra i santi Tommaso e Sebastiano di Matteo da Gualdo dà conto della superba qualità di questo eccentrico maestro del tardo Quattrocento, molto amato da Federico Zeri, mentre una drammatica Deposizione di Niccolò di Liberatore eseguita in collaborazione con il figlio Lattanzio si esprime nei toni accorati di una non dimenticata suggestione espressionista di impronta medioevale. Un Santo Stefano lapidato, eccelso lavoro di Luca Signorelli, sta infine a documentare gli importanti intrecci culturali che agli albori del Cinquecento attraversano l’Umbria rinascimentale.

La terza sezione riunisce, fra l’altro, sette opere di Gian Domenico Cerrini detto il Cavalier Perugino, un artista recentemente riscoperto grazie alla mostra monografica che dieci anni fa la Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia ha inteso dedicargli.

La quarta sezione presenta opere di grande formato di Federico Zuccari, di Ippolito Borghesi, di Cristoforo Roncalli detto il Pomarancio, di Giovanni Baglione, tutti artisti che, tra la fine del Cinquecento e gli inizi del Seicento, ebbero contatti con la realtà perugina ed umbra.

La quinta e la sesta sezione mettono in mostra le più recenti acquisizioni della Fondazione tra cui una Croce di Nicola di Ulisse da Siena, una Strage degli innocenti di Matteo di Giovanni, una Madonna con il Bambino di Perino del Vaga, una Croce del siciliano Pietro Ruzzolone, un intenso Omero del ticinese Pier Francesco Mola e un bel Autoritratto giovanile di Giovanni Baglione.

Omaggio al territorio è la settima sezione dedicata all’iconografia francescana. Essa trova il suo culmine in un bellissimo dipinto del Cerano e un piccolo San Francesco in meditazione di Giovan Francesco Barbieri detto il Guercino.

La progettazione della sezione "caravaggeschi" trae spunto dal fatto che in Perugia sono presenti opere di ottimo livello che in maniera diretta o indiretta si rifanno alla lezione di Michelangelo Merisi. Perno della sezione è costituito dal grande dipinto di Giusto Fiammingo, raffigurante La fuga del giovane nudo, già nella collezione Giustiniani di Roma, ora di proprietà della Galleria dei Gerosolimitani di via dei Priori a Perugia.
Accanto a questa tela vengono esposti i due magnifici Valentin de Boulogne della Galleria Nazionale dell'Umbria e una tela raffigurante I cinque sensi, di proprietà della Fondazione Orintia Carletti Bonucci che è copia antica tratta dal capolavoro di Valentin oggi nella Galleria Nazionale di Londra. La Fondazione Carletti Bonucci è inoltre proprietaria di due quadri del cosiddetto Maestro di Baranello, un raro pittore di cultura caravaggesca che sente parallelamente il richiamo del classicismo primo-seicentesco. Anche queste tele saranno in mostra, unitamente a un bel San Giovanni della Fondazione Marini Clarelli Santi e a un dipinto attribuito allo Pseudo-Salini della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia (Collezione Marabottini). L'esposizione include infine tre dipinti provenienti dal collezionismo privato: uno attribuito a Paolo Guidotti, notevole per forza espressiva e incisività realistica, uno attribuito al Jan Janssens e uno, davvero intenso, raffigurante Dedalo e Icaro, ritenuto di Orazio Riminaldi. Dalla selezione delle opere suddette si comprende come il linguaggio di Caravaggio abbia influenzato svariate aree geografiche svolgendo un ruolo unificante non solo a livello nazionale.

Inaugurazione 20 marzo 2016
Orari:
dal martedì al venerdì, 15.30-19.30
sabato, 11-22; domenica, 11-20

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/calendario-arte/perugia/mostra-i-tesori-della-fondazione-cassa-di-risparmio-di-perugia-e-il-caravaggismo-nelle-collezioni-di-perugia-25379

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LA BELLEZZA RITROVATA. CARAVAGGIO, RUBENS, PERUGINO, LOTTO E ALTRI 140 CAPOLAVORI RESTAURATI

Dal 01 Aprile 2016 al 17 Luglio 2016
MILANO
LUOGO: Gallerie d'Italia

COSTO DEL BIGLIETTO: Intero 5 € | Ridotto 3 € | Visita guidata 10 € compreso microfonaggio + 3 € ingresso

TELEFONO PER INFORMAZIONI: 800 167619
E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

COMUNICATO STAMPA:
Un nuovo appuntamento alle Gallerie d’Italia che ha il carattere di un vero evento: La Bellezza Ritrovata. Caravaggio, Rubens, Perugino, Lotto e altri 140 capolavori restaurati.

Una mostra che è il frutto del progetto “Restituzioni” nato nel 1989, dapprima legato al territorio veneto, ma poi ampliatosi a tutta l’Italia: con il sostegno di Intesa Sanpaolo, capolavori che versano in condizioni precarie, selezionati dalle Soprintendenze del nostro Paese, vengono restaurati e restituiti alla collettività in tutta la loro bellezza.

Terminati gli interventi di restauro, le opere si espongono in mostre temporanee, così che il grande pubblico possa conoscerle ed apprezzare i risultati di tali interventi.

Nella preziosa cornice delle Gallerie d’Italia per più di tre mesi, 140 fra pitture, affreschi, mosaici, sculture, manufatti tessili, oreficerie tornati a nuova vita, faranno mostra di sé. Un viaggio lungo i secoli nella storia dell’arte, un percorso nelle diverse tecniche artistiche, un approccio alle metodologie di restauro. Fra i capolavori restituiti l’intenso ritratto del Cavaliere di Malta del Caravaggio e il trionfo barocco del Cristo Risorto di Rubens di Palazzo Pitti.

Inaugurazione: 31 marzo ore 16

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-la-bellezza-ritrovata-caravaggio-rubens-perugino-lotto-e-altri-140-capolavori-restaurati-25731

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DA LOTTO A CARAVAGGIO. LA COLLEZIONE E LE RICERCHE DI ROBERTO LONGHI

Dal 10 Aprile 2016 al 24 Luglio 2016

NOVARA
LUOGO: Complesso Monumentale del Broletto

CURATORI: Mina Gregori, Maria Cristina Bandera

ENTI PROMOTORI:
Comune di Novara
Regione Piemonte
Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi


COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 10, ridotto € 8.50, scuole € 4. Gratuito minori di anni 6, un accompagnatore per ogni gruppo, due accompagnatori per ogni gruppo scolastico, disabile e accompagnatore, guide turistiche, giornalisti accreditati
TELEFONO PER INFORMAZIONI: 199.15.11.21
E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
SITO UFFICIALE: http://www.mostralottocaravaggio.it/

COMUNICATO STAMPA:
Roberto Longhi (1890 – 1970) è una delle personalità più affascinanti della storia dell’arte del XX secolo. Ha contribuito in modo determinante alla conoscenza che oggi abbiamo dell’arte italiana, avendo dedicato la sua vita di studi e la sua passione intellettuale alla riscoperta del filone naturalistico che attraversa l’arte dei secoli passati, mettendo in evidenza tra gli altri la figura di Caravaggio, pressoché dimenticato nella storiografia ottocentesca.
La mostra che sarà aperta al pubblico dal 10 aprile al 24 luglio, nel complesso monumentale del Broletto di Novara, è idealmente guidata da Roberto Longhi, dal suo sguardo di conoscitore e dalla sua passione di collezionista. Con Roberto Longhi la mostra attraversa due secoli di pittura e si sofferma sui periodi e sulle scuole dell’arte italiana più studiate e spesso riscoperte proprio dal grande critico. Il percorso espositivo, organizzato in maniera cronologica e tematica, inizia con le opere del Cinquecento che sono riconducibili all’”Officina ferrarese” e prosegue con quelle di Lorenzo Lotto a cui sono accostati alcuni protagonisti del manierismo e della scuola veneta, per arrivare all’area prediletta – sia per gli studi di Longhi che per le opere della sua collezione presentate – quella del Caravaggio, dei suoi predecessori e dei suoi seguaci, per terminare infine con un gruppo di ritratti e mezze figure del Seicento tra le quali si nota una bellissima serie di Jusepe de Ribera. La scelta dei dipinti caravaggeschi mette in particolare evidenza l’importanza dei suoi precursori lombardi e veneti, tra i quali spicca la figura di Lorenzo Lotto. Come precocemente scrisse Longhi: “Lotto è un luminista immenso, che va oltre Vermeer von Delft […]. Specie la prima maniera luministica di Caravaggio […] può dirsi preparata, – certo oltrepassata – dal luminismo del Lotto. È un luminismo che si serve di una caratteristica luce radente e pure essenzialmente fissatrice di movimenti non scompositrice di essi, tale insomma da preludere al luminismo statico di Caravaggio”. (Longhi, Caravaggio, tesi di laurea, 1911, p. 30) 

Per ricostruire il percorso critico di Roberto Longhi nella riscoperta della “pittura della realtà” sono state selezionate opere particolarmente significative che riflettono l’originalità del pensiero dello studioso. Oltre a Lotto, Caravaggio e Ribera saranno in mostra, tra le altre, opere di Dosso Dossi, Amico Aspertini, El Greco, Lambert Sustris, Romanino, Saraceni, Borgianni, Fetti, Battistello Caracciolo, Valentin de Boulogne, Stom, Van Honthorst, Lanfranco, Mattia Preti, il Morazzone e il Cerano, con la Deposizione di Cristo del Museo Civico di Novara. Oltre ad alcuni prestigiosi prestiti esterni, il nucleo portante è rappresentato da quasi 50 dipinti appartenuti al grande storico dell’arte. Dipinti che con la loro storia attribuzionistica e con i tempi del loro ingresso nella raccolta rappresentano una vicenda capitale di riferimento per la critica attuale. 

“Da Lotto a Caravaggio. La collezione e le ricerche di Roberto Longhi” è curata da Mina Gregori e da Maria Cristina Bandera, Presidente e Direttore Scientifico della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi; è promossa dal Comune di Novara, da Regione Piemonte, da Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi con il sostegno di Compagnia di San Paolo, con il Patrocinio della Provincia di Novara, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca ed è organizzata dalla società Civita Mostre.

Il catalogo della mostra, edito da Marsilio, oltre alle schede critiche delle opere esposte, comprenderà alcuni saggi sulla personalità di Roberto Longhi e sugli artisti rappresentati in mostra, scritti dalle curatrici, da Cristina Acidini e Daniele Benati. La rassegna conterà infine su una audioguida messa a disposizione di tutti i visitatori e un suggestivo allestimento, progettato da Corrado Anselmi, che valorizzerà la ricchezza delle opere esposte nel contesto dell’antico Broletto di Novara.

Orario: Da martedì a domenica 9-19. La biglietteria chiude un’ora prima. Il 23 e il 24 aprile la mostra è aperta fino alle 20. La biglietteria chiude alle 18.30. Lunedì 25 aprile la mostra è aperta fino alle 19. La biglietteria chiude alle 17.30.

 

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/calendario-arte/novara/mostra-da-lotto-a-caravaggio-la-collezione-e-le-ricerche-di-roberto-longhi-26031

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E’ TEMPO DI STRADA

Antichi mestieri e giochi tradizionali di strada lungo la Via della Ghiara
Sabato 14 maggio, dalle ore 16.00 alle ore 20.00
Corso Garibaldi – Reggio Emilia

In linea con il tema di Fotografia Europea 2016 “Strade, viaggi, confini” l’evento intende raccontare, attraverso una rigorosa ricostruzione storica basata su fonti d’archivio, la storia di via della Ghiara, oggi corso Garibaldi. Il viale più bello della città, infatti, ha una passato ricco e interessante: l’antico alveo del Crostolo lentamente è stato trasformato in corso viario divenendo prima il cuore commerciale della città e poi, a partire dal ‘500, l’elegante vetrina per la nobiltà reggiana. Grazie alla presenza delle botteghe che rievocano gli antichi mestieri, delle postazioni dei giochi tradizionali e dei negozi che oggi come allora animano la via, sarà possibile ripercorrere, in un viaggio attraverso i secoli, i cambiamenti che in ogni epoca hanno interessato l’antichissima strada per rivivere a pieno questo centro di aggregazione e cuore pulsante della vita cittadina.

Saranno presenti lungo la via:
Antichi mestieri
Impagliatore di segiole, cestaio, falegname, calzolaio, arrotino, merlettaie, birocciaio, intagliatore e intarsiatore, lavorazione della lana, molitura del grano; osteria, angolo delle fole, giocattoli del passato.
ore 18.00 cottura della forma di Parmigiano Reggiano
(di fronte alla Bonifica)

Giochi tradizionali
Ferri di cavallo, tiro alla fune, barattoli, damigiana, gruviera, birilli, jenga gigante, anelli, pista delle biglie, tubo delle noci, carrom, paracadute, chiodi, freccette.

Negozi
erboristeria, fornaio, alimentari, ortofrutta, corniciaio, ottico, agenzia viaggi, gelataio.

Basilica della Madonna della Ghiara
Visite guidate condotte da Lucia Gramoli ed Elisa Bellesia               
Ritrovo sul piazzale della Basilica alle ore 15,45 - Inizio ore 16,00 e ore 16,30
(ingresso fino ad esaurimento posti)

Letture storiche su Marchino il sordomuto miracolato a cura di Carla Bazzani
Sala Convegni del Chiostro Minore della Basilica della Madonna della Ghiara
Corso Garibaldi, 44 - ore 17 e ore 17,30
(ingresso fino ad esaurimento posti)


Partecipa all’evento e alla nostra challenge fotografica su INSTAGRAM #tempodistrada
Per informazioni e comunicazione della propria partecipazione tel. 0522 44 44 46
l'evento non avrà luogo solo in caso di pioggia

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PIERO DELLA FRANCESCA. Indagine su un mito

Forlì, Musei San Domenico
Dal 13 febbraio al 26 giugno 2016

I Musei San Domenico di Forlì annunciano, a partire dal 13 febbraio, “Piero della Francesca. Indagine su un mito”.

Va subito detto che una mostra come questa non si è mai realizzata.

A rendere possibile il sogno è intervenuto, con la direzione generale di Gianfranco Brunelli un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, nel quale figurano, tra gli altri, Frank Dabell, Guy Cogeval, Fernando Mazzocca, Paola Refice, Neville Rowley, Daniele Benati, Ulisse Tramonti, James Bradburne, Marco Antonio Bazzocchi, Luciano Cheles, e Maria Cristina Bandera e Giovanni Villa.

Impresa difficile quella proposta a Forlì. Perché il riunire un nucleo adeguato di opere di Piero, artista tanto sommo quanto “raro”, è già operazione complessa.

Riuscire poi a proporre un confronto di questo livello con i più grandi maestri del Rinascimento, da Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Filippo Lippi, Fra Carnevale a Francesco Laurana tra gli altri, è operazione non semplice.

Così come è complesso il riuscire a documentare, riunendo sempre i veri capolavori, l’influsso di Piero sulla generazioni di artisti a lui successiva: Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e Bartolomeo della Gatta ma anche Giovanni Bellini.

Ma questa mostra, che già così sarebbe un evento storico, si spinge oltre, indagando il mito di Piero quando esso rinasce, dopo i secoli dell’oblio, nel moderno, nei Macchiaioli, Borrani, Lega, Signorini, ad esempio. Ma soprattutto per il fascino che la sua pittura ha su molti artisti europei: da Johann Anton Ramboux o Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury.

Poi gli echi pierfrancescani che risuonano in Degas e Seurat, nei percorsi del postimpressionismo, e tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes. La fortuna novecentesca dell’artista è affidata agli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, confrontati con fondamentali artisti stranieri come Balthus e Edward Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità.

Lo stesso Paolucci cita nel catalogo ufficiale della mostra: “A un certo momento, nella storiografia critica del Novecento, Piero della Francesca è sembrato la dimostrazione perfetta, antica e perciò profetica, di una idea che ha dominato a lungo il nostro tempo; di come cioè la pittura, prima di essere discorso, sia armonia di colori e di superfici”.

E’ l’affascinante rispecchiamento tra critica e arte, tra ricerca storiografica e produzione artistica nell’arco di più di cinque secoli a costituire il filo conduttore della mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito. Dalla fortuna in vita - Luca Pacioli lo aveva definito “il monarca della pittura” - all’oblio, alla riscoperta.

L’eterna immobilità dei solidi umani di Piero, di questi volti appena sfiorati da un’ombra di passione continua ad eternare le sue figure, innalzandole al di sopra del caos, della mediocrità, in una pace sovrannaturale che ce le mostra ancora oggi come rivelazioni.

La mostra è organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì.

Catalogo Silvana Editoriale.

Ufficio Stampa:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Tel 049.663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; www.studioesseci.net

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SENZA CONFINI. Le Icone di Steve McCurry

Pordenone, Galleria Harry Bertoia
Dal 28 febbraio al 12 giugno 2016

Una sezione inedita dedicata a quella unica ed incredibile realtà che è Cuba per attraversare con McCurry una vera e propria frontiera culturale e temporale prima dell’inevitabile cambiamento storico.
Cuba è il progetto più recente di McCurry, presentato a Pordenone in una prima assoluta, grazie alla straordinaria collaborazione di Jacob Cohen che ne ha reso possibile la realizzazione.
L'esposizione, a cura di Biba Giacchetti, è promossa e organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone in collaborazione con Sudest 57. L'evento è patrocinato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e gode del sostegno di Friuladria Crédit Agricole e di Coop Consumatori Nordest.
Percorsi assistiti a cura dell'Associazione Amici della Cultura.

Steve McCurry in 120 immagini e in video
alla Galleria Bertoia di Pordenone
Comunicato stampa

Senza Confini è la nuova retrospettiva di Steve McCurry dedicata alla città di Pordenone.
La selezione di immagini isolata nell'immenso archivio di McCurry e qui proposta, ha l'intento di offrire un viaggio simbolico attraverso i suoi 40 anni di fotografia per raccontarlo proprio come lo ha vissuto: Senza Confini, confini sfidati a costo della vita.
In Afghanistan nel '79 al seguito dei guerriglieri, primo a testimoniare l'importanza nevralgica di quel paese per il fragile equilibrio del mondo; la conseguente odissea dei rifugiati che gli ha valso forse lo scatto più celebre di tutti i tempi: Sharbat Gula, la mitica bambina afgana in grado di esercitare per 30 anni la medesima forza magnetica.
Flash appassionanti di storia del mondo, lunghi appostamenti in cerca dell'inquadratura perfetta, o incontri fortuiti che lasciano il segno nei suoi ritratti unici.
La carriera di McCurry è idealmente iniziata quando, vestito con abiti tradizionali, ha attraversato il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa.
Quando tornò indietro portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti. Quelle immagini che sono state pubblicate in tutto il mondo, sono state tra le prime a mostrare il conflitto al mondo intero. Il suo servizio ha vinto la Robert Capa Gold Metal of Best Photographic Reporting from Abroad, un premio assegnato a fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese.

McCurry ha poi continuato a fotografare i conflitti internazionali, tra cui le guerre in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo.
Concentrandosi sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano. Confini simbolici quindi, che McCurry nel tempo ha fatto svanire davanti ai nostri occhi, le etnie in via di estinzione, le diverse condizioni sociali, i modi più particolari di concepire i gesti più semplici: immagini che raccontano una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità.
“Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te” afferma in un video l’artista.
Anche per questo, in ogni scatto di Steve McCurry è racchiuso un complesso universo di esperienze e di emozioni e non è un caso se molte delle sue immagini, a partire dal ritratto di Sharbat Gula, sono diventate delle vere e proprie icone, conosciute in tutto il mondo
Senza Confini, nella sua installazione espositiva, mescolando tempi e luoghi, lascia il visitatore libero di muoversi e creare un suo personale percorso, e ritrovare le 50 icone più amate e commentate personalmente da McCurry nel catalogo, ma anche i progetti più recenti dedicati all'Africa, al Giappone alla Birmania dal 27 febbraio al 12 giugno, nei due piani della Galleria Harry Bertoia. 

Tra questi una sezione inedita che costituisce un corpo a sé, dedicata a quella unica e incredibile realtà che è Cuba per attraversare con McCurry una vera e propria frontiera culturale e temporale prima dell’inevitabile cambiamento storico.
Cuba è il progetto più recente di McCurry, presentato a Pordenone in una prima assoluta, grazie alla straordinaria collaborazione di Jacob Cohën che ne ha reso possibile la realizzazione.

L'esposizione, a cura di Biba Giacchetti, è promossa e organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone su progetto di Sudest 57. L'evento è patrocinato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e gode del sostegno della provincia di Pordenone, di Friuladria Crédit Agricole, di Coop Alleanza 3.0 e di GSM Gestione Servizi Mobilità di Pordenone.
Percorsi assistiti a cura dell'Associazione Amici della Cultura.

Nell’occasione della sua presenza in Italia Sabato 27 febbraio 2016, alle 10.00 al Teatro Cinema Miotto di Spilimbergo (per la speciale occasione concesso gratuitamente dall'Amministrazione Comunale di Spilimbergo, tra i soci maggioritari del CRAF), avrà luogo la cerimonia di consegna dell’International Award of Photography a Steve McCurry da parte del Presidente del consiglio regionale Franco Jacop l'International Award of Photography, XXIa edizione, alla presenza del Presidente della Fondazione Crup (che sostiene il premio) Lionello D'Agostini e della Presidente del Centro spilimberghese Lucia D'Andrea, con un intervento di Biba Giacchetti, referente di curatrice della mostra, per illustrare il percorso professionale di McCurry. Il premio, istituito nel 1996, è dedicato a personalità internazionali di chiara fama distintesi per l'impegno creativo, artistico, e culturale nella fotografia: tanto per citarne alcune tra quelle insignite in passato Frank Horvath, Peter Galassi, Henri Cartier-Bresson, Josef Koudelka, Alain Sayag, Uwe Ommer. Esso consta di una targa celebrativa e di un gioiello che il CRAF ha commissionato all'orafo artigiano Leo Zanin. Dopo la consegna dell'International Award, aperto al pubblico, il fotografo che risponderà alle domande preparate dagli studenti degli Istituti d'Arte del Friuli Venezia Giulia.


Orari mostra: mer - dom. 15.00 – 19.00

Info: Comune di Pordenone (+39) 0434 329916 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.comune.pordenone.it/galleriabertoia

Ufficio stampa nazionale
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Stefania Bertelli)

Ufficio stampa Comune di Pordenone 
tel. 0434-392924, Clelia Delponte, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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A TAVOLA. I COLORI DEL SACRO. 8^ Rassegna Internazionale di Illustrazione

Dal 20 febbraio al 26 giugno 2016
I Colori del Sacro, ottava edizione
Invita a condividere la tavola

A tavola. È questo il tema che caratterizzerà l’ottava edizione de I Colori del Sacro, la rassegna internazionale di illustrazione organizzata dal Museo Diocesano di Padova, in programma dal 20 febbraio al 26 giugno 2016.

“Per l’uomo è fondamentale – sottolinea Andrea Nante, direttore del Museo e coordinatore scientifico della manifestazione - tanto il cibo quanto l’atto stesso del condividerlo: la nuova edizione della rassegna vuole riflettere sulla tavola per affrontare quel luogo e quella situazione che apre alla relazione con gli altri, andando oltre al semplice nutrimento fisico.
Mi siedo a tavola per soddisfare un bisogno e per l’opportunità di incontrare e confrontarmi con l’altro.
La famiglia si siede a tavola e il gesto diventa occasione di racconto e dialogo. Gli amici si ritrovano allo stesso tavolo per il piacere dell’incontro e la condivisione del tempo. La degustazione di nuovi e vecchi sapori, la scoperta delle tradizioni dei commensali, la sperimentazione delle novità arricchiscono e predispongono alla conoscenza reciproca. Anche in ambito lavorativo, nella gestione degli affari, il momento conviviale è prezioso per suggellare contratti e chiarire situazioni, per festeggiare traguardi.
Attorno alla tavola si ritrova il mondo, ogni popolo con le sue tradizioni, colori e narrazioni. Ogni persona con le sue esperienze e differenze”.

A darne vita, segni e colori sarà il meglio dell’illustrazione: 60 circa, tra gli oltre 300 che hanno avanzato la propria candidatura, sono infatti gli artisti internazionali selezionati per produrre opere originali. Artisti provenienti da tutto il mondo che, nei modi più originali, hanno indagato ed esplorato il tema di questa edizione, nelle sue molteplici dimensioni. A conferma della presa e della attualità del tema proposto.
Molte sono le opere cariche di fascino e suggestioni, ora gioiose ora malinconiche, personalissime in taluni casi, testimonianze di vissuti familiari, accanto ad interpretazioni del concetto di comunanza universale. Un vasto caleidoscopio di forme, colori e declinazioni che riflette - peculiarità della rassegna – la meravigliosa complessità e ricchezza immaginativa che scorre nel mondo.

Il ricco e coloratissimo catalogo della mostra raccoglierà, tra gli altri, interventi dello chef tre stelle Michelin Massimiliano Alajmo e del critico gastronomico Edoardo Raspelli, che offriranno uno sguardo originale sul tema della mostra.

Oltre alle proposte didattiche per le scuole un’attenzione particolare è riservata ai gruppi parrocchiali che potranno approfondire il proprio percorso di fede attraverso l’arte e l’illustrazione.

Come sempre inoltre molti gli eventi che verranno proposti durante il periodo della mostra, dalle rappresentazioni teatrali per famiglie alle conferenze di approfondimento, e dai laboratori agli aperitivi artistici per i più giovani.

“I Colori del Sacro - prosegue Andrea Nante - sono un appuntamento atteso per centinaia di scuole che scelgono la nostra mostra per la sua qualità e per il suo valore educativo. Aspetti che valgono anche per le molte famiglie che partecipano ai nostri laboratori. Tutti alla ricerca del bello, della gioia, della condivisione di contenuti e di stimoli.
Il livello degli illustratori presenti ci consente di garantire una ottava edizione straordinaria, in crescendo anche rispetto ai livelli già altissimi da tutti riconosciuti alla edizione precedente”.


Informazioni e prenotazioni per visite guidate e laboratori: 
Museo Diocesano Padova tel. 049 652855 / 049 8761924 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.icoloridelsacro.org e www.museodiocesanopadova.it


Ufficio Stampa:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049 663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

DIOCESI DI PADOVA, Ufficio Stampa, Sara Melchiori tel. 049 8771755 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


8771755 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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L’ETÀ DI MARIA LUIGIA, DUCHESSA DI PARMA

La Villa dei Capolavori custodisce preziose tracce dell’epoca di Maria Luigia, un percorso alla scoperta di Neoclassicismo e Impero fra arredi sontuosi e sculture di Canova e Bartolini per rivivere l’atmosfera e la storia di colei che fu Imperatrice dei francesi.

Ad annunciare l’arrivo a Parma di Maria Luigia, moglie di Napoleone I, erano già arrivate da Parigi nel 1815 alcune casse contenenti mobili di eccelsa fattura. Con la Duchessa – l’anno seguente, proprio duecento anni fa – giunsero da Vienna gli incredibili mobili da toilette di Jean-Baptiste-Claude Odiot, con superbi bronzi di Pierre-Philippe Thomire, oltre a importanti sculture e a gioielli di foggia insuperabile. Fu lei stessa, in seguito, a curare personalmente l’ammodernamento degli ambienti di Corte contribuendo a caratterizzare indelebilmente il volto neoclassico della città. I mobili da lei scelti, nel più tipico stile Impero, sono in legno naturale con bronzi dorati, oppure impiallacciati in mogano; quelli in noce sono spesso patinati “a foggia d’acajou”; le commodes e i tavoli coperti di pregiati marmi, fra cui il Carrara. Un nuovo stile, dunque, che prende il nome dal periodo in cui Napoleone, tra il 1804 e il 1815 è imperatore dei francesi, contraddistinto dalla solennità e maestosità degli arredi, progettati al fine di esaltare la potenza del nuovo regime, dominerà nei salotti buoni della città.

Non è dato sapere se i proprietari della Villa di Mamiano di allora, i marchesi Paulucci, di antica nobiltà forlivese, avessero accolto tali novità in fatto di gusto per il loro Palazzo Nuovo in costruzione dal 1811; risultato dall’ampliamento del complesso secentesco con torre centrale già esistente, divenne, tuttavia, una prestigiosa dimora. Il marchese Francesco Paulucci aveva, quindi, trasformato il parco creandovi viali alberati ed un notevole giardino all’italiana con immancabili siepi di bosso modificando infine anche il caseggiato rustico adiacente per ricavarne un’ampia serra a vetrate atta al ricovero delle piante di agrumi durante la stagione più fredda.
Fondazione Magnani Rocca
via Fondazione Magnani Rocca 4, 43029 Mamiano di Traversetolo – Parma
Sabato, domenica e festivi, continuato 10.00 – 19.00 (la biglietteria chiude alle 18.00).
Lunedì chiuso.
Ingresso: € 10,00, ridotto € 5,00 per studenti in visita d’istruzione.
Tel. 0521 848327 / 848148 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.magnanirocca.it Visite guidate su prenotazione (per gruppi).

Per rivivere e rievocare i fasti luigini è necessario, indubbiamente, attendere la trasformazione dei saloni del Palazzo ad opera di Luigi Magnani. Fu Mario Praz, noto insegnante di letteratura inglese all’Università La Sapienza di Roma, a trasmettere a Magnani l’amore per lo stile Impero segnalandogli per circa un trentennio pezzi rari e di incomparabile valore, in un dialogo elettivo con pitture e sculture neoclassiche.

Ecco arrivare allora a Mamiano dalla villa di San Donato a Firenze della famiglia Demidoff, una coppa in scaglie di malachite sostenuta da un tronco di palma e tre chimere in bronzo dorato prodotta a Parigi verso il 1807 a firma di Thomire, il più importante cesellatore dell’Impero, noto a Maria Luigia per aver eseguito il mobile da toilette offertole dai parigini e per avere decorato la celebre culla del figlio, re di Roma. La coppa che, oggi, accoglie i visitatori all’entrata della Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca, rievoca un importante fatto storico: fu eseguita per lo zar di Russia Alessandro I e da questi donata a Napoleone in quel breve momento di riappacificazione fra Russia e Francia a seguito del trattato di Tilsitt del 1807. Sempre di Thomire sono i due maestosi flambeaux in bronzo dorato alti tre metri provenienti da un palazzo nobiliare di Vienna che ora impreziosiscono la sala dove è conservato il capolavoro di Goya La famiglia dell’infante don Luis.

Seguendo il filo rosso della storia il visitatore avvertirà le atmosfere di un’epoca in cui Napoleone seppe riconoscere all’arte la funzione primaria di veicolo di diffusione della propria fortuna chiamando presso la sua corte artisti capaci di combinare le esigenze di fasto e maestosità con la ricerca di grazia e levità. I mobili presenti nella collezione Magnani Rocca si ispirano agli antichi fasti egizi, greci e romani: ne sono esempi tipici la méridienne che trionfava a quei tempi tra i sofà, le sedute che presentano la caratteristica unione della gamba anteriore con il supporto del bracciolo, a volte risolto a intaglio scultoreo in forma di leone alato, sfinge o erma, le poltrone-trono riccamente ornate da intagli e rifinite a foglia oro e lo sgabello con le gambe a forma di X simile ai curuli dei magistrati dell’antica Roma tornato in auge anche in ragione del fatto che l’etichetta di corte riservava l’uso delle poltrone alla sola coppia imperiale. Non possono non essere menzionate le commodes che montano caratteristici piedi a plinto fasciato, detti anche a zampa da elefante e i secrètaires con piede a zampa ferina, piano in marmo e cassetti nascosti dietro ante decorate con bronzi dorati.

Fra i meubles d’appui interessante il mobile in radica di olmo con piano in marmo nero d’Italia fabbricato da Jacob Desmalter, uno dei più noti ebanisti dell’Impero. Non mancano le consoles con forme strette e allungate; la più importante fu acquistata da Napoleone all’esposizione nazionale di Parigi del 1806 all’Hôtel des Invalides e racchiude nel piano in marmo bianco una cassa armonica. Fra i complementi d’arredo si segnalano gli immancabili guéridons, dalla tipica foggia a tripode, con tre gambe innestate su una predella sostenuta da piedi ferini, e l’athénienne a uso giardiniera. Anche l’arpa che, da semplice strumento musicale, si arricchisce di valenze di alta ebanisteria tanto da poter essere considerata a tutti gli effetti un elemento d’arredo, come già all’epoca di Maria Luigia, perciò considerato immancabile presso le classi più agiate. Così il fortepiano del 1810 a coda in radica di noce fabbricato a Vienna ci riporta ai viaggi della Duchessa nel paese natio e a quel pianoforte di egual foggia quotidianamente suonato dai figli di lei e del conte Adam von Neipperg, suo secondo marito.

Se vittorie alate, animali e sfingi in bronzo popolano ogni singolo oggetto, sono l’armonia e la lievità a caratterizzare le sculture di Antonio Canova e Lorenzo Bartolini, entrambi artisti legati alla storia dell’Impero. É grazie a queste che rivivono, idealmente, gli amori e gli affetti più cari alla nostra Duchessa; laddove Canova celebra il matrimonio fra Napoleone e Maria Luigia nel 1810 con la superba opera a lei dedicata in veste di Concordia, Bartolini commemora, nel 1829, la morte del suo più grande amore, il conte Neipperg, con il sepolcro marmoreo oggi nella Basilica di Santa Maria della Steccata di Parma. Due carriere artistiche, quelle dei due scultori, e due filosofie differenti, con un unico comune denominatore: entrambi ritrarranno Napoleone e i potenti dell’epoca, entrambi saranno amati più in Francia che in patria. Risulta suggestivo, allora, ipotizzare che la rivalità fra i due sia stata volutamente reiterata da Luigi Magnani acquistando la seducente scultura di Bartolini Ninfa del deserto, in qualità di Virtù assalita dal Vizio, abile prova di sintesi fra l’idealismo classico canoviano e l’attenzione al dato di realtà e l’algida Tersicore di Canova, musa della Danza e del canto corico, qui nell’insolita veste di Musa della Poesia lirica.

Compiuta verso la fine del 1811, la statua era iniziata nel 1808 come ritratto di Alexandrine Bleschamps, seconda moglie di Lucien Bonaparte, fratello minore di Napoleone. Poiché non vi è alcuna relazione fra la sua fisionomia e quella della testa della statua compiuta nel 1811, si deve supporre che i committenti abbiano fatto cambiare a Canova la testa raffigurante la nobildonna con quella attuale, idealizzata e non riconducibile a un modello specifico. Ultima opera d’arte acquistata dal fondatore poco prima di morire, ci riporta al Salon di Parigi del 1813 in cui la neo-imperatrice Maria Luigia dovette dunque vederla esposta, accanto, però, al ritratto di Josephine, prima consorte e grande amore di Napoleone. Curioso, poi, collocarla, oggi, in dialogo diretto col ritratto eseguito da George Dawe di Maria Pavlovna Romanova, sorella non soltanto dello zar Alessandro I ma anche di Anna, candidata al trono di Francia insieme a Maria Luigia. Solo il diniego della zarina Maria Fëdorovna e l’attività politica del ministro Metternich faranno sì che la scelta cada sulla seconda, convincendo l’imperatore Francesco I a concedere sua figlia al nemico. E fu così che Maria Luigia, educata all’obbedienza, accettò «pazientemente e ragionevolmente la propria sorte».

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NELLA MENTE DI VINCENZO SCAMOZZI

Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento
Vicenza, Palladio Museum, 25 maggio - 20 novembre 2016

Un progetto condiviso di Canadian Centre for Architecture e CISA Andrea Palladio,
in collaborazione con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin nel quattrocentesimo anniversario della morte di Vincenzo Scamozzi (1616-2016)

Come si diventa architetto nel Rinascimento? Spesso nella bottega di un pittore, come Bramante in quella di Piero della Francesca. Altre volte – è il caso di Palladio – fra i blocchi di pietra di un cantiere. Vincenzo Scamozzi (1548-1616) inaugura una strada diversa: figlio di un facoltoso impresario edile, è il primo architetto moderno a formarsi partendo dalla biblioteca. I libri saranno i mattoni del suo progetto: fare architetture fondate su una visione teorica rigorosa, capace di includere conoscenze nuove, provenienti da altri paesi e altre culture, a partire dalla tradizione gotica, e dagli stimoli delle nuove scienze.

In occasione del quattrocentesimo anniversario della morte di Scamozzi, avvenuta a Venezia nel 1616, il Palladio Museum e il Canadian Centre for Architecture di Montreal – in collaborazione con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Zurigo – realizzano la mostra “Nella mente di Vincenzo Scamozzi”: l’obiettivo è raccontare come Scamozzi concepiva le proprie architetture. La mostra propone quindi un viaggio attraverso i volumi della biblioteca personale di Scamozzi (ritrovati in biblioteche e collezioni italiane ed europee con un lungo lavoro di ricerca da parte della studiosa americana Katherine Isard) e i suoi affascinanti disegni di architettura. Fra questi ultimi saranno in mostra il celebre foglio con il progetto del duomo di Salisburgo (1607), che rientra per la prima volta in Italia dalle collezioni del Canadian Centre for Architecture di Montreal, e l’album di disegni di cattedrali gotiche francesi che Scamozzi, primo fra tutti gli architetti rinascimentali, realizzò durante un viaggio fra Parigi e Venezia nell’anno 1600. Per coinvolgere il pubblico non specialista, la mostra affianca ai materiali originali un ricco apparato di modelli tridimensionali e di animazioni video prodotte per l’occasione dal Palladio Museum.

Scamozzi è l’ultimo dei grandi architetti del Rinascimento, stretto fra la tradizione trionfale della generazione di Palladio e il mondo nuovo di Galileo Galilei. Cerca una propria dimensione in una visione dell’architettura come pratica razionale, attenta agli aspetti funzionali, all’economia dei mezzi, ma anche a un nuovo rapporto con il paesaggio, producendo capolavori come la Rocca Pisana di Lonigo, il teatro di Sabbioneta, le Procuratie Nuove in piazza San Marco a Venezia.

In occasione della mostra vengono editi da Marsilio la raccolta di studi e il catalogo della mostra a cura di Franco Barbieri, Guido Beltramini, Katherine Isard, Werner Oechslin con studi, fra gli altri, di Hubertus Günther, Mario Piana, Margaret Daly Davis, Wolfgang Lippmann, Fernando Marías, José Riello, Massimo Bulgarelli, Konrad Ottenheym, Deborah Howard.

Informazioni
Aperta dal martedì alla domenica, 10-18.
Biglietto: intero € 6,00 - ridotto € 4,00 - scuole € 2,00 - Palladio family € 10,00
http://www.palladiomuseum.org/exhibitions/scamozzi
Twitter / Facebook / Instagram: PalladioMuseum
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Tel. +39 0444 323014 / Fax 0444 322869

Ufficio stampa
Studio Esseci di Sergio Campagnolo
http://www.studioesseci.net
Tel. +39 049 663499 / Fax +39 049 655098
Referente: Roberta Barbaro Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Walker Evans a PM

XI edizione Fotografia Europea

Reggio Emilia Palazzo Magnani 7 maggio - 10 luglio 2016
Palazzo Magnani presenta, per la prima volta in Italia, due mostre dedicate al grande maestro della fotografia americana Walker Evans: l’intenso lavoro foto-redazionale degli anni trenta e gli scatti dei maestri italiani rivelano la potenza della fotografia d’autore.

WALKER EVANS Anonymous
a cura di David Campany, Jean-Paul Deridder e Sam Stourdzé
In anteprima nazionale, dopo le tappe europee di Arles e Bruxelles, arriva a Palazzo Magnani il grande maestro della fotografia americana Walker Evans. In mostra oltre 200 tra fotografie d’epoca e riviste originali che presentano il lavoro foto-redazionale sviluppato da Evans sulle riviste americane a partire dal 1929. Mentre i mass media indugiavano sul culto della celebrità e del consumismo, Evans fotografava anonimi cittadini e la loro vita quotidiana, creando immagini dirette e frontali delle condizioni del Paese, con uno stile austero e distaccato privo di ogni forma di idealismo romantico. I suoi intensi scatti, prevalentemente in bianco e nero, lo hanno consacrato pioniere della straight photography e sono divenuti simboli della cultura americana degli anni del New Deal.
WALKER EVANS Italia
a cura di Laura Gasparini
Una mostra inedita che presenta, in anteprima nazionale, una selezione di fotografie di Walker
Evans provenienti da collezioni pubbliche e private italiane. Uno straordinario viaggio alla scoperta delle radici americane della fotografia italiana del dopoguerra e dell’influenza che Evans ebbe sulla cultura visiva italiana dell’epoca. Accanto alle oltre 50 opere del maestro americano, sarà possibile ammirare numerosi libri ed edizioni rare presenti nelle raccolte personali di Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Guido Guidi, Luigi Ghirri, insieme ad alcuni scatti esemplari degli stessi maestri italiani scaturiti dalla riflessione sulla lezione del grande Walker Evans.

INFO, ORARI E INGRESSI
Fondazione Palazzo Magnani
corso Garibaldi 29 – Reggio Emilia
www.palazzomagnani.it
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tel. 0522 454437

Per maggiori informazioni: http://palazzomagnani.invionews.net/user/xfu5cnj/show/wuhbyhy?_t=b0e8e236

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HELMUT NEWTON. FOTOGRAFIE. WHITE WOMEN / SLEEPLESS NIGHTS / BIG NUDES

Dal 07 Aprile 2016 al 07 Agosto 2016
VENEZIA
LUOGO: Casa dei Tre Oci

CURATORI: Matthias Harder, Denis Curti

ENTI PROMOTORI:
Fondazione di Venezia

COSTO DEL BIGLIETTO: 12 € intero, 10 € ridotto studenti under 26 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni, 8 € ridotto speciale gruppi superiori alle 15 persone, 24 € ridotto famiglia (2 adulti + 2 under 14), 5 € ridotto scuole. Gratuito bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, disabili e accompagnatore, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tessera, guide turistiche

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 2412332
E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
SITO UFFICIALE: http://www.treoci.org

COMUNICATO STAMPA: La Casa dei Tre Oci, un progetto di Fondazione di Venezia, condotto in partnership con Civita Tre Venezie, con questa mostra conferma il proprio ruolo nel panorama della cultura artistica e della fotografia in particolare, con i propri spazi esclusivamente dedicati alla fotografia.
La galleria immagini della mostra ai Tre Oci
Dal 7 aprile al 7 agosto 2016, la mostra Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes presenta, per la prima volta a Venezia, oltre 200 immagini di Helmut Newton, uno dei fotografi più importanti e celebrati del Novecento.
L’esposizione, curata da Matthias Harder e Denis Curti, è organizzata in collaborazione con la Helmut Newton Foundation. È il frutto di un progetto nato nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del grande fotografo.

La rassegna raccoglie le immagini di White Women, Sleepless Nights e Big Nudes, i primi tre libri di Newton pubblicati alla fine degli anni ‘70, volumi oggi considerati leggendari e gli unici curati dallo stesso Newton.
Nel selezionare le fotografie, Newton mette in sequenza, l’uno accanto all’altro, gli scatti compiuti per committenza con quelli realizzati liberamente per se stesso, costruendo una narrazione in cui la ricerca dello stile, la scoperta del gesto elegante sottendono l’esistenza di una realtà ulteriore, di una vicenda che sta allo spettatore interpretare.

White Women
In White Women, pubblicato nel 1976, Newton sceglie 81 immagini (42 a colori e 39 in bianco e nero), introducendo per la prima volta il nudo e l’erotismo nella fotografia di moda. In bilico tra arte e moda, gli scatti sono per lo più nudi femminili, attraverso i quali presentava la moda contemporanea. Queste visioni trovano origine nella storia dell’arte, in particolare nella Maya desnuda e nella Maya vestida di Goya, conservati al Prado di Madrid.
La provocazione lanciata da Newton con l’introduzione di una nudità radicale nella fotografia di moda è stata poi seguita da molti altri fotografi e registi e rimarrà simbolo della sua personale produzione artistica.

Sleepless Nights
Sono ancora le donne, i loro corpi e gli abiti, i protagonisti di Sleepless Nights, pubblicato nel 1978. In questo caso, però, Newton si avvia a una visione che trasforma le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage quasi da scena del crimine. È un volume a carattere più retrospettivo che raccoglie 69 fotografie (31 a colori e 38 in bianco e nero) realizzate per diversi magazine (Vogue, tra tutti) ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.
I soggetti, generalmente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici, donne bardate con selle in cuoio, nonché manichini per lo più amorosamente allacciati a veri esseri umani, vengono colti sistematicamente fuori dallo studio, spesso in atteggiamenti provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come puro pretesto per realizzare qualcosa di totalmente differente e molto personale.

Big Nudes
Con questo volume del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista nella storia dell’immagine del secondo Novecento.
I 39 scatti in bianco e nero di Big Nudes inaugurano una nuova dimensione della fotografia umana: quella delle gigantografie che, da questo momento, entrano nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo.
Nell’autobiografia dell’artista pubblicata nel 2004, Newton spiega come i nudi a figura intera ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, da cui ha prodotto le stampe a grandezza naturale di Big Nudes, gli fossero stati ispirati dai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF (Rote Armee Fraktion).

Helmut Neustätder, in arte Helmut Newton, nasce a Berlino il 31 ottobre del 1920 da una ricca famiglia di origine ebrea. L’ambiente della borghesia berlinese gli permette di seguire le proprie passioni e di avvicinarsi al mondo della fotografia fin dalla giovane età: a soli 12 anni acquista infatti la sua prima macchina fotografica.
Con la diffusione delle leggi razziali naziste, lascia la Germania nel 1938 e trova temporaneamente rifugio a Singapore, ma poco dopo si vede internato ed espulso in Australia dalle autorità britanniche. A Sydney si arruola con l’esercito australiano per combattere nella II Guerra Mondiale. Grazie alla devozione nei confronti del paese che lo ospita, nel 1946 ottiene la cittadinanza australiana, e nel 1948 conosce e sposa l’attrice e fotografa June Brunnell (in arte June Browne o Alice Springs), alla quale resterà legato per oltre 50 anni.
Dopo la guerra lavora come fotografo freelance a Melbourne, collaborando con diverse riviste tra cui Playboy. Nel 1961 si trasferisce a Parigi, dove inizia a conoscere fama e popolarità grazie ai suoi scatti, pubblicati dalle più note riviste di moda internazionali come Vogue, Elle, GQ, Vanity Fair e Marie Claire, ed esposti in tutto il mondo.
Nel 1976 pubblica il suo primo volume di fotografie White Women, immediatamente osannato dalla critica per il rivoluzionario gusto estetico, segnato da un erotismo predominante. Raggiunge l’apice della carriera e della fama a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 con le serie Sleepless Nights e Big Nudes, quando inizia inoltre a lavorare per grandi firme come Chanel, Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, Borbonese e Dolce&Gabbana.
Conclude la sua carriera nel 1984, realizzando con Peter Max il video dei Missing Persons, Surrender your Heart. Si ritira così a vita privata, vivendo tra Montecarlo e Los Angeles. Muore il 23 giugno del 2004, a 83 anni, in un incidente stradale a bordo della sua Cadillac.

Per maggiori informazioni e per scaricare i materiali, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/venezia/mostra-helmut-newton-fotografie-white-women-sleepless-nights-big-nudes-23009

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REGGIO CALABRIA IN FESTA PER L'INAUGURAZIONE DEL NUOVO MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

Reggio Calabria - Il 30 aprile, al termine di un lungo iter di rinnovamento avrà ufficialmente luogo l’apertura del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. La giornata si annuncia come una festa per la città e per tutta l’area dello Stretto che saluterà il gran ritorno di un polo ampliato negli spazi e allestito con reperti appositamente restaurati e pezzi mai esposti in precedenza.

Le novità dell'esposizione permanente
Tutti i livelli dell'esposizione permanente saranno inaugurati e dalle 15, al termine di una cerimonia che conterà sulla presenza del Ministro Franceschini, il pubblico potrà finalmente ammirare gratuitamente le opere conservate a Palazzo Piacentini. L'ingresso libero sarà assicurato anche nella giornata del 1 maggio in coincidenza con la domenicaalmuseopromossa dal Mibact ogni prima domenica del mese.

Oltre ai Bronzi di Riace e ai pezzi delle collezioni distribuiti nelle nuove sale in oltre 200 vetrine, sarà consentito l'accesso anche alla mostra temporanea "Olimpo. Dei ed eroi del mondo greco" che estenderà la programmazione fino al 31 maggio.

Nella sezione preistorica, a quasi cinquant'anni dalla loro scoperta saranno esposti gli enormi resti dell'Elephas Antiquus riemersi sulle colline di Archi e risalenti al II periodo interglaciale. Ma l'attesa più grande riguarda un grande mosaico con scena di palestrarinvenuto nel sottopalazzo Guarna dopo il terremoto del 1908 e l'apertura delle Tombe ellenistiche scoperte durante i lavori di costruzione di Palazzo Piacentini. Un assoluto vanto per il Museo di Reggio che nelle sue viscere conserva una vera e propria necropoli.

Lo spirito di grande festa sarà accompagnato da uno speciale annullo filatelico e preceduto invece da tre giorni di chiusura del complesso - dal 26 al 29 aprile - per consentire i preparativi.

 

LUDOVICA SANFELICE - ARTE.IT

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ANTONELLO DA MESSINA A PALAZZO MADAMA

Torino - Nell'elegante Camera delle Guardie di Palazzo Madama, un allestimento scenografico appositamente progettato accoglierà il "Ritratto d'uomo" di Antonello da Messina, una delle opere più prestigiose della collezione torinese che dal 22 aprile al 27 maggio troverà la compagnia di un altro capolavoro dell'artista siciliano.

Grazie all'eccezionale collaborazione stretta con il Museo regionale di Messina, la città sabauda avrà infatti l'onore di ospitare la tavola bifronte che da un lato rappresenta l'"Ecce homo" (verso) e dall'altro la "Madonna con il Bambino benedicente e francescano in adorazione" (recto). Un'opera a lungo oggetto di dibattito, la cui attribuzione è avvenuta solo nel 2003, anno in cui la Regione Sicilia si decise ad acquistarla all'asta e destinarla al museo messinese.

Il prestito si inserisce in un progetto della Fondazione Torino Musei e del Museo Civico d'Arte Antica di Palazzo Madama che mira a fare sistema con realtà analoghe per sviluppare la capacità di fruizione di grandi capolavori. Un programma di art sharing che dal 1 giugno al 10 luglio trasferirà le opere a Messina, la dove la memoria dell'artista e della sua fine pittura capace di fondere armonicamente tradizione fiamminga e scuola italiana in volumi di misteriosa e solenne bellezza è custodita con gelosia.

LUDOVICA SANFELICE
20/04/2016

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/notizie/torino/antonello-da-messina-a-palazzo-madama-11681

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VIAGGIO NELLA MENTE DI ARIOSTO PER I CINQUECENTO ANNI DELL'ORLANDO FURIOSO

Ferrara - Il 22 aprile del 1516, una tipografia di Ferrara finiva di stampare l'’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Il poema venne ampliato e corretto fino al 1532, ma questa data segnò l'inizio del viaggio di un'opera cardinale nella storia della letteratura italiana.

Il cavaliere che esce di senno per amore della bella Angelica fu il primo bestseller e grazie al ricco universo immaginario in cui la vicenda fu ambientata, tanto nella sua epoca quanto in quelle successive, produsse e ispirò immagini e oggetti. Un segno indelebile che acinquecento anni di distanza la Fondazione Ferrara Arte e il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo celebrano con l'esposizione "Orlando Furioso. Cosa vedeva Ariosto quando qchiudeva gli occhi" che inaugurerà a Palazzo dei Diamantiil prossimo 24 settembre.

Una mostra dal carattere trasversale che raccoglierà dipinti, arazzi, sculture, ceramiche, manoscritti miniati, stumenti musicali e armi orcherstrando un incantesimo volto ad immergere i visitatori nelle fantasie che popolavano la mente dell'Ariosto nell'attività di componimento. Quando davanti ai suoi occhi si spalancavano campi di battaglia e si agitavano duelli.

In cerca delle possibili fonti iconografiche, delle muse di un così prodigioso esercizio, i curatori Guido Beltramini e Adolfo Tura, con la consulenza di un comitato scientifico di studiosi del poema e di storici dell'arte, e con il sostegno di grandi musei del mondo, hanno dato vita ad un viaggio nelle visioni ariostesche rintracciando capolavori di grandi artisti contemporanei del poema.
Al richiamo del corno di Roncisvalle hanno risposto opere come la Scena di Battaglia diLeonardo, Il Gattamelata di Giorgione, l'Andromeda liberata da Perseo di Piero di Cosimo che ispirò il salvataggio di Angelica dalle spire del drago, la Minerva caccia i vizi dal giardino delle virtù di Andrea Mantegna che dal Louvre verrà a testimoniare come le figure fantastiche che Ariosto vide nel camerino d’'Isabella d’'Este siano simili alle creature incontrate da Ruggero nel regno di Alcina. E ancora Baccanale degli Andrii di Tiziano, straordinaria concessione del Prado, e poi Raffaello e Michelangelo muse dei successivi rimaneggiamenti del poema trasformato dallo stesso Ariosto anche sul fronte linguistico con la bonifica del testo dai localismi.

LUDOVICA SANFELICE
21/04/2016

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AGOSTINO CANCOGNI. ORIZZONTI

Dal 01 Febbraio 2016 al 01 Aprile 2016
VIAREGGIO | LUCCA

LUOGO: Gruppo Deutsche Bank Finanza e Futuro
CURATORI: Piero Garibaldi

ENTI PROMOTORI:
Con il patrocinio di
Ass.ne Culturale Archivio Grazia Leoncini
La Marguttiana
Museo Ugo Guidi

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 349 0908365

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..

COMUNICATO STAMPA:
Nel corso del 2015 Agostino Cancogni ha allargato i propri “Orizzonti” professionali ed umani.
L'esperienza vissuta durante la “Jinling Artist in Residence Program” ha consentito al pittore versiliese, in compagnia di altri colleghi toscani, di trascorrere un intenso mese lavorativo in Cina durante il quale il contatto con l'ambiente accademico, la critica ed il pubblico fruitore di arte ha permesso alle opere dell'artista di essere apprezzate.
Il progetto culturale, a cura del Professor Andrea Baldini, è stato organizzato dalla Nanjing International Cultural Exchange Association e dall'Art Institute of Nanjing University in collaborazione con il Museo Ugo Guidi di Forte dei Marmi e l'Università di Pisa.
Il percorso di appuntamenti si è articolato in “Colorful Tuscany: An Invited Exhibition of Italian Artists” ospitata presso il Sifang Art Museum, “Through The Looking Glass: Another Day in Tuscany” allestita al Fangshan Art Village e “New Ways of Seeing”accolta nella Nanjing University Gallery e al Xianlin Campus.
Il gradimento nei confronti di Cancogni non si è limitato al contesto delle mostre ma in qualità di rappresentate dell'arte italiana è stato protagonista di conferenze ed incontri, come “China Meets Italy: a Conversation on Contemporary Art”, che hanno riscosso l'attenzione dei media i quali attraverso articoli ed interviste, documentati presso il sito e la pagina fb della residenza, hanno promosso l'iniziativa.
“Orizzonti” a cura di Piero Garibaldi svela, dal 1 Febbraio al 1 Aprile, una serie di lavori messi a punto nello studio universitario di Nanchino, ammirabili dal Lunedì al Venerdì con orario 9:30- 13:30/15:30-17:30 presso “Gruppo Deutsche Bank Finanza e Futuro”, in Via S.Andrea 209, ang. Via Mazzini, a Viareggio.
L'incontro con l'artista previsto dalle 17 alle 18:30 del 5 Febbraio e del 1 Aprile sarà momento per approfondire l'argomento del periodo trascorso in oriente con riferimenti per informazioni al 3490908365 - Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..
L' Ass.ne Culturale Archivio Grazia Leoncini, La Marguttiana ed il Museo Ugo Guidi patrocinano “Orizzonti” che è preambolo alla mostra celebrativa della residenza che verrà inaugurata nello stesso Museo il 14 Febbraio.

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/lucca/mostra-agostino-cancogni-orizzonti-23767

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IL SIMBOLISMO. ARTE IN EUROPA DALLA BELLE ÉPOQUE ALLA GRANDE GUERRA

Dal 03 Febbraio 2016 al 05 Giugno 2016
MILANO
LUOGO: Palazzo Reale

CURATORI: Michel Draguet, Fernando Mazzocca, Claudia Zevi

ENTI PROMOTORI:
Comune di Milano Cultura
Palazzo Reale
24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore

COSTO DEL BIGLIETTO: intero 12 €, ridotto 10 €, ridotto speciale 6 €, famiglia € 10 adulto (1 o 2 adulti) € 6 per bambino da 6 a 14 anni

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 54914

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.mostrasimbolismo.it

COMUNICATO STAMPA:
“Il Simbolismo. Dalla Belle Époque alla Grande Guerra” è una grande mostra che si inserisce in un preciso programma che Palazzo Reale dedica all’arte tra fine Ottocento e inizio Novecento e che ha già visto l’inaugurazione di Alfons Mucha e le atmosfere art nouveau (fino al 20 marzo 2016).

Promossa dal Comune di Milano-Cultura e prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e Arthemisia Group, la mostra è curata da Fernando Mazzocca e Caludia Zevi con la consulenza alla curatela di Michel Draguet.
Dal 3 febbraio al 5 giugno 2016, le sale di Palazzo Reale proporranno il confronto di oltre 150 opere tra dipinti, sculture e una eccezionale selezione di grafica, che rappresenta uno dei versanti più interessanti della produzione artistica del Simbolismo, provenienti da importanti istituzioni museali italiane ed europee oltre che da collezioni private, rievocando l’ideale aspirazione del Simbolismo a raggiungere un effetto unitario per creare un’arte totale.

Nelle varie accezioni in cui si è manifestato in Europa – dall’Inghilterra alla Francia, dal Belgio all’area nordica, dall’Austria all’Italia – il Simbolismo ha sempre dato un grande rilievo ai miti e ai temi che coincidevano con i grandi valori universali della vita e della morte, dell’amore e del peccato, alla costante ricerca dei misteri della natura e dell’umana esistenza.
Attraverso 18 sezioni tematiche il percorso espositivo evocherà le atmosfere e la dimensione onirica che i diversi artisti desideravano raggiungere per superare le apparenze: il visitatore attraverserà questo periodo passando dalla dimensione onirica di Fernand Khnopff alle ardite invenzioni iconografiche di Klinger, dalle rappresentazioni demoniache di Odillon Redon e Alfred Kubin alle rappresentazioni dei miti di Gustave Moreau, dal sentimento di decadenza di Musil al vitalismo di Hodler, ma anche le suggestioni dei Nabis, le interpretazioni dell’amore di Giovanni Segantini e la magia della decorazione di Galileo Chini.

In mostra sono presenti diverse opere presentate alle Biennali di Venezia che sono state una straordinaria vetrina di confronto internazionale, dove i protagonisti del Simbolismo europeo, come von Stuck, Hodler, Klimt, hanno dialogato con gli italiani. Tra questi vanno segnalati soprattutto Sartorio presente con l’imponente ciclo pittorico “Il poema della vita umana”, realizzato per la Biennale del 1907, quella dove venne allestita la famosa “Sala dell’Arte del Sogno” che ha rappresentato la consacrazione ufficiale del Simbolismo. La mostra si chiude immergendo lo spettatore nell’atmosfera fantastica delle “Mille e una notte”, il ciclo decorativo realizzato da Zecchin alla vigilia della Grande Guerra.

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-il-simbolismo-arte-in-europa-dalla-belle-%C3%A9poque-alla-grande-guerra-23491

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SEMEL IN ANNO - OMAGGIO AL CARNEVALE

Dal 04 Febbraio 2016 al 09 Febbraio 2016
ROMA
LUOGO: Edarcom Europa Galleria d'Arte Contemporanea

CURATORI: Francesco Ciaffi

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 7802620

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.edarcom.it

COMUNICATO STAMPA:
Giovedì 4 febbraio 2016 alle 17 la galleria d'arte Edarcom Europa, in via Macedonia 12/16 a Roma, inaugura la mostra "Semel in anno - Omaggio al Carnevale", con opere di Enrico Benaglia, Angelo Colagrossi, Roberta Correnti, Marta Czok, Maurizio Massi, Ernesto Piccolo e Cynthia Segato.

Le danze popolari di Enrico Benaglia, le sagome allo specchio di Angelo Colagrossi, i Pulcinella di Roberta Correnti, le fiabe di Marta Czok, i clown di Maurizio Massi, gli Arlecchini di Ernesto Piccolo e i Pinocchi-Bacchi di Cynthia Segato sono le opere in mostra, selezionate dalla collezione della galleria, per la loro capacità di descrivere, partendo da spunti diversi e attraverso linguaggi eterogenei, i temi più rappresentativi del Carnevale: il gioco, il travestimento, la festa e lo scherzo.

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/roma/mostra-semel-in-anno-omaggio-al-carnevale-23955

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IL FASCINO OSCURO DELLA FOTOGRAFIA FORENSE

DAL 27 GENNAIO AL 1 MAGGIO
LUDOVICA SANFELICE
26/01/2016

Torino - Come tracce al riscontro col luminol, la storia della fotografia forense si rivela davanti ai nostri occhi attraverso un nucleo di opere che ne abbracciano più di un secolo. Un focus su undici casi-studio, con cui CAMERA - Centro Italiano per la Fotografia presenta a Torino “Sulla scena del crimine. La prova dell’immagine dalla Sindone ai Droni”, esposizione ideata da Diane Dufour che osserva le potenzialità dell’impiego scientifico del mezzo fotografico. Un ramo dell’albero che pur sporgendosi fuori dai perimetri della ricerca artistica sa esercitare su chi osserva un lugubre fascino alimentato dalla Storia.

La linea del percorso si tende quindi tra i due approcci (la fotografia artistica e quella forense sono davvero tanto dissimili?) presentando anche in Italia la “prima mostra senza opere e senza artisti”. Un esercizio sorprendente che a partire dalla schedatura con il sistema Bertillon, il riconoscimento biometrico adottato dalla polizia d’Europa e Stati Uniti e racchiuso nei due scatti di fronte e di profilo, esplora il servizio reso dalla fotografia forense in diversi ambiti legali, storici, sociali; passando dall’originale “fotografia del crimine” stampata nella Sindone e prendendo ad esempio in esame anche le prove fotografiche dei campi di concentramento utilizzate nel processo di Norimberga, o più avanti negli anni le immagini delle fosse comuni in Kurdistan e di un attacco con i droni in Pakistan.

Una conferma di quanto gli studi sulla fotografia abbiano molto da proporre anche in settori estranei all’arte e al fotogiornalismo, ma soprattutto uno spunto per riflettere una volta di più sul rapporto tra scatto e capacità di catturare la realtà e documentare la verità.

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/notizie/torino/il-fascino-oscuro-della-fotografia-forense-11423

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TUGGENER TRA SETA E MACCHINE

DAL 27 GENNAIO AL 17 APRILE
LUDOVICA SANFELICE
27/01/2016

Bologna - “Seta e macchine, questo è Tuggener”. Fu lo stesso fotografo elvetico Jacob Tuggener (1904-1988) a inquadrare in una definizione le tensioni della propria attività collocata a cavallo della Seconda Guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra e sviluppata principalmente attorno a due temi: il lavoro nell’industria e le mondanità delle feste da ballo dell’alta società svizzera. Due poli simmetricamente opposti ma in realtà estranei ad un accostamento critico, su cui si focalizza anche la mostra che per la prima volta presenta in Italia un nucleo di sue opere (stampe originali e proiezioni) grazie all’impegno della Fondazione MAST di Bologna.

Malgrado sia considerato uno dei dieci più importanti fotografi industriali di tutti i tempi, e la sua opera “Fabrik” sia una pietra miliare nella storia dell’editoria fotografica,Tuggener non godette in vita del successo che avrebbe meritato. Almeno non presso il grande pubblico perchè per fotografi e specialisti invece fu un faro.

Musei ed editori tuttavia erano riluttanti a collaborare con lui per la proverbiale intransigenza con cui usava approcciarsi al lavoro. E anche dopo la sua scomparsa a scoraggiare la diffusione delle sue opere furono complicate controversie legali che resero per molto tempo inaccessibile la sua produzione. Non meno rilevante nelle valutazioni è la sua collocazione geografica poichè la Svizzera, nell’ambito della fotografia, non poteva certo rivendicare lo stesso peso esercitato dagli Stati Uniti.

La mostra Fabrik 1933-1953, curata da Urs Stahel (Photogallery MAST) e Martin Gasser (Fondazione svizzera per la fotografia Winterthur) offre dunque l’occasione di scoprire e rivalutare pubblicamente l’attività di Tuggener proprio attraverso gli scatti raccolti nell’opera "Fabrik", saggio unico sul rapporto tra uomo e macchina dominato stilisticamente dalla forte influenza del cinema espressionista tedesco. Qui risiedeva infatti la distinzione tra il suo sguardo e quello degli altri fotografi industriali che erano soliti trovare rifugio all’asciutto sotto l’ombrello della nuova oggettività. Non Tuggener, che scartando ogni forma di aziendalismo, adottò un linguaggio indipendente, narrativo e carico di gravità, e puntò il suo obiettivo su dettagli apparentemente minori o trascurabili ma invece capaci di raccontare come in un film muto la vita dei lavoratori, le loro condizioni e l’atmosfera all'interno degli stabilimenti, evocando anche lo spettro distruttivo del progresso soprattutto sul fronte dell’industria bellica.

La sua vocazione al contrasto si espresse naturalmente nella manipolazione della luce, ma in maniera ancora più radicale sfogò nella seconda passione di Tuggener: i balli di Capodanno dove - come la mostra illustra nella costola del percorso espositivo allestita al piano 0 della sede del MAST e intitolata Proiezioni Nuits de Bal 19340-1950 - l’artista si introdusse per anni insieme alla sua Leica con l’intenzione di realizzare un secondo reportage e lasciandosi sensibilmente sedurre dall’attimo fuggente e dal gesto segreto, dalla sensualità erotica e dalle solitudini che costellavano i raduni dell’alta società. Anch'essi fissati nelle pieghe di un mondo onirico che al pari dei fuochi, i lampi le scintille delle fabbriche coinvolgerà l’osservatore nell’esperienza dello sguardo interiore di un originale “poeta dell’immagine”.

Dal 27 gennaio al 17 aprile, con un programma di aperture straordinarie in occasione di Arte Fiera:
Venerdì 29 gennaio, 10:00 - 18:00
Sabato 30 gennaio, 10:00 - 24:00 (Art City White Night)
Domenica 31 gennaio, 10:00 - 20:00
Domenica 31 gennaio, 11:30 visita guidata con il curatore Urs Stahel.
(Prenotazione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. / 051 6474345)

Per maggiori info visitare: http://www.arte.it/notizie/bologna/tuggener-tra-seta-e-macchine-11427

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L'eccentrica Maniera di Portelli

Firenze. Dal 22 dicembre al 30 aprile la Galleria dell’Accademia dedica la mostra «Carlo Portelli. Pittore eccentrico fra Rosso Fiorentino e Vasari», a cura di Lia Brunori e Alessandro Cecchi, a un artista della Maniera fiorentina che, per quanto autore di importanti commissioni e fra i più attivi nelle imprese medicee, non ha goduto sin qui di fortuna critica.
Proprio la Galleria dell’Accademia conserva il suo capolavoro, la monumentale pala dell’Immacolata Concezione (1566) ed intorno a questa tavola visionaria e neorossesca (che scandalizzò lo storiografo Raffaello Borghini (1584) per l’irriverente nudità di Eva in primo piano) sono raccolti circa 50 fra dipinti e disegni a definire il ruolo di Portelli: non di contorno nella pittura fiorentina di metà Cinquecento per la sua originalità, fantasia e capacità di concettose invenzioni pittoriche.

Secondo Vasari, Portelli si sarebbe formato con Ridolfo del Ghirlandaio. Nel 1539 collaborava già col Salviati agli apparati effimeri per le nozze di Cosimo I con Eleonora di Toledo, portando a compimento un dipinto con l’Incoronazione di Cosimo I di cui esiste il disegno preparatorio dello stesso Salviati al Louvre, ora in mostra. Ma sono soprattutto le sue grandiose pale d’altare a dimostrare la sua attività e già quella della Trinità di Santa Felicita (poco dopo il 1544) lo rivela un artista di sapiente orchestrazione compositiva, scalando in profondità le figure nello spazio pittorico.

L’attività di pittore di soggetti religiosi culmina negli anni 1550: del 1555 l’«Annunciazione», la «Disputa sulla Trinità» in Santa Croce e l’«Adorazione dei Pastori», del 1557 l’affollato «Martirio di san Romolo» (in cui appare evidente l’influenza del Rosso). Di questo è in mostra uno studio preparatorio a matita rossa per la testa della fanciulla di profilo, caratterizzato dal suo segno filiforme, in punta di penna, che definisce sommariamente le figure (iscrittosi nel 1563 all’appena fondata Accademia del Disegno, lo sarebbe rimasto fino alla morte, nel 1574).

Gli anni 1560-1570 affiancano alle pale d’altare (il «Compianto», 1561, l’«Immacolata Concezione», 1566, la «Restituzione della Croce», 1569, il «Cristo che predica con i santi Giovanni Battista ed Evangelista e i committenti», 1571) la produzione di Sacre Famiglie (ora in musei stranieri o passate sul mercato) e allegorie della Carità (Madrid, Arezzo e Firenze) e di ritratti come testimoniano i dipinti al Musée Jacquemart-André di Fontaine-Chaalis e il Ritratto allegorico e di Giovanni dalle Bande Nere di Minneapolis.

Portelli, dopo i lavori per le nozze nel 1565 di Francesco de’ Medici e Giovanna d’Austria, chiuse la sua carriera collaborando allo Studiolo del Principe in Palazzo Vecchio con l’«Alessandro Magno e la famiglia di Dario» (disegno al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi). Catalogo Giunti.

di Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 16 dicembre 2015

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RODNEY GRAHAM. MORE PIPE CLEANER ART!

Dal 29 Gennaio 2016 al 04 Marzo 2016
MILANO
LUOGO: Lisson Gallery

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 89050608 / 02 89050608

SITO UFFICIALE: http://www.lissongallery.com/

COMUNICATO STAMPA:
"L'opera di Graham gioca con le dissociazioni esistenti tra i riferimenti ai 'maestri' della cultura alta, apparentemente ovvi e familiari a ognuno di noi, e la creazione di interferenze e dispositivi che complicano la nostra visione o la lettura di questi, sino al punto da renderci sovraccarichi di informazioni". Carolyn Christov-Bakargiev
Per il suo debutto alla Lisson Gallery Milan, l'artista canadese presenta un nuovo corpus di opere recenti che rifettono sul soggetto già affrontato nella lightbox del 2013 Pipe Cleaner Artist, Amalfi, 1961 (2013). Rodney Graham ha così spiegato le origini di questo suo nuovo progetto: "Fonte d'ispirazione per l'opera Pipe Cleaner è un ritratto posato di Jean Cocteau realizzato da Man Ray nel 1930. Il poeta lavora a una costruzione di scovolini sul genere di quella realizzata per il film d'avanguardia Blood of a Poet. Altra fonte di ispirazione è stata una fotografia che ritrae Asger Jorn nel suo studio di Albisola nel 1961. Queste due immagini (ritratto posato, definito da un chiaroscuro artificiale che conferisce drammaticità alla composizione e la veduta di un interno rustico e mediterraneo, inondato dalla luce del sole) che ritraggono due artisti molto diversi, mi hanno fornito materia per immaginare un ipotetico artista modernista attivo in Italia all'inizio degli anni Sessanta. Si tratta del terzo lavoro che dedico a un immaginario atelier d'artista: il primo è stato The Gifted Amateur (anch'esso collocato in maniera fittizzia agli inizi degli anni Sessanta) che si riferisce a un artista-amatore che, mosso dall'opera di Morris Louis, è appassionato di action painting. La seconda, situata alla fine del Diciottesimo secolo, ha come soggetto un modello in uniforme militare, ritratto nello studio parigino di un pittore di scene di guerra. Nelle mie nuove opere ho voluto evocare l'immagine di uno studio utopico, in un periodo nel quale il modernismo sembrava ancora avere moltissime possibilità da offrire". Rodney Graham.
Rodney Graham tiene le fila della storia, culturale e intellettuale, attraverso la fotografia, i film, la musica, la performance e la pittura. Graham è uno degli artisti più originali e influenti della sua generazione, dotato di una pratica artistica complessa e articolata che agisce per mezzo di un sistema di citazioni, rimandi, adattamenti e inclusioni, tratti da opere precedenti o altri autori. L’artista si avvale di una narrativa ciclica, un’esplosione di giochi di parole e riferimenti letterari e filosofici, da Lewis Carrol passando per Sigmund Freud sino a Kurt Cobain, con un senso dello humor che tradisce la sua provenienza dalla scena post-punk di Vancouver della fine degli anni Settanta. Rodney Graham è nato a Abbotsford, nella Columbia Britannica, Canada nel 1949. Si laurea alla University of British Columbia nel 1971, vive e lavora a Vancouver. Le esibizioni personali comprendono ‘Rodney Graham – Canadian Humourist’, Vancouver art Gallery (2012), ‘Rollenbilder – Rollenspiele’, Museum der Moderne, Salzburg (2011), Museu D’Art Contemporani de Barcellona (2010), Museum of Contemporary Art Los Angeles (2004), Whitechapel Art Gallery, Londra (2002), Hamburger Bahnhof, Berlino (2001) e Kunsthalle di Vienna (1999). Ha partecipato a mostre collettive come la 13., 14. e la 17. Biennale di Sydney (2002, 2006, 2010), alla Whitney Biennial, New York (2006) e alla Biennale d’Arte contemporanea di Lyon, Francia (2003). Rodney Graham ha rappresentato il Canada alla 47. Biennale di Venezia (1997). Tra i riconoscimenti ricevuti si annoverano il Gershon Iskowitz Prize, Toronto (2004), il Kurt ‘Schwitters-Preis, Niedersächsiche Sparkassenstiftung’, Germany (2006) e l’’Audain Prize for lifetime achievement in visual arts’, Columbia Britannica (2011).

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-rodney-graham-more-pipe-cleaner-art-22953

 

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LA CAMERA. SULLA MATERIALITÀ DELLA FOTOGRAFIA

Dal 29 Gennaio 2016 al 28 Febbraio 2016
città + provincia
BOLOGNA
LUOGO: Palazzo de' Toschi

CURATORI: Simone Menegoi

ENTI PROMOTORI: Banca di Bologna

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 051 6571431

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.bancadibolognaeventi.it/mostra-arte-la-camera/

COMUNICATO STAMPA:
LA CAMERA. Sulla materialità della fotografia è il terzo episodio di un progetto espositivo più ampio, a cura di Simone Menegoi, che indaga il rapporto fra scultura e fotografia, il cui titolo complessivo è The Camera’s Blind Spot. I primi due episodi del progetto (The Camera’s Blind Spot I e II) hanno avuto luogo rispettivamente al MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro (2013) e ad Extra City Kunsthal di Anversa (2015).
La mostra LA CAMERA. Sulla materialità della fotografia, realizzata in collaborazione con Banca di Bologna, inaugurerà venerdì 29 gennaio alle 18.30 presso Palazzo de’ Toschi a Bologna, e sarà aperta al pubblico dal 30 gennaio al 28 febbraio 2016. 
Presenterà opere di un gruppo di artisti internazionali, fra cui Dove Allouche, Paul Caffell, Attila Csörgő, Linda Fregni Nagler, Paolo Gioli, Raphael Hefti, Marie Lund, Ives Maes, Justin Matherly, Johan Österholm, Lisa Oppenheim, Anna Lena Radlmeier, Evariste Richer, Fabio Sandri, Simon Starling, Luca Trevisani, Carlos Vela-Prado.
La mostra è uno degli appuntamenti espositivi della 4° edizione di ART CITY Bologna, iniziativa promossa dal Comune di Bologna e da Bologna Fiere per affiancare all’annuale edizione di Arte Fiera un programma di mostre ed eventi culturali di alto profilo, istituendo così un collegamento tra il grande evento fieristico e il tessuto culturale della città.
Le mostre sul rapporto scultura-fotografia si fermano spesso a una concezione “classica” di esso, secondo la quale la fotografia documenta e rivisita opere tridimensionali già esistenti. Una formula che è nata con la fotografia stessa, e ha conosciuto una straordinaria svolta creativa quando scultori come Medardo Rosso e Costantin Brancusi, fra la fine del XIX e il principio del XX secolo, imbracciarono la macchina fotografica e incominciarono a fotografare le loro stesse opere in condizioni mutevoli di luce e di spazio. Il ciclo The Camera’s Blind Spot ambisce non solo a documentare i più recenti sviluppi di questa tendenza, ma anche a dar conto di altre possibilità, non meno importanti; in primo luogo, quella che vede la materialità dell’immagine fotografica spingersi a tal punto da trasformare quest’ultima in oggetto. Una sfida a ciò che costituisce sin dal principio il “blind spot” della tecnica fotografica, il suo limite: l’impossibilità di rendere un oggetto tridimensionale su una superficie piana.
Il terzo episodio della serie, intitolato LA CAMERA. Sulla materialità della fotografia sposta il baricentro della ricerca verso il medium fotografico. All’interno di un contenitore espositivo costruito dentro la sala maggiore di Palazzo De’ Toschi (la “camera” del titolo; ma naturalmente c’è un gioco di parole con il senso della parola in inglese, ovvero “macchina fotografica”) saranno presentate opere realizzate con le tecniche fotosensibili più insolite e rare fra quelle attualmente in uso oggi presso artisti visivi e fotografi: dai dagherrotipi di Evariste Richer alle stampe al palladio di Paul Caffell, dalle scansioni fotografiche sferiche di Attila Csörgő ai “monotipi a getto d’inchiostro” di Justin Matherly. Una rassegna di eccentricità, arcaismi, hapax legomena fotografici il cui scopo è quello di spiazzare le aspettative comuni dello spettatore rispetto alla fotografia, e di fargli sperimentare di nuovo, almeno per un istante, la meraviglia del suo avo ottocentesco di fronte a un’invenzione che ha rivoluzionato la cultura visiva e il rapporto stesso con la realtà. Non è una sfida al digitale (le tecniche digitali, del resto, dalla scansione alla stampa 3D, sono alla base di alcune delle opere in mostra) quanto alla sua egemonia assoluta; all’idea che, dopo l’avvento della ripresa digitale, ogni altra tecnica fotografica sia diventata obsoleta, e non possa che essere abbandonata.
Infine, la scultura. L’altro grande termine del progetto The Camera’s Blind Spot non è assente dal terzo episodio della serie. Riemerge nei soggetti: le sculture romane fotografate da Paolo Gioli con un procedimento di sua invenzione, che comprende una pellicola fosforescente, oppure le stalattiti e stalagmiti, vere e proprie sculture naturali, fissate su vetro da Dove Allouche con la tecnica ottocentesca dell’ambrotipia. Più spesso, la scultura si ripropone nella presenza fisica di opere basate su tecniche fotografiche, e che tuttavia si stenta a chiamare “fotografie”: ad esempio, la Structure for Moon Plates and Moon Shards (2015) di Johan Österholm, una costruzione realizzata con i vetri di una vecchia serra per fiori, spalmati di emulsione fotosensibile e poi esposti alla luce della luna. In tempi di smaterializzazione dell’immagine fotografica, i singolari “oggetti fotografici” in mostra si propongono come sculture vere e proprie.
Banca di Bologna, partner della mostra, è una realtà molto legata al territorio bolognese, alla città di Bologna e ai centri della provincia. Le sue numerose iniziative contemplano gli interventi per la riqualificazione e il restauro di piazza Galvani, per i restauri dell’Oratorio dei Fiorentini e delle porte monumentali di Bologna, per il recupero e la riqualificazione di piazza Minghetti, per la ristrutturazione di Palazzo de’ Toschi. A questi si aggiungono i lavori per il restauro della Basilica di San Petronio e per il restauro della Cappella dell’Arcangelo Michele, con il noto affresco di Calvart. La Banca ha recentemente organizzato conferenze dedicate al tema “arte e cibo” in occasione di Expo 2015, proponendo un excursus sulla presenza del tema dell’alimentazione nelle opere d’arte attraverso i secoli, curate da eminenti studiose e critici. Di recente Banca di Bologna ha organizzato una mostra fotografica in collaborazione con Collezioni Alinari: L’industria bolognese, un DNA riconosciuto, con immagini in gran parte inedite. Le attività proseguiranno nel 2016 a partire dalla mostra LA CAMERA. Sulla materialità della fotografiaorganizzata a Palazzo de’ Toschi in occasione di Arte Fiera 2016.

Inaugurazione: 29 gennaio, ore 18.30.

Orari di apertura:
(durante ART CITY Bologna):
venerdì 29 gennaio 12-20
sabato 30 gennaio 12-24
domenica 31 gennaio 12-20

1-28 febbraio 2016
da martedì a domenica
10-13 / 16-19 

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/bologna/mostra-la-camera-sulla-materialità-della-fotografia-22751

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La rivincita dei gregari

Il post 1950 riletto anche con figura meno note

Venezia
Dal 23 gennaio al 4 aprile la Collezione Peggy Guggenheim ospita la mostra “Postwar Era: una storia recente”, a cura di Luca Massimo Barbero.
Con l’intento di offrire un’inedita lettura dell’arte europea e americana del secondo dopoguerra (fino al 1979), l’esposizione si concentra sulla produzione artistica di figure meno note al grande pubblico, prima fra tutte quella di Jack Tworkow, cui è dedicata un’intera sala del museo. Ex aspirante scrittore, il newyorchese Tworkow, di origini polacche, fu uno dei fondatori della Scuola di New York insieme a Pollock e Gorky. Amico di De Kooning, di cui diventa negli anni Quaranta vicino di studio, fa proprio uno stile pittorico gestuale ed espressionista, contraddistinto da forti pennellate dai colori vivaci. A Venezia è esposta una selezione di sue opere (5 tele e diversi lavori su carta) incentrate sulla figura della donna e caratterizzate da in trattamento cubista-espressionista delle forme. Il percorso della mostra, che si snoda per undici sale espositive, prende il via registrando gli esordi dell’Espressionismo astratto, con opere di De Kooning, William Baziotes, Robert Motherwell e Richard Pousette-Dart, per poi approdare all’Informale europeo (Afro, Capogrossi, Consagra, Lazzaro, Santomaso, Scialoja e Vedova), con uno sguardo specifico all’opera di Carlo Ciussi e una selezione di sculture di Mirko Basaldella. Oltre a una specifica sezione dedicata al secondo dopoguerra inglese (qui figurano gli scultori Kenneth Armiate, Reg Butler e Leslie Thornton, e i pittori Alan Davie e Graham Sutherland), la mostra offre un tributo alla scultrice statunitense Claire Falkenstein, autrice del cancello in vetro e metallo del museo. Groviglio di linee incastonato di pietre colorate, l’opera rivela una pratica plastica informata dalla nozione di casualità e profondamente influenzata dalla teoria della relatività di Einstein. In occasione della mostra, il cancello verrà restituito al pubblico dopo un intervento di manutenzione realizzato in collaborazione con Save Venice Inc.

Articolo di Federico Florian per Il Giornale dell’Arte - Numero 360, gennaio 2016

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Margareth Dorigatti - Luna/Mond

22 gennaio - 12 marzo 2016 

a cura di Daina Maja Titonel
testo critico di Kate Singleton

In mostra il nuovo ciclo di opere dell'artista Margareth Dorigatti, dal titolo Luna/Mond (2014-2015).
Se nelle passate mostre (Lago/See, Rubra, Erlkönig) la pittrice ha indagato mondi referenziali molto personali, condividendone sensazioni e sentori attraverso l'evocazione di archetipi riconoscibili anche per chi non ha avuto, o voluto avere, diretta percezione di quelle realtà, con Luna/Mond rivolge invece l'attenzione a qualcosa che esercita una primordiale e ineluttabile influenza su ognuno di noi durante l'intero percorso della vita; anzi, dalla fase che precede la nascita agli instabili stati che seguono alla morte; dalla concezione alla decomposizione.
"Nell'aprirsi alla Luna si è coinvolti in un processo alchemico in costante evoluzione. Come ben sapevano le più varie culture antiche, chi non bada alla Luna rinuncia alla coscienza, alla lettura delle cause rarefatte, all'intendimento", scrive Kate Singleton nel testo critico che accompagna la mostra. "Ognuno - e specialmente ognuna - ha le proprie lune. Laune in tedesco significa non solo indole e atmosfera, ma anche fantasia e capriccio; ossia creatività. Margareth Dorigatti è nata sulla scia del plenilunio, poche ore dopo un'eclisse lunare. Nel suo destino ci sono pertanto allineamenti non comuni, congiunzioni significative, un elemento di sizigia, ossia la ricomposizione dei contrari inseguito dagli alchimisti. Non a caso i suoi dipinti ci tirano dentro a un firmamento potente, a un universo onirico ma anche drammaticamente reale, fonte e crogiolo di memorie intime e sfuggevoli tutt'altro che estranee."
Con la pittura Margareth Dorigatti palesa l'esperienza profonda e ce ne rende partecipi. Adopera e manipola gli strati di colore per svelare gli aspetti più elusivi del vissuto, per richiamare una distante risonanza, un eco labile e vago. E noi, osservatrici e osservatori, nei nostri diversi modi seguiamo il suggerimento, l'invito a scavare tra gli anfratti più nascosti della coscienza. Tale è l'archeologia dell'anima.

MARGARETH DORIGATTI
Nasce a Bolzano nel 1954.
Nel 1973 studia all'Accademia di Belle Arti di Venezia con Emilio Vedova.
Nel 1975 si trasferisce a Berlino dove studia Pittura, Grafica e Fotografia presso la Hochschule der Künste.
Nel 1977 fonda una Casa-atelier frequentata dai maggiori artisti e personaggi dello spettacolo presenti a Berlino.
Nel 1979 vince una borsa di studio a New York con il compito di documentare l'attività dell'Actor's Studio e le lezioni di Lee Strassberg.
Nel 1980 inizia la sua attività espositiva in gallerie private di Berlino.
Nel 1983, insieme a Joachim Szymzcak, realizza un progetto di vaste proporzioni all'interno della rete metropolitana berlinese: 75 dipinti all'interno di 8 stazioni.
Vince un concorso indetto dalla Internationalen Bauausstellung per la realizzazione di una facciata storica di un palazzo di Kreuzberg.
Nel 1984 si trasferisce a Roma dove ha inizio la sua attività pittorica ininterrotta.
Espone in Italia e all'estero presso gallerie private, luoghi pubblici e musei (Roma, Parigi, Milano, Pescara, Bolzano, Modena, Bologna, Berlino, Nimes, Lyon, Köln, Bonn, etc). Partecipa a mostre collettive in Italia e all'estero.
E' titolare della cattedra di Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Roma.
"Dorigatti è una artista delle affinità elettive. Le corrispondenze vengono cercate piuttosto negli ambiti della letteratura e della musica che non nelle arti visive, dove certamente si è allontana dal postmoderno per riavvicinarsi a una sorta di classicismo, se inteso in senso etico e strutturale, quindi di forma e di sostanza. L'occuparsi di miti, di déi, santi e demoni, diventa quasi obbligatorio, e si prefigura come costante nella sua opera."
[Eva Clausen]


LUNA/MOND
di Kate Singleton

Con la pittura Margareth Dorigatti palesa l'esperienza profonda e ce ne rende partecipi. Adopera e manipola gli strati di colore per svelare gli aspetti più elusivi del vissuto, per richiamare una distante risonanza, un eco labile e vago. E noi, osservatrici e osservatori, nei nostri diversi modi seguiamo il suggerimento, l'invito a scavare tra gli anfratti più nascosti della coscienza. Tale è l'archeologia dell'anima.

Nelle sue passate mostre, la pittrice ha indagato mondi referenziali molto personali, condividendone sensazioni e sentori attraverso l'evocazione di archetipi riconoscibili anche per chi non ha avuto, o voluto avere, diretta percezione di quelle realtà. L'avvolgente fluidità dei laghi ("Lago/See", 2011), per esempio, o la sofferenza trascendente delle Sante che hanno osato esprimersi ("Rubra", 2012), o ancora la sottile minaccia intrinseca a una poesia imparata in giovane età ("Erlkönig", 2014).

Con "Luna/Mond", invece, rivolge la sua attenzione a qualcosa che esercita una primordiale e ineluttabile influenza su ognuno di noi durante l'intero percorso della vita; anzi, dalla fase che precede la nascita agli instabili stati che seguono alla morte; dalla concezione alla decomposizione. Nell'aprirsi alla Luna si è coinvolti in un processo alchemico in costante evoluzione. Come ben sapevano le più varie culture antiche, chi non bada alla luna rinuncia alla coscienza, alla lettura delle cause rarefatte, all'intendimento.

Ognuno - e specialmente ognuna - ha le proprie lune; Laune in tedesco, che significa non solo indole e atmosfera, ma anche fantasia e capriccio; ossia creatività. Margareth Dorigatti è nata sulla scia del plenilunio, poche ore dopo un'eclisse lunare. Nel suo destino ci sono pertanto allineamenti non comuni, congiunzioni significative, un elemento di sizigia, ossia la ricomposizione dei contrari inseguito dagli alchimisti. Non a caso, quindi, i suoi dipinti ci tirano dentro a un firmamento potente, a un universo onirico ma anche drammaticamente reale, fonte e crogiolo di memorie intime e sfuggevoli tutt'altro che estranee.

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A Brera nella fucina di Hayez

Milano. Sono gli ultimi giorni (fino al 21 gennaio) per visitare la mostra dedicata ad Hayez all’Accademia di Belle Arti di Brera, parte integrante del percorso della mostra alle Gallerie d’Italia, con la quale condivide infatti il catalogo edito da Silvana. La sezione di Brera è infatti dedicata al «Laboratorio di un pittore», in quanto Hayez, poco dopo esser giunto da Venezia, trascorse in quel luogo lunghi anni, prima come supplente di Luigi Sabatelli, ma con un ruolo già di gran rilievo nell’illustre istituzione, poi dal 1850 come professore della Scuola di Pittura, per rimanervi fino alla morte nel 1882. L’assetto di quello che fu il suo studio è assai mutato, essendo ora spazio destinato alla didattica, ma la mostra allestita nel Salone Napoleonico, curata da Francesca Valli con l’allestimento di Domenico Nicolamarino, intende restituire più che l’ambiente stesso, essendo ormai disperse gran parte delle suppellettili che lo arredavano, il senso di fucina, di laboratorio appunto, delle idee che portavano poi alla creazione dei capolavori esposti nella mostra curata da Fernando Mazzocca, a pochi isolati dall’Accademia di Brera.

Il percorso non è cronologico infatti, ma tematico: un breve ma intenso e suggestivo viaggio che traduce proprio l’impressione dell’opera nel suo farsi, accompagnata da rimandi alla temperie culturale nella quale il grande maestro si muoveva, con le fonti letterarie cui attingeva, testimoniate dalla sua nutrita biblioteca, lo stretto rapporto con la scena e l’importanza del melodramma (ricordiamo che Hayez era fin dal 1843 nella commissione incaricata di esaminare i bozzetti scaligeri).

La suddivisione segue quella degli argomenti affrontati nei saggi in catalogo dalla stessa Valli, poi da Chiara Nenci, Laura Lombardi, Valter Rosa, Roberto Cassanelli, che indagano le diverse componenti dell’immaginario, ma anche del metodo di Hayez: «La figura» innanzitutto con «I modelli di scultura»; poi le «Storie», «L’abecedario veneziano. Hayez da Tiziano»; «I soggetti. Un’enorme suppellettile di fatti»; «Gli affetti. Soggetti di espressione»; «I costumi, la scena. Il vivo carattere della repubblica veneta»; «I panneggi. Il manichino per le pieghe» per chiudere con i «Ritratti e gli Autoritratti, dal disegno alla fotografia».

Troviamo dunque bozzetti, dipinti, tra cui l’inedito «Incontro di Maria Stuarda con Elisabetta nel parco di Fotheringhary» del 1827 (di cui esistono gli schizzi preparatori nei carnet), fino alle opere più tarde, ancora conservate all’Accademia di Brera (sebbene alcune di queste siano invece esposte nella sede delle Gallerie d’Italia in piazza della Scala), ed anche quelle incompiute, poi disegni, libri, stampe. Proprio una parte dei disegni, di diverse dimensioni e stato, dallo studio embrionale alla composizione pronta da tradurre in pittura, provengono dall’ingente corpus conservato nel fondo dell’Accademia di Brera e sono esposti per la prima volta dopo il restauro affidato ai laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, sotto la direzione di Cecilia Frosinini.

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Joan Jonas: They Come to Us without a Word

NTU Centre for Contemporary Art Singapore
22 Jan 2016 — 03 Apr 2016

NTU Centre for Contemporary Art Singapore presents They Come to Us without a Word by pioneering video and performance artist, Joan Jonas for the U.S. Pavilion at the 56th Venice Biennale. This is the first showcase of the U.S. Pavilion and the premiere solo exhibition for internationally acclaimed artist, Joan Jonas in Singapore and Southeast Asia. Awarded a prestigious ‘Special Mention’ at the Venice Biennale, They Come to Us without a Word evokes the fragility of nature in a rapidly changing situation and explores specific subjects, such as bees or fish, and narratives of ghost stories. Jonas’ interdisciplinary approach towards her practice continues to be crucial to the development of many contemporary art genres, from performance and video, to conceptual art and theatre.

They Come to Us without a Word was organised for the U.S. Pavilion of the 56th Venice Biennale by the MIT List Visual Arts Center and co-curated by Paul C. Ha, Director of the MIT List Visual Arts Center and Ute Meta Bauer, Founding Director of the NTU Centre for Contemporary Art Singapore. The exhibition has been generously supported by U.S. Department of State, Cynthia and John Reed, the Helen Frankenthaler Foundation, and the Massachusetts Institute of Technology. Additional major support was provided by the Council for the Arts at MIT, Toby Devan Lewis, VIA Art Fund, Agnes Gund, Lambent Foundation, the U.S. Embassy Singapore and many other generous individuals, foundations, and corporations.

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FLAVIO BRUNETTI. NON APRIRE CHE ALL’OSCURO

Dal 13 Gennaio 2016 al 28 Febbraio 2016
CAMPOBASSO

LUOGO: Palazzo Gil

ENTI PROMOTORI:
Fondazione Molise Cultura

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0874 437386

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.nonaprirechealloscuro.it

COMUNICATO STAMPA:
Fino al 28 febbraio 2016 novanta immagini salvate dall’oblio, selezionate tra millecinquecento lastre fotografiche, restaurate e raccontate da Flavio Brunetti, prendono vita e riassumono la storia della comunità di Casacalenda (CB) tra il XIX e il XX secolo. Una mostra che non sarà statica ma arderà di percorsi multisensoriali che saranno illustrati dallo stesso autore, nel corso dell’incontro con gli organi di informazione
“Prima di essere un titolo, “Non aprire che all’oscuro” è la raccomandazione incisa sul coperchio delle scatole delle antiche lastre fotografiche al bromuro d’argento. La storia ha inizio quando l’autore, in modo del tutto casuale, si imbatte in due casse, grandi come quelle utilizzate per trasportare le bottiglie di birra., ricolme di scatole di lastre fotografiche e gettate tra le cianfrusaglie di due trovarobe.
Fu amore a prima vista e immediata contrattazione dettata dall’istinto più che dalla ragione. L’ansia di scoprire l’esatta provenienza, il tempo, chi fosse stato il fotografo, culminano nelle fattezze e nell’umanità della società di una paese molisano (ma un paese varrebbe l’altro) nell’arco di tempo compreso tra la fine dell’800 e il 1933. Tutte le lastre, e questa è la fortuna, furono scattate dallo stesso fotografo, Mastrosanti, e da lui tutto il paese si recava ad immortalare la nascita, la crescita, la morte, la partenza per il fronte, il matrimonio, la ricerca del marito, la famiglia, etc. Su quei vetri diventa materia la nostra comunità di un secolo fa che rivive e ancora respira e ancora sogna. Quelle mille e cinquecento lastre documentano un Molise ancestrale quasi primitivo e ciascuna rappresenta una condizione esistenziale che nell’insieme si fa documentazione, storia collettiva e ‘stoffa del sogno’ delle generazioni dei nostri avi. E in quel mondo, che solo apparentemente sia passato e più non esista, la fotografia assume un potere divino, magico, sacrale, quello di ridare la vita, in una sorta di metempsicosi, alla bellezza e alla grazia.”

Dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 17 alle ore 20.
Chiuso il lunedì
Flavio Brunetti è autore-interprete, colto e raffinato, di affabulazioni dotte e ricercate, proposte con incisività profana e popolana, grazie ad un’innata teatralità e ad una maschera espressiva, che lo rendono sorprendentemente unico.
Vince, come cantautore, l’edizione del ‘93 del Premio Città Di Recanati con la sua canzone Bambuascé, e incide negli anni successivi gli album TU TU TTÙ TU e FALLO A VAPORE (ediz. BMG – Musicultura – CNI) delle sue canzoni e APPLAUSE per la Flipper Music con musiche scritte insieme al Maestro L. Di Tullio.
Scrive e dirige numerose opere teatrali e musicali: STORIA DEL CLANDESTINO, su musiche di Di Tullio, LULLETTINO E LULL’AMORE – L’ANGELO MANCINO - UN VESTITO DI SILLABE E SUONI – VISIBILIA – FRUSTA LA’.
Notato da un autore e regista, attento e poco convenzionale, come Antonio Capuano, viene chiamato ad interpretare i film PIANESE NUNZIO e I VESUVIANI, nell’episodio Sofialorèn, il cui soggetto è ispirato a Capuano da “Il mito delle Sirene”, canzone di Brunetti che, dello stesso episodio, compone con L. Di Tullio anche la colonna
sonora.
Nel film NON TI MUOVERE con Sergio Castellitto e Penelope Cruz è il location manager per le scene in Molise e interpreta la parte del becchino.
Flavio Brunetti è un abile e ricercato fotoreporter. I suoi reportage fotografici:
“VISIBILIA” (pubblicato da Palladino Editore e Rivista Poetica “Altroverso”), “LA CADUTA DELL’AQUILA”, “MOLISIADE ... viaggio in nessun luogo”, “TITLESS” e “L’ESSESE CHE NON È” mostre di fotografia e pittura con l’artista Antonio D’Attellis (catalogo Palladino Editore) hanno meritato esposizioni in Italia, negli Stati Uniti, in Brasile e in Ungheria.

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/campobasso/mostra-flavio-brunetti-non-aprire-che-all-oscuro-23221

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IL MAGNIFICO GUERRIERO. Bassano a Bassano

Bassano del Grappa, Civici Musei
Dal 19 gennaio 2016

COMUNICATO STAMPA

“Il Magnifico Guerriero” farà il suo trionfale ingresso ai Civici Musei di Bassano del Grappa, accolto come il nuovo protagonista della già magnifica Sala dei Bassano che allinea 27 capolavori della grande famiglia di artisti. Per il pubblico, ma anche per gli esperti, sarà una straordinaria sorpresa.

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi, tutti molto belli. Ne posseggono uno il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Museo di Belle Arti di Budapest e solo pochissimi altri musei. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571).

Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall’arrivo di questa tela (cm 109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia.

“Il Magnifico Guerriero”, o più esattamente “Il ritratto di uomo in armi” rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia.
Indossa una preziosa corazza alla moda dell’epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità.
Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Il dipinto è apparso sul mercato antiquario londinese con l’attribuzione a Jacopo Bassano e Bernard Aikema, dell’Università di Verona vi ha riconosciuto lo stesso personaggio ritratto dal pittore nella tela del Getty Museum. Vittoria Romani dell’Università di Padova ha svolto alcuni studi sull’opera confermandone la paternità e l’importanza. Il ritratto è un autentico capolavoro, in precedenza attributo a Veronese e a Pordenone, è databile al 1548, ovvero al momento più altamente manierista del maestro.
Che si tratti di un’opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha voluto la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano.

“Il Magnifico Guerriero” era finito all’estero. Lo si ritrova nel ‘700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie’s nel 1968 con l’attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. È un’opera sicuramente interessante, tant’è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che “La condotta pittorica dell’uomo d’armi appare… in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l’oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell’ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell’ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi”.

Tolte alcune ridipinture, eseguite tutte le indagini, il Ritratto ricompare all’asta newyorkese di Sotheby’s all’inizio del 2013, proposto a poco meno di un milione di euro. Ora, rientrato in Italia, torna a Bassano, accanto ai capolavori della Famiglia.

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l’uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, l’esposizione a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo.

Il Magnifico Guerriero
Bassano a Bassano
Bassano del Grappa, Civici Musei
19 gennaio 2016 – 31 gennaio 2017

Museo civico piazza Garibaldi 32 Bassano del Grappa
orari: martedì - sabato 9:00 – 19:00 domenica e festivi 10:30 – 13:00 e 15:00 – 18:00 chiuso i lunedì non festivi, Natale, Capodanno, Pasqua

Biglietti:
intero € 5,00, ridotto: € 3,50
Dettagli, agevolazioni e riduzioni saranno consultabili nel sito www.museibassano.it

Per informazioni:

Musei Civici Bassano del Grappa
0424.519901/904 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.museibassano.it

Comunicazione Musei Bassano
Donata Grandesso 0424 519906 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ufficio Stampa Comune Bassano del Grappa:
tel. 0424 519373 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

in collaborazione con:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Roberta Barbaro)

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“L’OCCHIO INDISCRETO". BERNARDINO PALAZZI. Grafico, illustratore, fotografo

Nuoro, Museo MAN – Cagliari e Sassari, Sedi Fondazione Banco di Sardegna
Dal 27 novembre 2015 al 14 febbraio 2016

Mostra a cura di: Maria Paola Dettori



Comunicato Stampa



Nasce AR/S - Arte Condivisa in Sardegna.
 Il nuovo progetto della Fondazione Banco di Sardegna 
inaugura il suo percorso con una 
retrospettiva dedicata a Bernardino Palazzi.



La critica lo ha avvicinato, più o meno propriamente, a Degas, Boldini, Sargent, Carena e Casorati. Ma rispetto a costoro Bernardino Palazzi sa proporre anche altri registri, molti del tutto personali, segreti, ignoti agli stessi studiosi e al grande collezionismo. 
Che ora, e finalmente, la retrospettiva che la sua Sardegna gli dedica in tre diverse sedi, dal 27 novembre al 14 febbraio, ha il merito di svelare.



L’iniziativa è realizzata dalla Fondazione Banco di Sardegna che con essa avvia un progetto ambizioso quanto necessario: “AR/S - Arte Condivisa in Sardegna”. 
Partendo dal rilevante patrimonio d’arte conservato dalla stessa Fondazione, AR/S intende favorire la messa in rete di collezioni pubbliche e private, offrendole alla popolazione sarda e agli ospiti dell’isola, spesso per la prima volta, in mostre diffuse in più sedi nel territorio regionale. Il tutto accompagnato da momenti di approfondimento, incontri, laboratori, residenze d’artista e progetti di arte pubblica sul territorio.



Il focus di AR/S è concentrato sulla produzione artistica in Sardegna dalla fine dell’Ottocento ad oggi. Un focus che, come conferma già la mostra “L’occhio indiscreto. Bernardino Palazzi. Grafico, illustratore, fotografo”, curata da Maria Paola Dettori, non è rigidamente inteso.
Se, infatti, Palazzi è di origine sarda, essendo nato a Nuoro nel 1907, la sua attività artistica si è sviluppata in gran parte tra Padova, Venezia, la Liguria e Milano. 
A trent’anni dalla scomparsa e a quasi altrettanti dall’ultima mostra a lui dedicata (Vicenza, 1987), Bernardino Palazzi viene ora indagato nella sua terra d’origine con l’obiettivo di restituirlo alla storia dell’arte europea del Novecento.



Tre le sedi espositive: il Museo MAN di Nuoro e le due sedi della Fondazione, a Sassari e a Cagliari, che da sole meriterebbero una visita per le caratteristiche architettoniche e il corredo artistico che le caratterizza.



Com’è negli obiettivi del progetto AR/S, questa prima mostra riunisce opere di proprietà di diversi soggetti sollecitati dalla Fondazione: il Banco di Sardegna e il Museo del Novecento di Milano in primis, insieme a diversi collezionisti privati, sardi e non, che hanno generosamente accolto l’invito a mettere a disposizione le proprie opere accanto a quelle appartenenti alla collezione della Fondazione Banco di Sardegna.



Saranno proprio le due sedi della Fondazione a Cagliari e a Sassari ad accogliere le tele più significative, quelle che meglio esemplificano i momenti più alti della carriera del pittore: i capolavori della pittura di nudo degli Anni Venti/Trenta (a Cagliari) e il tema del ritratto collettivo del mondo di intellettuali, come quello fermato nel dipinto Bagutta (a Sassari). Testimonianza di un pittore mondano ed elegante, ma insieme assai meno scontato e semplice di quanto possa apparire in superficie, per il quale la rappresentazione del corpo femminile sarà tema costante, soggetto amato e indagato per tutta la vita, ma che avrà nelle opere degli anni milanesi i suoi risultati d’eccellenza.



Nuoro, e il Museo MAN, ospiteranno invece un ricco catalogo di opere di grafica e illustrazioni, accompagnate da apparati documentari e interessanti inediti. 
Nell’insieme non un’antologica, ma una mostra che presenta l’artista per quelli che unanimemente la critica e il mercato gli riconobbero come traguardi: il nudo femminile, il ritratto e l’illustrazione. 
E, insieme a questi temi portanti, va in mostra il Palazzi inedito e privato. Compreso quello, privatissimo, dei disegni erotici e il Palazzi fotografo.



Si entrerà così nello studio e nell’universo creativo del pittore, dove il tema del corpo (e secondariamente anche dell’eros) scorre come una corrente sotterranea: e da qui tracima nell’intera sua opera, anche là dove non lo si immaginerebbe. Con il disincanto delle novelle del Boccaccio, i disegni erotici si palesano come divertissement in cui l’autore non ha remore a raffigurare per sé solo un mondo in cui è la sensualità a dettar legge, a dominare e travolgere, senza badare a ruoli, età, missioni. 
La sezione fotografica presenta il materiale da lavoro, personale e privato, dell’artista: un corpus di immagini di studio, dove Palazzi ritrae sé stesso e, soprattutto, le sue modelle, le stesse che si ritrovano in diversi dipinti.



L’osservazione di questi materiali accompagna il visitatore lungo il percorso creativo del pittore, rendendolo “voyeuristicamente” complice dell’atmosfera del suo atelier, mai algida e distaccata, ma calda, intimamente vissuta come le lenzuola aggrovigliate sulle quali si distendono, sfrontate o pudiche, le sue modelle.



Info: www.fondazionebancodisardegna.it 
Facebook: AR/S - Arte condivisa in Sardegna

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HENRIETTE FORTUNY. Ritratto di una musa

Inverno a Palazzo Fortuny

HENRIETTE FORTUNY Ritratto di una musa

Dal 19 dicembre 2015 al 13 marzo 2016 Venezia, Palazzo Fortuny

Questa mostra è un omaggio a una donna che con la sua intelligenza e sensibilità ha saputo affiancare, ispirare e sostenere uno degli artisti più raffinati del secolo scorso.

Adèle Henriette Nigrin nasce a Fontainebleau nel 1877 e agli inizi del ‘900, a Parigi, incontra Mariano Fortuny. Lui è un artista già noto, impegnato nella sperimentazione di un complesso sistema d’illuminazione che sin dalle prime applicazioni rivoluzionerà la scenotecnica teatrale.

Le scarne notizie biografiche non ci raccontano altro, ma certo è che dal 1902, per ben 47 anni, Henriette sarà al fianco di Fortuny, contribuendo in misura determinante al successo delle sue straordinarie creazioni tessili. A lei si deve infatti l’idea del Delphos, l’abito in finissima seta plissettata icona di uno stile mondialmente riconosciuto e simbolo di un’eleganza senza tempo.

Nella casa laboratorio di Palazzo Pesaro degli Orfei Henriette affianca il marito nella produzione dei pregiati tessuti stampati e delle lampade in seta, coordinando le numerose maestranze che con loro collaborano. Si fa anche carico dei delicati rapporti con una committenza sempre più numerosa e internazionale, lasciando al Maestro la possibilità di dedicarsi interamente agli studi, alle ricerche, alle sperimentazioni nelle varie discipline artistiche.

Dopo la morte del marito (1949) e ceduta la Società Anonima Fortuny all’amica Elsie McNeill, Henriette dedica il resto della sua vita a ottemperare alle disposizioni testamentarie di Mariano – donando numerose opere a musei italiani e spagnoli – e all’inventario dei beni del palazzo, che alla sua scomparsa affida alla città di Venezia.

La mostra, a cura di Daniela Ferretti e Cristina Da Roit, è il frutto del lavoro di ricerca, riordinamento e manutenzione effettuato nel corso del 2015 sulle collezioni del Museo Fortuny, mediante il quale è stato possibile selezionare, da un corpus di oltre dodicimila originali tra lastre di vetro alla gelatina e pellicole in celluloide, duecento fotografie dell’archivio fotografico Fortuny, che sono state oggetto di un importante intervento conservativo e archivistico, cui si è aggiunto il riordinamento e l’informatizzazione della raccolta delle matrici per la stampa su tessuto.

In occasione della mostra per la prima volta saranno inoltre visibili al pubblico alcuni filmati amatoriali girati da Mariano negli anni Trenta. Si tratta di materiali filmici di recente ritrovamento, costituiti da pellicole in formato pathè baby e 35 mm, sui quali, grazie al contributo della Maison Vuitton, è stata eseguita un’operazione di restauro tecnico e riversamento in digitale a opera dell’Archivio Nazionale Cinema Impresa di Ivrea e dei laboratori La Camera Ottica e Crea dell’Università degli Studi di Udine.

Catalogo Fondazione Musei Civici di Venezia, a cura di Daniela Ferretti, con testi di Daniela Ferretti, Claudio Franzini e Cristina Da Roit. _ A cura di Daniela Ferretti Cristina Da Roit

Per maggiori informazioni, visitare: http://fortuny.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/inverno-palazzo-fortuny-2015/2015/10/16077/henriette-fortuny-una-musa-silente/

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MASSIMO ALLEGRO. MILANO. SGUARDI DI SOLIDARIETÀ

Dal 23 Dicembre 2015 al 11 Gennaio 2016

CINISELLO BALSAMO | MILANO
LUOGO: Centro Culturale Il Pertini

ENTI PROMOTORI:
Comune di Cinisello Balsamo

Croce Rossa Italiana

Federazione Italiana Associazioni Fotografiche


TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 66023557
SITO UFFICIALE: http://www.massimoallegro.com

COMUNICATO STAMPA:
Il racconto fotografico di Massimo Allegro, che ha realizzato il reportage per il Comitato Provinciale di Milano della Croce Rossa Italiana, è la voce di un “mondo a parte”, poco visibile ma spesso vicinissimo. Un mondo denso di storie, di valori e di persone, che interseca ogni giorno la rete della solidarietà. 
Con sguardo sensibile e partecipe, l’autore ritrae i momenti in cui le strade dei volontari incrociano le emergenze sociali, sfiorano percorsi umani, individuali o collettivi, di sofferenza e di speranza. L’intento non è mostrarne il dramma, ma la ricchezza umana. 

Attraverso il medium della Croce Rossa milanese, si entra in luoghi inconsueti, in territori idealmente lontani, dove è costante la presenza del volontariato e dove l’estremo disagio, la nuova povertà, i flussi migratori non sono “cronaca”, ma aiuto quotidiano. 
I migranti, che passano il mare per avere accoglienza; il bisogno di stabilità e relazioni dei senza dimora; le lunghe file di chi cerca pane, vestiti e generi di prima necessità; gli ospedali, dove è importante trovare un sorriso.
Ma le immagini narrano anche altro: segreti, pensieri inconfessati, progetti futuri per uscire dal “mondo parallelo”. 
Accanto c’è la vita normale, che non può scorrere ignara. 

Gabriella Gerosa, responsabile comunicazione Croce Rossa Italiana Comitato Provinciale di Milano. 

La mostra inaugura mercoledì 23 dicembre alle ore 18.30.


Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-massimo-allegro-milano-sguardi-di-solidariet%C3%A0-22941

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CARLO PORTELLI. PITTORE ECCENTRICO TRA ROSSO FIORENTINO E VASARI

Dal 22 Dicembre 2015 al 30 Aprile 2016

FIRENZE

LUOGO: Galleria dell’Accademia

CURATORI: Lia Brunori, Alessandro Cecchi

ENTI PROMOTORI:
Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo
Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici della Toscana
Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze
Galleria dell’Accademia
Firenze Musei
Ente Cassa di Risparmio di Firenze

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 16.50, ridotto € 10.25 / € 4

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 055 294883

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.uffizi.firenze.it

COMUNICATO STAMPA: La Galleria dell’Accademia annovera, nell’ampia rassegna della pittura fiorentina della Maniera dispiegata nella Tribuna del David, una monumentale pala con l’Immacolata Concezione di Carlo Portelli (tavola, cm 415 x 246,2), datata 1566 e già in Ognissanti, che può, a giusto titolo, essere considerata il suo capolavoro. Il suo autore, per quanto titolare di importanti commissioni e fra gli artisti attivi per le maggiori imprese medicee, non ha goduto sin qui di una grande fortuna critica.
Intorno a questa tavola visionaria e neo rossesca che scandalizzò Raffaello Borghini (1584) per l’esibizione sfacciata e irriverente delle nudità di Eva in primo piano, è quindi opportuno raccogliere in una mostra tutti i dipinti che si possono ascrivere attendibilmente al Portelli e, con nuove ricerche, chiarire nel catalogo, una volta per tutte, il suo ruolo nella pittura fiorentina dell’età vasariana.
Giunto a Firenze dalla natia Loro Ciuffenna in epoca imprecisata, si sarebbe formato, secondo il Vasari, nella affollata e sperimentata bottega di Ridolfo del Ghirlandaio e nel 1538 si era già iscritto alla Compagnia di San Luca o dei Pittori. Due anni più tardi collaborava già col Salviati all’apparato per le nozze di Cosimo I con Eleonora di Toledo, portando a compimento un dipinto effimero con l’Incoronazione di Cosimo I di cui esiste il disegno preparatorio di Cecchino al Louvre.
La pala con la Trinità di Santa Felicita, da datarsi prima del 1543, lo rivela un artista che, rifacendosi ai grandi modelli, sa già orchestrare una composizione, scalando in profondità le figure nello spazio illusorio di un dipinto. Dopo aver preso in affitto una bottega nel 1548, avrebbe dato inizio ad una intensa attività di pittore di soggetti religiosi, di cui danno conto le pale del 1555 (Annunciazione di Loro, Disputa sulla Trinità di Santa Croce e Adorazione dei Pastori di San Salvi, queste ultime in origine nella chiesa di Monticelli, consacrata nel 1555).
Due anni più tardi licenziava il grandioso e affollato Martirio di San Romolo (come lo sono in genere le pale d’altare del Rosso), di cui è conservato al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi uno studio preparatorio a matita rossa per la testa della fanciulla di profilo che figura nel dipinto e che gli sarà esposto accanto, come nel percorso dell’esposizione figureranno le opere grafiche del Portelli che si conoscono, in genere caratterizzate da un inconfondibile segno filiforme, in punta di penna, che definisce sommariamente le figure.
Iscritto nel 1563 alla appena fondata Accademia del Disegno, lo sarebbe rimasto fino alla morte, nel 1574. In questi anni, accanto ad una produzione di pale d’altare come il Compianto di Loro del 1561, l’Immacolata Concezione del 1566, la Restituzione della Croce di Olmi del 1569, e il Cristo che predica con i Santi Giovanni Battista ed Evangelista e i committenti, di Colle di Buggiano del 1571, avrebbe soddisfatto le richieste di una committenza privata desiderosa di Sacre Famiglie (in musei stranieri o passate sul mercato) e Allegorie della Carità (Madrid, Arezzo e Firenze), cimentandosi con successo anche nel genere ritrattistico con dipinti oggi a Chaàlis e a Wiesbaden, e con il Ritratto allegorico e celebrativo di Giovanni dalle Bande Nere di Minneapolis, debitore del ritratto del condottiero di Giovan Paolo Pace degli Uffizi e di quello della Galleria Palatina restituito a Salviati dal Cecchi, dei quali è prevista l’esposizione accanto all’opera del Portelli.
Dopo aver lavorato all’apparato del 1565 per le nozze di Francesco de’ Medici e di Giovanna d’Austria, con pitture a Borgonissanti e all’arco al Canto della Paglia, avrebbe chiuso la sua carriera con la collaborazione all’impresa dello Studiolo del Principe in Palazzo Vecchio, dipingendo, ormai vecchio e superato dai giovani emergenti, il Nettuno e Anfitrite così diverso dalle sue opere più tipiche.
La mostra che annovererà circa cinquanta opere fra dipinti, disegni e documenti, oltre a valorizzare la pala dell’Accademia, consentirà al pubblico che affolla ogni giorno il museo di conoscere un artista noto solo agli specialisti e invece meritevole di essere apprezzato per la sua originalità, fantasia e capacità di tradurre in pittura concettose invenzioni, sul modello del Vasari.

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/firenze/mostra-carlo-portelli-pittore-eccentrico-tra-rosso-fiorentino-e-vasari-12893

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RENZO ARBORE. LA MOSTRA. VIDEOS, RADIOS, CIANFRUSAGLIES “LASCIATE OGNI TRISTEZZA VOI CH’ENTRATE”

Dal 19 Dicembre 2015 al 03 Aprile 2016

ROMA
LUOGO: MACRO Testaccio - La Pelanda

ENTI PROMOTORI:
Assessorato Cultura e Sport di Roma - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali

TELEFONO PER PREVENDITA: +39 06 85356892

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 06 671070400

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SITO UFFICIALE: http://www.museomacro.org

COMUNICATO STAMPA: Nel 2015 ricorre il trentennale di Quelli della notte, una delle “invenzioni” di Renzo Arbore che hanno più inciso nella storia della cultura e dell’intrattenimento.
Come ha già annunciato in un Che tempo che fa che Fabio Fazio ha voluto dedicare interamente a quell’evento, dal 19 dicembre 2015 al 3 aprile 2016 sarà aperta al pubblico, negli spazi espositivi della Pelanda al Macro di Testaccio, una grande mostra dedicata a Renzo Arbore, ai 50 anni della sua straordinaria carriera, alle sue trasmissioni televisive e radiofoniche che hanno così fortemente caratterizzato la storia della televisione e del costume del nostro paese, alle sue amicizie e alle sue scoperte, ai suoi percorsi musicali e ai concerti dell’Orchestra Italiana, alla sua incredibile collezione di oggetti e memorabilia, ma anche ai suoi amici, ai suoi viaggi, al sostegno non episodico alla Lega del Filo d’Oro e alla sua sensibilità verso i più sfortunati, alla travolgente esperienza umana e in definitiva al suo contributo di intelligenza e di ironia alla cultura italiana.

All’ingresso della mostra campeggerà la scritta: “lasciate ogni tristezza voi ch’entrate”. All’interno, in un percorso espositivo sorprendente, saranno esposti gli oggetti che sono i testimoni di questa straordinaria avventura: dalle copertine dei dischi alle sue collezioni più improbabili, dalle radio d’epoca alle cravatte più strane, dagli oggetti in plastica collezionati in modo quasi maniacale alle memorabilia dei suoi viaggi, dagli strumenti musicali agli elementi scenografici che hanno caratterizzato le sue trasmissioni televisive. Accanto a loro saranno protagonisti i documentiaudio e video delle performances di Arbore, da Quelli della notte ai concerti dell’Orchestra italiana, da Bandiera Gialla e Alto Gradimento ai suoi film e perfino ai suoi sketch pubblicitari, in un percorso articolato in “stazioni” che corrispondono alle passioni di Renzo: la Musica, l’America, il Collezionismo e la Plastica, il Cinema, i Viaggi, la Televisione, le Città e gli Amici, la Moda e il Design, la Radio e infine la Lega del Filo d’Oro. Si svilupperà così un racconto nel quale, come in una camera delle meraviglie, ogni oggetto, ogni suono e ogni immagine porteranno alla luce una curiosità e un momento della vita di Renzo Arbore, ma anche di un pezzo della storia d’Italia e degli italiani.

Oltre a Renzo Arbore nel progetto sono coinvolti molti dei suoi collaboratori, che gli sono stati e gli sono accanto in tante occasioni, a partire da Alida Cappellini e Giovanni Licheri, che hanno disegnato per Arbore le scenografie della maggior parte dei suoi spettacoli e hanno progettato un allestimento della mostra che non mette solo in valore i materiali esposti, ma riesce ad accogliere il visitatore come se fosse a casa di Renzo. La regia e il montaggio dei filmati è affidata a Luca Nannini che si avvarrà delle ricerche di Sabina Arbore e Adriano Fabi.

Promossa dall’Assessorato Cultura e Sport di Roma - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la mostra è prodotta da Civita in collaborazione con la RAI e con RAI Teche.
La rassegna sarà affiancata da una serie di eventi collaterali che saranno programmati d’intesa con il MACRO.
La mostra è accompagnata dal volume di Renzo Arbore "E se la vita fosse una jam session? Fatti e misfatti di quello della notte", a cura di Lorenza Foschini, edito da Rizzoli. A cinquant’anni dall’esordio in radio con Bandiera gialla e a trenta dal successo in tv di Quelli della notte, per la prima volta Renzo Arbore si racconta in un libro di ricordi, incontri e oggetti, sul filo delle sue passioni: la musica, la radio, la televisione, il collezionismo.
Nel bookshop della mostra sarà infine proposta al pubblico una serie di oggetti ispirati al suo colorato e allegro universo iconografico.

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/roma/mostra-renzo-arbore-la-mostra-videos-radios-cianfrusaglies-lasciate-ogni-tristezza-voi-ch-entrate-21097

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PICASSO E LE SUE PASSIONI

Dal 19 Dicembre 2015 al 20 Marzo 2016

PAVIA
LUOGO: Palazzo Vistarino
CURATORI: Lola Duran
ENTI PROMOTORI:
Fondazione universitaria Alma Mater Ticinensis
Associazione Culturale ViviPavia
MUSA Group
Comune di Pavia
Università di Pavia
Regione Lombardia

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 12, ridotto gruppi, studenti universitari e over 65 € 8, bambini fino a 5 anni € 1, scuole € 6
E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
SITO UFFICIALE: http://www.picassoelesuepassionipavia.it

COMUNICATO STAMPA:
“Picasso e le sue passioni” è la mostra  che si terrà a Pavia a Palazzo Vistarino dal 19 dicembre 2015 al 20 marzo 2016.  L’esposizione, curata da Lola Duran, propone più di 200 opere tra disegni, ceramiche e oli, provenienti da importanti raccolte private di tutto il mondo e dal museo di Mija Malaga, e illustra, nei suoi contenuti più autentici, i temi e le passioni che hanno dato vita alla creatività di Pablo Picasso e ne hanno influenzato l’esperienza umana e artistica.
 
Pavia, unica città del nord Italia ad accogliere l’esposizione, apre eccezionalmente al pubblico le sale di palazzo Vistarino. La settecentesca “villa delle delizie”, affacciata sul Ticino, oggi sede della Fondazione universitaria Alma Mater Ticinensis, farà da scrigno, con le sue sale affrescate, le dorature e gli specchi, alle opere di Pablo Picasso. La mostra è organizzata dalla Fondazione universitaria Alma Mater Ticinensis e dall’Associazione Culturale ViviPavia, in partnership con MUSA Group e in collaborazione con il Comune e l’Università di Pavia.
Il catalogo della mostra, edito da Gli Ori, è stato curato da Paola Gribaudo.
 
Il teatro e il circo, la tauromachia, le donne e la politica: queste le passioni che danno titolo alla mostra. Temi centrali nell’immaginario artistico di Pablo Picasso e nel contesto del XX secolo. Tematiche illustrate attraverso una grande varietà di tecniche. “Picasso e le sue passioni” propone un percorso completo nell’opera dell’artista spagnolo, che aiuta a comprendere al meglio l’evoluzione del suo linguaggio artistico:dai primi anni parigini con leincisioni del cicloLa Suite des saltimbanques (1913) all’esperienza più matura delle opere grafiche (disegni e litografie) dedicate a La Célestine del 1971. Un nucleo tematico importante è costituito dalle ceramiche, una delle poche collezioni complete in possesso di un privato, conil ciclo Tauromachia (1959),cui Picasso si è dedicatodopo la fine della Seconda guerra mondiale. 
La sperimentazione di oggetti in ceramica (vasi, piatti, brocche, mattonelle dipinte) ha infatti accompagnato gli ultimi vent’anni di vita dell’artista, intrecciandosi indissolubilmente con le sculture, la grafica e soprattutto i lavori su tela. “Picasso e le sue passioni” offre quindi un’esposizione eterogenea per temi ed eclettica per ricerca stilistica, che culmina nei due dipinti a olio Tête de femme,1943 (olio su cartone intelato, 66x51) e Autoritratto del 1967 (gouache e inchiostro di china, 75x56,5) esposti nella “sala della marchesa” di Palazzo Vistarino.
 
La donna è il soggetto più sentito nella pittura di Pablo Picasso, è la verità più nascosta, il cavallo di battaglia più sicuro nella guerra di conquista della realtà, è un simbolo limpido, è l’inesauribile tesoro e la nemica che non depone mai le armi. È la joie de vivre e nello stesso tempo è l’ossessione a cui dare forma, la sua inseparabile compagna e la sua regina. Alcuni biografi attribuiscono alla presenza di Dora Maar l’influsso esercitato nella vita di Picasso dal 1935 al 1943 e anche nel suo radicale cambiamento dello stile pittorico. Il temperamento forte, nevrotico e intellettualmente isterico della sua compagna porta l’artista all’esasperazione del suo espressionismo estetico, sia nella scomposizione dei piani prospettici sia nella profondità e acutezza interpretativa del carattere di lei. 
Tête de femme, 1943 – olio su cartone intelato, 66x51 – esposto a Pavia è l’ultimo – e forse il più completo – di una sequenza di quattro ritratti realizzati tutti nello stesso giorno il 3 giugno del 1943, quasi una sorta di addio a Dora Maar, immediatamente prima che l’artista incontrasse la sua prossima conquista e novella musa, la giovanissima Françoise Gilot.
 
Nei numerosi autoritratti realizzati nel corso della sua lunga carriera Pablo Picasso in fondo ha sempre svelato l’autentica passione della sua vita: quella per se stesso. 
In Autoritratto, 1967 – gouache e inchiostro di china, cm 75x56,5 – l’artista rivela tutta l’identità e l’alterità del suo doppio. Qui Picasso è l’uomo, l’artista, l’alchimista, ma è anche il Minotauro, il toro, il demone: è l’ombra che affiora dall’inconscio per tradire l’identità nascosta. Nella sua costante decostruzione dell’Ego, Picasso si ritrae davanti allo specchio dell’anima nell’ossessione drammatica di rivelare la sua identità segreta prima di tutto a se stesso.
 
Per l’eccezionalità della sede espositiva per la prima volta aperta al pubblico, per quantità di opere e tecniche proposte, “Picasso e le sue passioni” è una mostra unica per Pavia e per tutto il nord Italia. Un’occasione per conoscere al meglio l’opera del grande pittore che ha rivoluzionato l’arte del secolo passato e, ancora, dei nostri giorni.
Tra le opere che si potranno ammirare in mostra ci sarà uno spazio dedicato a tre rappresentazioni innovative del grande dipinto di Picasso: Guernica. Il progetto voluto da The Mad Box, leader di mercato in Italia nella raccolta di digital e media retail con oltre 2000 metri quadrati di impianti digital out-of-home installati, ha dato la possibilità a tre artisti italiani di creare una loro trasposizione del capolavoro dell’artista spagnolo. Un’opportunità colta da Stefano Bressani, che nella sua opera Urlo alla vita rappresenta la Guernica come un inno alla vita, alla passione e al colore sovrapponendo all’opprimente grigiore livido della guerra, ritrovato nell’opera originale, un urlo di speranza. Parte, invece, da immagini decomposte e decostruite l’opera Per Guernica ora di Paolo Baratella, una trasposizione che “alza la voce” per dire no a chi ritiene che le distruzioni e i massacri siano l’unico mezzo per risolvere i contrasti tra i popoli. Infine, The Mad Box ha coinvolto per l’occasione l’artista milanese Paolo Ceribelli, il quale nella sua rappresentazione immagina la Guernica come una ripetizione ossessiva di un’icona; il suo perdere prima profondità poi forma e infine colore, sbiadendosi, non è che la rappresentazione della ciclicità con cui ripetiamo i nostri orrori, con cui li trasformiamo in routine “altro da noi”.
 
Per avvicinare anche i più piccoli a Picasso sono state pensate delle attività didattiche che si susseguiranno per tutta la durata della mostra: visite guidate per bambini e ragazzi permetteranno di approfondire la conoscenza dell’artista e delle sue opere.
Per i gruppi di scuola dell’infanzia e di scuola primaria è stato pensato il percorso “Il piccolo e grande Pablo”: seguendo il racconto della guida i bambini conosceranno la storia del pittore e delle opere esposte, imparando a comprendere le sue tecniche e la sua poetica. A questo percorso seguiranno i laboratori Le mani nell’arte, in cui si insegnerà ai più piccoli a decorare un oggetto in terracotta utilizzando soggetti e colori di Picasso, e I colori di Picasso, dove i bimbi saranno guidati nella realizzazione di un collage che riprodurrà una delle opere esposte.
Per le scuole secondarie di primo grado è stato pensato il percorso “Picasso tra storia, vita e colori”, percorso in cui gli alunni potranno apprendere la vita e le opere del Maestro attraverso un “diario di viaggio”.
Per le scuole secondarie di secondo grado, oltre alle visite guidate, è offerta la possibilità di organizzare percorsi specifici per licei artistici e scuole d’arte. 

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/pavia/mostra-picasso-e-le-sue-passioni-22099

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DE CHIRICO A FERRARA. Metafisica e avanguardie

Ferrara, Palazzo dei Diamanti
Dal 14 novembre 2015 al 28 febbraio 2016

COMUNICATO STAMPA

La pittura di De Chirico è una nuova visione,
nella quale lo spettatore ritrova il suo isolamento
e intende il silenzio del mondo
René Magritte

A cento anni dalla loro creazione tornano a Ferrara i rari capolavori metafisici che Giorgio de Chirico dipinse nella città estense tra il 1915 e il 1918. La mostra, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalla Staatsgalerie di Stoccarda in collaborazione con l’Archivio dell’Arte Metafisica e curata da Paolo Baldacci e Gerd Roos celebra questa importante stagione dell’arte italiana e documenta la profonda influenza che queste opere ebbero su Carlo Carrà e Giorgio Morandi, e poco dopo sulle avanguardie europee del dadaismo, del surrealismo e della Nuova oggettività.
Quando l’Italia entra nella prima guerra mondiale, de Chirico e suo fratello Alberto Savinio lasciano Parigi per arruolarsi e alla fine di giugno del 1915 vengono assegnati al 27° reggimento di fanteria di Ferrara. Il soggiorno nella città emiliana determina cambiamenti profondi, tanto nella pittura di Giorgio e nei temi ispiratori dei suoi quadri quanto nelle creazioni di Alberto, che a Ferrara abbandona decisamente la musica per dedicarsi solo alla scrittura.
Travolto da un’ondata di romantica commozione di fronte alla bellezza della città e al ritmo sospeso della sua vita, de Chirico la rende protagonista di alcuni dei suoi dipinti più famosi, nei quali il Castello Estense o le grandi piazze deserte e senza tempo svolgono un ruolo di magica affabulazione (I progetti della fanciulla, 1915, Il grande metafisico, 1917, Le Muse inquietanti, 1918). Nella pittura ferrarese stanze segrete dalle prospettive vertiginose fanno da sfondo agli oggetti più strani o più comuni che l’artista individuava nelle sue esplorazioni tra i vicoli del ghetto, e su pavimenti in fuga verso l’orizzonte, tra rosse quinte teatrali che mimano edifici del Rinascimento, sciolgono il loro canto malinconico i grandi manichini senza volto (Il Trovatore, 1917, Ettore e Andromaca, 1917). Le tele si accendono di un cromatismo intenso, dai vani delle finestre si intravedono scorci di architetture, i quadri nel quadro propongono l’eterna sfida tra realtà e illusione, e gli agglomerati di scatole con carte geografiche mute, biscotti, strumenti da disegno e di misurazione, anticipano le accumulazioni scultoree dadaiste: oggetti isolati dal loro contesto e riassemblati per evocare nuovi significati e suscitare nello spettatore un senso di straniamento.

La metafisica ferrarese è molto diversa da quella degli anni trascorsi a Parigi tra il 1911 e il 1915. Sulle rive della Senna de Chirico aveva dato espressione plastica ricca di afflato nostalgico e malinconico a una fantasmagoria interiore giocata dalle due controfigure del padre naturale e di Nietzsche, padre del suo pensiero, sullo sfondo ideale di Torino, scenario dove si ricongiungevano i corpi separati della sua identità di patria e di pensiero. A Ferrara, invece, circondato e insieme protetto da una guerra feroce e insensata, egli affonda uno sguardo freddo nell’illogicità del mondo e dei linguaggi attraverso il microcosmo degli oggetti comuni – «la grande pazzia che esisterà sempre e continuerà a gesticolare e a far dei segni dietro il paravento inesorabile della materia» – e traccia un filo che, collegandosi alle antiche magie delle civiltà mediterranee e semitiche, consente all’arte di trasformarsi in un annuncio “evangelico” per il futuro senza perdersi nella negazione, e individuando quel dominio classico del pensiero che sa rendere esplicito il caos ma anche trasfigurarlo nella creazione artistica con lo sguardo filosofico dell’uomo contemporaneo, che tuttavia avverte le forze misteriose e inconoscibili della fatalità.

La mostra, la prima in senso assoluto dedicata all’indagine e all’approfondimento delle peculiarità artistiche e culturali di questo periodo cruciale per l’arte italiana ed europea, presenta la più completa rassegna dei capolavori dipinti da de Chirico e Carrà nel 1917 a Villa del Seminario, l’ospedale psichiatrico militare per la cura delle nevrosi di guerra, dove i due artisti furono ricoverati nella primavera-estate del 1917, e dove svilupparono un intenso sodalizio di lavoro. Per la prima volta dopo quarantacinque anni si potranno ammirare, allestiti uno accanto all’altro, gli originali dei grandi manichini di Giorgio de Chirico del 1917-18 insieme alla serie quasi completa delle opere metafisiche di Carrà: Il gentiluomo briaco, Composizione TA, Penelope, Natura morta con la squadra, La camera incantata, Solitudine, Madre e figlio, Il dio ermafrodito, L’ovale delle apparizioni, Il cavaliere dello spirito occidentale, Il figlio del costruttore.
Altrettanto importante è la presenza di Giorgio Morandi, il cui percorso verso la sospensione metafisica e il realismo magico è documentato da un ristretto gruppo di tele realizzate tra il 1916 e il 1919: dalla famosa “natura morta rosa” fino a quelle coi busti di manichino e con i vasi sul tavolo rotondo del 1919.
Attraverso poche ma essenziali opere di Filippo de Pisis, il primo e più fedele compagno ferrarese di de Chirico, possiamo seguirne il singolare percorso che sviluppa una visione personale della metafisica, dai primi collage dadaisti fino alle opere degli anni Venti, dense di citazioni dalle opere dell’amico (Natura morta accidentale, 1919-20, I pesci sacri, 1926, Natura morta con gli occhi, 1923).
L’influenza capillare della pittura metafisica sulle avanguardie europee del dopoguerra – avvenuta soprattutto tramite la diffusione della rivista «Valori Plastici» e le mostre itineranti organizzate dal suo editore Mario Broglio – è documentata da una serie importante di opere di Man Ray, Raoul Hausmann, George Grosz, René Magritte, Salvador Dalí e Max Ernst, che realizzarono straordinari capolavori ispirati ai temi e alle iconografie ferraresi di de Chirico e Carrà.

Il percorso espositivo, che comprende oltre settanta opere provenienti dai principali musei e collezioni di tutto il mondo, ha il suo fulcro nelle tele realizzate da de Chirico nella stretta forbice temporale degli anni ferraresi. Scandita in sezioni cronologico-tematiche, la rassegna è arricchita da una selezione di dipinti, ready made, acquerelli, disegni, collage e fotografie degli artisti che si ispirarono al maestro italiano, nei quali sarà possibile leggere sorprendenti riprese e citazioni.

ll catalogo della mostra, punto d’arrivo di oltre trent’anni di studio e di ricerche, è arricchito dai saggi dei maggiori specialisti di quel periodo storico e offrirà uno sguardo completo su questa straordinaria stagione dell’arte italiana ed europea.

La ricorrenza del centenario del soggiorno di de Chirico a Ferrara ha chiamato a raccolta istituzioni, associazioni e altri soggetti cittadini, che hanno dato vita ad un ricco calendario di proposte culturali ed educative, tra conferenze, concerti, incontri, mostre e progetti didattici. Con il biglietto d’ingresso all’esposizione di Palazzo dei Diamanti, sarà possibile accedere gratuitamente alla mostra Il manichino e i suoi paesaggi presso la Palazzina Marfisa d’Este (la prima rassegna italiana ad indagare questo tema in ambiti diversi, dalla moda alla scienza all’arte) e alla mostra site specific di Mustafa Sabbagh, ispirata all’opera di Alberto Savinio, al Museo Civico di Storia Naturale di Ferrara.


DE CHIRICO A FERRARA. Metafisica e avanguardie
Ferrara, Palazzo dei Diamanti
14 novembre 2015 – 28 febbraio 2016

Mostra a cura di Paolo Baldacci e Gerd Roos, organizzata dalla Fondazione Ferrara Arte e dalla Staatsgalerie di Stoccarda in collaborazione con l’Archivio dell’Arte Metafisica, Milano / Berlino

Orari di apertura: tutti i giorni 9.00 – 19.00
Aperto anche 8, 25 e 26 dicembre, 1 e 6 gennaio

Informazioni e prenotazioni
tel. 0532 244949
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www.palazzodiamanti.it

Per pacchetti e offerte turistiche www.visitferrara.eu

Ufficio stampa
Studio ESSECI – Sergio Campagnolo, tel. 049 663499
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www.studioesseci.net

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PABLO ECHAURREN. Contropittura

Roma, Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea

Dal 20 novembre 2015 al 3 aprile 2016
a cura di Angelandreina Rorro



Il fulcro concettuale della mostra che la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea dedica a Pablo Echaurren è rappresentato dall’impegno politico che connota la sua ricerca.
Pittore ad appena 18 anni, ottiene un precoce riconoscimento da Arturo Schwarz, “patron” del Dada-Surrealismo, ma nel 1977 decide di abbandonare la professione per immergersi nel clima sociale complesso e teso del periodo. Nell’idea del superamento dell’arte a favore della creatività della vita, Echaurren trova linfa per le sue pagine ironiche e satiriche e per le sue future elaborazioni pittoriche.


L'esposizione sottolinea il periodo della sospensione dell'attività propriamente artistica; non si tratta quindi di una antologica, ma di una mostra tematica che intende mettere in luce l’aspetto più importante dell’arte di Echaurren e il suo avanguardistico contributo al pensiero contemporaneo. 
Il percorso espositivo, che presenta oltre 200 opere dell’artista - tele, disegni, collage - dagli anni settanta ad oggi ed un’ampia sezione di documentazione, comincia con i lavori d’esordio, i “quadratini”, acquerelli e smalti di piccole dimensioni che riflettono i miti generazionali (la politica, la musica) e le inclinazioni personali (per le scienze naturali, il collezionismo).
 La sezione centrale e cuore della mostra è dedicata ai disegni e collage (qui esposti per la prima volta) legati all’esperienza dei cosiddetti “Indiani metropolitani” che, nel 1977, si sono appropriati dei linguaggi estetici dell’avanguardia artistica per denunciare il mondo illusionistico dei media. In questo ambito appare evidente il desiderio di trasformare l’esclusiva ricerca di Marcel Duchamp in uno strumento a disposizione di tutti, secondo un progetto di collettivizzazione dell’avanguardia storica.
 Seguono una serie di grandi tele degli anni ottanta e novanta, che fanno i conti con gli eventi contemporanei e con la problematica ambientale, e alcuni collage degli anni novanta composti con manifesti politici e pubblicitari.
La mostra illustra anche le più recenti «pitture da muro», che creano un nuovo alfabeto simbolico, una serie di quadri sul sistema dell’arte che rivelano la dimensione critica del lavoro dell’artista e i lavori di dimensioni minori, come le “Decomposizioni floreali”. L’attenzione è pertanto focalizzata sulla “contropittura” di Echaurren e quindi anche tutti i lavori non esposti sono parte integrante di una poetica coerente. In essa, la pittura “scende” fino al foglio stampato, il fumetto assurge a quadro, e la riflessione concettuale di stampo Dada-futurista stimola una visione ironica del presente.



Pablo Echaurren. Contropittura
a cura di Angelandreina Rorro


20 novembre 2015 – 3 aprile 2016 
Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea 
Roma, viale delle Belle Arti, 131


Ufficio stampa Gnam 
Chiara Stefani e Laura Campanelli 
tel. 06-3229328 
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Ufficio stampa Studio ESSECI Sergio Campagnolo 
Referente Stefania Bertelli
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tel. 049.663499

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RAFFAELLO. IL SOLE DELLE ARTI

Dal 26 Settembre 2015 al 24 Gennaio 2016

VENARIA REALE | TORINO
LUOGO: Reggia di Venaria Reale

CURATORI: Gabriele Barucca, Sylvia Ferino, comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci

ENTI PROMOTORI:
Città di Torino
Città metropolitana di Torino

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 12, ridotto € 10 / € 6, scuole € 2, gratuito under 6

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011 4992333

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.lavenaria.it

COMUNICATO STAMPA: Il fulcro della mostra è costituito da un nucleo di celebri capolavori di Raffaello, che evocano il racconto della sua prodigiosa carriera artistica, le persone che ha conosciuto, le diverse città dove ha vissuto. A documentare gli anni della sua formazione è una scelta di opere dei maestri che hanno avuto un ruolo fondamentale, vale a dire il padre Giovanni Santi, il Perugino, il Pinturicchio e Luca Signorelli.
La mostra intende accostarsi alla geniale personalità di Raffaello anche da un punto di vista inconsueto e imprevedibile, vale a dire illustrando il suo impegno creativo verso le cosiddette “arti applicate”, che tradussero nelle rispettive tecniche suoi cartoni e disegni nonché incisioni tratte dalla sua opera, e che nel corso del Cinque e Seicento costituirono il veicolo privilegiato per la diffusione e la conoscenza in Italia e nel resto d’Europa delle invenzioni figurative dell’Urbinate: arazzi, maioliche, monete, cristalli di rocca, placchette, smalti, vetri, armature, intagli.
Per le richieste di prestito delle opere sono coinvolte le più importanti istituzioni museali italiane e straniere come i Musei Vaticani, il Residenzschloss di Dresda, il Kunsthistorisches Museum di Vienna, il Victoria and Albert Museum di Londra, la Pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia, gli Uffizi, la Galleria Palatina di Palazzo Pitti, il Museo Nazionale del Bargello e il Palazzo Corsini di Firenze, il Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza, la Galleria Nazionale delle Marche di Urbino, i Musei Civici di Pesaro e il Museo di Capodimonte di Napoli.

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/torino/mostra-raffaello-il-sole-delle-arti-19601

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MATISSE E IL SUO TEMPO. LA COLLEZIONE DEL CENTRE POMPIDOU

Dal 12 Dicembre 2015 al 15 Maggio 2016

TORINO
LUOGO: Palazzo Chiablese

CURATORI: Cécile Debray

ENTI PROMOTORI:
Comune di Torino - Assessorato alla Cultura
Direzione Regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Piemonte
Polo Reale di Torino

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 13, ridotto € 11 / € 6.50, gruppi € 11, scuole € 6, gratuito fino a 6 anni e altre categorie

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 011 0240113

SITO UFFICIALE: http://www.mostramatisse.it

COMUNICATO STAMPA:
Curata da Cécile Debray conservatore presso il Musée national d’art moderne-Centre Pompidou, la mostra Matisse e il suo tempo - dal 12 dicembre al 15 maggio 2016 a Palazzo Chiablese - per mezzo di confronti visivi rende possibile cogliere non solo le sottili influenze reciproche o le fonti comuni di ispirazione tra le opere di Matisse e quelle di artisti suoi contemporanei, ma anche una sorta di “spirito del tempo”, che unisce Matisse e gli altri artisti e che coinvolge momenti finora poco studiati, come il modernismo degli anni Quaranta e Cinquanta.

Le diverse sezioni della mostra consentono di attraversare l’insieme dell’opera e del percorso di Matisse dai suoi esordi nell’atelier di Gustave Moreau negli anni 1897-99 fino alla sua scomparsa, quando altri artisti si ispireranno, negli anni Sessanta, alle sue ultime carte dipinte e ritagliate. Nove sezioni con un centinaio di opere, di cui 50 di Matisse, sono articolate secondo un filo cronologico scandito da approfondimenti tematici: sulle figure eminentemente matissiane delle odalische o sulla raffigurazione dell’atelier, soggetto ricorrente nell’opera di Matisse ma che, negli anni bui della Seconda guerra mondiale, dà luogo a quadri stupefacenti a firma di Braque, Picasso o Bonnard, in un dialogo invisibile con l’artista isolato a Vence.

La figura di Matisse domina l’arte della prima metà del XX secolo. Artista prolifico e curioso, durante tutta la sua carriera è stato al centro dei dibattiti sulla scena artistica: volta a volta capogruppo dei fauves, osservatore critico del cubismo, discepolo e amico dei suoi predecessori Signac, Renoir, Maillol, Bonnard, maestro di un’accademia e dell’intera generazione degli espressionisti europei, rivale di Picasso, precursore di un’arte astratta per giovani artisti come quelli dell’espressionismo astratto newyorkese o del movimento Supports/Surfaces in Francia.

Tra i dipinti Grande interno rosso (del 1948), Icaro (appartenente alla serie Jazz del 1947) e Ragazza vestita di bianco, su fondo rosso (1946) dialogano con i protagonisti de Il tempo libero (1948-1949) di Léger, Nudo con berretto turco (1955) di Picasso e Toletta davanti alla finestra (1942) firmata da Braque.

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/torino/mostra-matisse-e-il-suo-tempo-la-collezione-del-centre-pompidou-22533

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DAGLI IMPRESSIONISTI A PICASSO. I CAPOLAVORI DEL DETROIT INSTITUTE OF ARTS

Dal 25 Settembre 2015 al 10 Aprile 2016
GENOVA
LUOGO: Palazzo Ducale
CURATORI: Salvador Salort-Pons, Stefano Zuffi
ENTI PROMOTORI:
Comune di Genova
Regione Liguria
con il patrocinio di MiBACT / United States Mission to Italy / American Chamber of Commerce in Italy
COSTO DEL BIGLIETTO: intero con audioguida € 13, ridotto con audioguida € 11; Gruppi sabato-domenica € 13; Gruppi dal lunedì al venerdì € 11; Scuole € 6 (inclusa prevendita); Ridotto giovani fino ai 27 anni (ogni venerdì dalle 14 alle 21) € 5
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 010 8171600 / 663
E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
SITO UFFICIALE: http://www.impressionistipicasso.it

COMUNICATO STAMPA: Nel 1880, uno dei fondatori del Metropolitan Museum spronava i suoi connazionali americani a “convertire la carne di maiale in porcellane, il grano e i derivati in ceramiche preziose, le pietre grezze in sculture in marmo, le partecipazioni alle linee ferroviarie e i proventi dell’industria estrattiva nelle gloriose tele dei maestri più importanti del mondo”.
Nasce la straordinaria avventura culturale e imprenditoriale del collezionismo statunitense: un inimitabile scambio tra pubblico e privato, uno scenario del tutto nuovo per il mercato dell’arte internazionale, che porta alla creazione e al rapido sviluppo di grandi musei, considerati strategici per la crescita culturale dell’interna nazione.

Con tipico spirito americano, nel giro di pochi decenni, a cavallo del Novecento, si assiste a una vera e propria competizione per la formazione delle raccolte più complete, per l’acquisizione di opere-chiave, per la scoperta e la valorizzazione di artisti antichi e moderni. La scintillante Parigi della Belle Époque è il punto di riferimento principale, ma i collezionisti, i galleristi, gli antiquari, le case d’aste, i direttori dei musei americani sono impegnati in una continua corsa sostenuta non solo da ingenti risorse economiche, ma anche da un gusto aperto, libero da pregiudizi. E’ noto, ad esempio, che pittori come gli impressionisti o lo stesso Matisse sono stati apprezzati e acquistati prima da collezionisti americani (e russi), e solo in seguito apprezzati anche in Europa!

Detroit è una delle capitali economiche degli Stati Uniti, storico centro dell’industria automobilistica, tanto da essere soprannominata “Motor City”: il Detroit Institute of Arts, fondato nel 1885 e più volte ampliato e rinnovato nel corso dei suoi 130 anni di storia, è da sempre l’epicentro della gloria cittadina, in particolare quando, negli anni del boom economico, le fabbriche cittadine rappresentavano la locomotiva dell’industria americana. Già nei primi decenni del ‘900 il museo di Detroit era considerato l’avamposto e la principale via di accesso delle avanguardie europee negli Stati Uniti.
Oltre a poter contare sulle solide basi del mecenatismo degli industriali, il museo ha potuto contare su una risorsa che lo contraddistingue rispetto ai musei sorti in altre città degli Stati Uniti. Per oltre vent’anni (1924-1945), il Detroit Institute of Arts è stato diretto dallo storico dell’arte tedesco William Valentiner. Grazie a lui, il museo si è aperto a nuovi orizzonti: il gusto e l’esperienza di Valentiner porta a Detroit i primi Van Gogh e Matisse esposti nei musei americani, e la competenza specifica sull’espressionismo tedesco, perfino l’amicizia personale con alcuni artisti, consente scelte di altissimo livello anche in questo campo. Sotto la direzione di Valentiner, il museo ha radicalmente rinnovato la propria sede, e, nel 1937, è stato anche decorato in modo superbo da un ciclo di dipinti murali di Diego Rivera. Un’altra figura di straordinaria importanza è quella di Robert H. Tannahill, che ha lasciato numerose opere d’arte (metà dei dipinti esposti in mostra appartengono alla sua donazione) e un ingente fondo per il costante accrescimento delle collezioni. Grazie alla convergenza tra il mecenatismo dei privati, fra cui va ricordata anche la famiglia Ford, e la lungimirante direzione, il Detroit Insitute of Arts è dunque saldamente collocato tra i massimi musei degli Stati Uniti.

Le opere che saranno a lungo esposte nello splendido Appartamento del Doge ripercorrono il tragitto all’inverso che da Detroit porta al Vecchio Continente. La ricchezza della collezione di arte europea tra XIXX e XX secolo è data dalla sua completezza e dalla molteplicità dei linguaggi: un dialogo che coinvolge Van Gogh, Matisse, Monet, Modigliani, Degas, Monet, Manet, Courbet, Otto Dix, Degas, Picasso, Gauguin, Kandinsky, Cézanne, Renoir. Per la presenza di tutti i protagonisti, e per l’importanza delle opere, è possibile tracciare l’intera vicenda dell’arte europea dall’impressionismo alle avanguardie.

Il percorso della mostra è costantemente accompagnato da supporti didattici che inseriscono dipinti, artisti e movimenti nella dinamica storica di cinquanta anni densi di capolavori, organizzati secondo un criterio cronologico.
Si comincia con la grande sala in cui si racconta la nascita del movimento, dell’idea che ha cambiato per sempre la storia della pittura: l’impressionismo.
La volontà di aprirsi alla luce libera della natura è una conquista che passa attraverso il realismo intenso di Courbet (Bagnante addormentata presso un ruscello) e le opere piacevolmente narrative di pittori “alla moda” come Gervex e Carolus-Durand, per approdare alla gloria del colore di un capolavoro di Monet, i radiosi Gladioli databili intorno al 1876. Altrettanto significativo è il luminoso Sentiero di Camille Pissarro, che costituisce un autonomo, libero sviluppo dell’impressionismo, riflesso in un ampio paesaggio di campagna. Significativa è la presenza di tre opere affascinanti di Renoir, a cominciare dalla Donna in poltrona che coincide con la prima mostra dell’Impressionismo (1874), per giungere a due opere della tarda maturità, ormai dopo la svolta dell’anno 1900.

Uno spazio autonomo, quasi una vera “mostra nella mostra”, è dedicato alla figura di Edgar Degas, di cui sono presenti cinque tele, in cui sono sviluppati tutti i temi fondamentali del grande pittore parigino: il ritratto, i cavalli, le inconfondibili ballerine. In ciascuna di queste tele si riconosce la grande perspicacia del disegno, con cui Degas fissa espressioni, gesti, sentimenti, con un percorso che è parallelo a quello degli impressionisti, ma anche di una grande, nobile autonomia.
Segue, subito dopo, un altro spazio monografico, quello che raccoglie quattro straordinari dipinti di Paul Cézanne. Anche in questo caso, le collezioni del museo di Detroit comprendono tutti i campi di ricerca del pittore: la figura umana, il paesaggio provenzale nei dintorni di Aix (con una delle ultime versioni della prediletta Montagna Sainte Victoire), la natura morta, le Bagnanti nel bosco. All’opposto di Van Gogh, Cézanne non si lascia travolgere dai sentimenti, ma ritorna più volte sugli stessi soggetti, indagandone con pazienza la forma, e combinando il colore luminoso degli impressionisti con una rigorosa logica geometrica ben radicata nella tradizione.

La sala più grande della mostra affronta uno dei temi più delicati e significativo dell’arte di fine Ottocento: il superamento dell’impressionismo, e l’aprirsi di nuovi orizzonti. La figura-chiave è quella di Vincent Van Gogh, che trasferendosi in Francia “scopre” la luce, e rispecchia una vicenda umana esaltante ma terribilmente sofferta in pennellate cariche di materia e di espressione. La Riva della Oise ad Auvers, del 1890, è un capolavoro che si impone per la esplosiva carica del colore, ma anche per le dimensioni significative. Indimenticabile è poi l’Autoritratto con il cappello di paglia (1887), un’esplosione di colore e di emozione, ma anche un primato assoluto: questa è la prima opera di Van Gogh esposta in un museo degli Stati Uniti. Immediato e molto intenso è il confronto con l’Autoritratto di Paul Gauguin (1893), meditabondo e un po’ sornione.
Alle dinamiche del postimpressionismo partecipano Pierre Bonnard, con l’incantevole Donna con un cane, e l’originalissimo Odilon Redon, la cui Evocazione di farfalle è uno dei dipinti più suggestivi e sorprendenti di tutta la mostra.

All’aprirsi del Novecento, Parigi si conferma il centro delle arti e della cultura. I pittori internazionali convergono sulle due leggere alture di Montmartre e di Montparnasse, alle estremità opposte rispetto al centro della Ville Lumiére. Prendono corpo gruppi e avanguardie, ma nel suo insieme si parla di una École de Paris, la “scuola parigina”. Uno dei massimi protagonisti è Henri Matisse, qui presente con tre opere memorabili, fra cui l’indimenticabile Finestra (1916), in cui un classico interno borghese viene scomposto in una serie di forme, tra la penombra e la piena luce. Appassionante è il dialogo con i tre ritratti (uno femminile e due maschili) di Amedeo Modigliani, il raffinato livornese, maestro indiscusso della linea, capace di evocare sentimenti segreti, con una intensità struggente. Le tele dei francesi Dufy e Rouault e del bielorusso Soutine confermano la spiccata internazionalità del contesto artistico parigino nei primi due decenni del XX secolo.

Il gruppo di capolavori delle avanguardie tedesche presenti a Detroit è senza paragoni nei musei nordamericani. Questa parte della mostra è quasi fisicamente dominata dall’Autoritratto di un ancora giovanissimo Otto Dix (1912), impressionante per la fermezza grafica e l’espressione decisa. Accanto ad artisti di spiccata autonomia, come Nolde (Girasoli) e Kokoshka (davvero spettacolari le due vedute di Dresda e di Gerusalemme), troviamo i protagonisti delle diverse tendenze in cui si articola il movimento espressionista in Germania. Il “Ponte”, con gli elettrizzanti Paesaggi di Kirchner e di Schmidt Rottluff, e le figure inquiete di Heckel e Pechstein; la “Nuova oggettività” di Beckmann; e infine la svolta geniale verso l’astrattismo, carico di colore e di emozione, impressa da Kandinsky, con il precoce Studio per quadro con forma bianca, del 1913.

La sala monografica dedicata a Pablo Picasso presenta sei tele, in un percorso che attraversa in pratica l’intera vicenda dell’arte del Novecento, dalla giovanile Testa di Arlecchino (1905) fino alla magmatica Donna seduta, dipinta nel 1960, quando Picasso era ormai alle soglie degli ottant’anni. Da un capolavoro all’altro, si seguono le svolte, gli scatti geniali, il continuo dinamismo mentale del grande pittore spagnolo. Si parte dal periodo blu, ancora legato alle lezioni accademiche, e con il Ritratto di Manuel Pallarés (1909) ci si ritrova sulle soglie della scomposizione cubista, una indagine sulle forme che si ispira chiaramente a Cézanne; la natura morta intitolata La bottiglia di Anìs del Mono (1915) è una evoluzione di questa ricerca, con gli oggetti disposti liberamente nello spazio, riconducibili alle sagome e alle materie essenziali. Sorprendente è il passaggio successivo, il “classicismo” dei primi anni Venti, conseguenza di un viaggio in Italia: il grande ritratto di Donna seduta in poltrona ne è un esempio di formidabile intensità e importanza. La ragazza che legge (1938) ci porta poi nel clima stilistico di Guernica (dipinta l’anno prima), con l’espressiva deformazione di visi e mani, pur senza perdere la forza intima del personaggio.

L'esposizione che è stata realizzata grazie al contributo dello sponsor Carispezia Gruppo Cariparma Crédit Agricole.

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/genova/mostra-dagli-impressionisti-a-picasso-i-capolavori-del-detroit-institute-of-arts-19783

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BELLEZZA DIVINA TRA VAN GOGH, CHAGALL E FONTANA

Dal 24 Settembre 2015 al 24 Gennaio 2016

FIRENZE
LUOGO: Palazzo Strozzi

CURATORI: Lucia Mannini, Anna Mazzanti, Ludovica Sebregondi, Carlo Sisi

ENTI PROMOTORI:
Fondazione Palazzo Strozzi
in collaborazione con l'Arcidiocesi di Firenze
con il sostegno di Banca CR Firenze

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 055 2645155

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.palazzostrozzi.org

COMUNICATO STAMPA: Dal 24 settembre 2015 al 24 gennaio 2016 Palazzo Strozzi a Firenze ospita Bellezza divina tra Van Gogh, Chagall e Fontana, un’eccezionale mostra dedicata alla riflessione sul rapporto tra arte e sacro tra metà Ottocento e metà Novecento attraverso oltre cento opere di celebri artisti italiani, tra cui Domenico Morelli, Gaetano Previati, Felice Casorati, Gino Severini, Renato Guttuso, Lucio Fontana, Emilio Vedova, e internazionali come Vincent van Gogh, Jean-FrançoisMillet, Edvard Munch, Pablo Picasso, Max Ernst, Stanley Spencer, Georges Rouault, Henri Matisse.
Dalla pittura realista di Morelli all’informale di Vedova, dal Divisionismo di Previati al Simbolismo di Redon, fino all’Espressionismo di Munch o alle sperimentazioni del Futurismo, la mostra analizza e contestualizza un secolo di arte sacra moderna, sottolineando attualizzazioni, tendenze diverse e talvolta conflitti nel rapporto fra arte e sentimento del sacro.
Grandi protagoniste della mostra sono celebri opere come l’Angelus di Jean-François Millet, eccezionale prestito dal Musée d’Orsay di Parigi, la Pietà di Vincent van Gogh dei Musei Vaticani, la Crocifissione di Renato Guttuso delle collezioni della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, la Crocifissione bianca di Marc Chagall, proveniente dall’Art Institute di Chicago. Attraverso sezioni dedicate ai temi centrali della riflessione religiosa e artistica, Bellezza divinacostituisce un’occasione straordinaria per confrontare opere celeberrime studiate da un punto di vista inedito, presentate accanto ad altre di artisti oggi meno noti ma il cui lavoro ha contribuito a determinare il ricco e complesso panorama dell’arte moderna, non solo sacra.
L’esposizione nasce da una collaborazione della Fondazione Palazzo Strozzi con l’Arcidiocesi di Firenze, l’Ex Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico, Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della città di Firenze e i Musei Vaticani e si inserisce nell’ambito delle manifestazioni organizzate in occasione del V Convegno Ecclesiale Nazionale, che si terrà a Firenze tra il 9 e il 13 novembre 2015 e al quale interverrà anche papa Francesco.

 

Per maggiori informazioni visitare la pagina: http://www.arte.it/foto/a-firenze-la-bellezza-divina-tra-van-gogh--chagall-e-fontana-465

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Al MaXXI César Meneghetti e l'altro

L'artista brasiliano presenta le opere nate da un progetto con i disabili della comunità di Sant'Egidio

Roma. Era il 2013 quando al padiglione della Repubblica del Kenya alla 55.ma Biennale di Venezia l’artista brasiliano César Meneghetti, videomaker da sempre interessato alle questioni sociali e alle forme di linguaggio, presentava il primo risultato di tre anni di lavoro che a Roma aveva coinvolto oltre 200 disabili dei laboratori d’arte della Comunità di Sant’Egidio.
Oggi il MaXXI gli dedica una mostra, «César Meneghetti. IO_ IO È UN ALTRO», a cura di Simonetta Lux che da anni cura i laboratori d’arte di Sant’Egidio, con nuove opere nate nell’ambito di questo progetto.
Si parte giovedì 19 novembre con un incontro aperto con l’artista (ore 18), poi dal 20 novembre al 17 gennaio la mostra vera e propria in sala Carlo Scarpa, videoinstallazioni, installazioni sonore e fotografie.
«In un luogo chimicamente isolato si prendevano delle persone e si provava a parlare in una maniera orizzontale dove non c’era regista e intervistato ma c’erano due esseri umani che si confrontavano. Io volevo solo conoscerli, la loro realtà, i loro sentimenti, le loro cose. Erano persone comuni, straordinarie ma ordinarie allo stesso tempo. E dicevano delle cose bellissime, però semplicissime», spiega l’artista.
Si parla di temi universali come l’amore, la solitudine, la felicità, la morte, la normalità e la diversità, si svela come vive e cosa pensa una persona affetta da autismo, si racconta una storia d’amore speciale. «IO_OPERA #08 PASSAGGI-PAESAGGI» è un lavoro sull’equilibrio come metafora dell’esistenza, persone a occhi chiusi che camminano riprodotte in quattro monitor. La conoscenza, il contatto, lo scambio con queste persone disintegrano ipso facto secoli di pregiudizi e ci offrono punti di vista sorprendenti e inediti per la loro capacità di percepire, analizzare, raffigurare la realtà e le emozioni.

La mostra comprende uno spazio di documentazione, «Spazio DOC», dove il visitatore può lasciare le proprie impressioni sul progetto e le opere. Un nutrito programma di attività realizzato in collaborazione con Comunità di Sant’Egidio, artista e curatrice, offre incontri, workshop e un convegno il 27 novembre moderato da Alessandro Zuccari, coautore del progetto scientifico della mostra, conAmelia Broccoli, Filippo Ceccarelli, Peppe Dell’Acqua, Simonetta Lux, Dacia Maraini, César Meneghetti e Beppe Sebaste. Catalogo Silvana Editoriale.

di Federico Castelli Gattinara, edizione online, 18 novembre 2015

Per maggiori informazioni visitate il sito: http://www.ilgiornaledellarte.com

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Ferrara, il Caino e Abele del giovane Guercino

Ferrara. Dal 5 al 13 dicembre sarà in mostra all’interno del percorso museale del Castello Estense di Ferrara il dipinto inedito Caino e Abele, che gli studi condotti sotto la guida di Andrea Emiliani e Claudio Strinati, hanno confermato al giovane Guercino. Si tratta di un’opera che secondo le consuete alterne vicende passò in varie collezioni italiane ed europee, fino ad approdare nel corso del Settecento alla collezione della famiglia Holburne nella residenza di Sydney Pleasure Gardens a Bath. Nel Settecento l’opera fu erroneamente attribuita a Guido Reni, per gli evidenti caratteri emiliani e per le sue qualità pittoriche. Il maggiore collezionista fu l’ultimo baronetto Sir Thomas William Holburne, of Meinstre (1793-1874) la cui sorella ed erede Mary-Anne-Barbara (1802-82) lasciò la residenza e la collezione di oltre 4mila opere fra dipinti, sculture, maioliche e porcellane e libri antichi alla municipalità di Bath istituendo l’Holburne Museum. La politica del museo di mantenere con acquisizioni e donazioni il carattere dell’originale Holburne Collection (centrata su maioliche e porcellane europee ed orientali, su vetri antichi e sulla pittura inglese dal XVI al XIX secolo) ha portato quest’opera all’asta da Dorotheum a Vienna nel 2013 con già un’attribuzione a «Scuola emiliana del XVII secolo». Il quadro fu acquistato allora dalla Fondazione Zanasi (oggi promotrice di restauro, mostra e catalogo) che ha dato il via agli studi (completi di radiografie) che hanno condotto alla definitiva attribuzione attuale, confermata dagli studi di Andrea Emiliani, Claudio Strinati, Gianni Venturi, Stefano Zanasi, Gloria De Liberali, Nicoletta Gandolfi e Micaela Lipparini, raccolti nella monografia che analizza il dipinto, contestualizzandolo nella giovinezza del Guercino in un percorso che alterna le influenze artistiche determinanti nei primi anni di attività del pittore ad attenti parallelismi con altre sue opere documentate dello stesso periodo.

Il Guercino (Giovan Francesco Barbieri) nacque nel 1591 a Cento, in quel territorio culturalmente strategico posto al centro del triangolo, così fertile non solo per l’agricoltura ma pure per le arti fra XV e XVII secolo, che si allarga tra le città e le culture estensi di Ferrara e Modena e quelle bentivolesche prima e pontificie poi di Bologna. Proprio la frequentazione di Bologna, seconda città degli Stati della Chiesa, e la consuetudine alle opere dei maestri bolognesi passati e suoi contemporanei segna intensamente la sua giovinezza, sviluppando quella sua geniale capacità di elaborazione pittorica e di invenzione artistica e compositiva, già rintracciabili anche in questo dipinto «Caino e Abele», che raffigura la scena dopo l’uccisione del secondogenito di Adamo ed Eva per mano del fratello, già questo un ardito taglio narrativo e psicologico.

Il corpo nudo di Abele è riverso diagonalmente a terra in primo piano a tagliare la scena in due campi e a indicarne il focus. L’inusitata soluzione compositiva in ottica prospettica molto ribassata (quasi un close-up da sala anatomica) rimanda da un lato al «Cristo Morto» di Mantegna a Brera e dall’altro quello di Annibale Carracci alla Staatsgalerie di Stoccarda, mentre l’enfasi sul dettaglio fisico perfino pedissequo nelle gambe e nei piedi cita l’ossessività anatomica del «San Gerolamo in meditazione» di Caravaggio. Al corpo di Abele (la cui impostazione sarà più avanti ripresa dallo stesso Guercino, sulla diagonale opposta, nel «Cristo morto compianto da due angeli» della National Gallery di Londra) si oppone nella composizione e narrazione pittorica la figura di Caino, in fuga sullo sfondo oscuro d’un paesaggio tempestoso e di cromie contrastanti e visionarie che richiamano, incredibilmente, le coloriture e i climi di centocinquant’anni più tardi di William Blake.

L’opera, risalente al 1610-1620, evidenzia i tipici caratteri stilistici del giovane Guercino, con l’influenza esplicita dei maestri veneti (Giorgione, Tiziano, Tintoretto) ma anche quel naturalismo dei Carracci, Ludovico in primis, che già faceva scuola dagli anni 1580, nonché la già evidente «macchia» guercinesca, a spezzare le forme in effetti di luce, e l’inconfondibile l’anatomia sovradimensionata e rigonfia, le masse muscolari scolpite da taglienti contrasti luministici funzionali alla drammaticità della scena.

di Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 3 dicembre 2015

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PAUL KLEE. Mondi animati

Nuoro, Museo MAN
Dal 30 ottobre 2015 al 14 febbraio 2016
Comunicato Stampa

Dopo la mostra dedicata al rapporto tra l’opera di Alberto Giacometti e la statuaria arcaica, il MAN_Museo d’Arte della Provincia di Nuoro prosegue la propria programmazione rivolta ad analizzare aspetti poco indagati della produzione dei più importanti artisti del XX secolo con una mostra dedicata a Paul Klee (1879-1940). La mostra conta circa 50 opere, tra dipinti, acquerelli e disegni provenienti da collezioni pubbliche (Museo della Città Locarno, Museo di Ascona - Fondazione Richard und Uli Seewald, Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, GAM Galleria d’Arte Moderna e contemporanea di Torino, MART, Pinacoteca Nazionale di bologna, Museo del Territorio Biellese) e private, sia svizzere sia italiane.

Inedito in Sardegna, Klee è uno degli autori più complessi e originali del secolo scorso. Con questa rassegna, realizzata dal Museo MAN con il contributo della Regione Autonoma della Sardegna, della Provincia di Nuoro e della Fondazione Banco di Sardegna, curata da Pietro Bellasi e Guido Magnaguagno, con il coordinamento scientifico di Raffaella Resch, si intende esplorare un elemento fondamentale nell’opera dell’artista, ovvero la percezione della presenza di un principio vitale, generativo, insito nella materia delle cose.

“L’iniziale disorientamento di fronte alla natura si spiega con ciò, che si comincia con lo scorgerne soltanto le ultime ramificazioni, senza risalire alla radice. Una volta però che uno se ne sia reso conto, può riconoscere anche nella più lontana fogliolina la manifestazione dell’unica legge che regola il tutto e trarne vantaggio” (Paul Klee, Diari, n. 536).

In senso specifico Klee non ha mai parlato di “animismo”, tuttavia la sua opera appare permeata di uno spirito animato avvertito in tutta la realtà materiale ed evocato dall’azione creativa dell’artista. “Creatura superiore” (Diari, n. 660), l’artista, attraverso il proprio sguardo vivificatore, porta alla luce l’elemento generatore presente nei diversi mondi che popolano il cosmo, nascosto sotto la superficie delle cose. Che siano uomini, bambini, animali, oggetti, paesaggi o architetture, i mondi di Klee obbediscono tutti alla medesima legge della natura, che l’artista indaga e imita.

Un unico principio vitale governa l’intero ordine naturale, dalle cose grandi a quelle infinitesimamente piccole. Questo principio sembra palesarsi in molte opere dell’artista, in particolare nei disegni e negli acquarelli degli anni Venti e Trenta. Opere come Feigenbaum (Fico), del 1929, o Im Park (Nel parco), del 1940, presenti in questa mostra, o ancora l’importante dipinto Wohin? (Dove?) del 1920, proveniente dalle collezioni della Città di Locarno, esposto nel 1937 all’interno della mostra “Arte degenerata”, organizzata dal regime nazionalsocialista tedesco.

La rappresentazione del mondo animale offre una serie di parabole, di favole morali, dove l’animale è innalzato al ruolo di essere umano, nei suoi vizi e nelle sue virtù. Ecco che nel disegno Tierfreundschaft (Amicizia tra animali) del 1923, ad esempio, un cane e un gatto si accompagnano bonariamente in una tranquilla passeggiata, incarnando il senso di amicizia che può nascere tra due esseri umani.

Lo studio delle opere architettoniche rivela l’interesse di Klee verso la percezione della forma e la comprensione dell’elemento organico, vivo, dentro di essa, evidente in alcuni acquarelli come Americanisch - Japanisch (Americano - giapponese), realizzato nel 1918, dove a svettanti palazzi stilizzati è affiancata l’icona dell’occhio. “Una volta che si è compreso l’elemento numerico del concetto di organismo”, scrive Klee, “lo studio della natura procede più spedito e con maggiore esattezza” (Diari 536).

Ma il principio generativo insito in tutte le cose è ravvisabile soprattutto in quelle opere che, in maniera dichiarata, evocano o imitano il mondo dell’infanzia, come in Hier der bestellte Wagen! - Ecco la carretta richiesta, del 1935, ma anche nel finissimo dipinto Getrübtes – Turbato, del 1934, proveniente dalle collezioni della GAM di Torino, o ancora in quei lavori dove le figure sono rappresentate con tratti semplici, stilizzati, alla maniera dei bambini, come nel dipinto Gebärde eines Antlitzes (Espressioni di un volto), del 1939, proveniente dalla collezione del Museo del Territorio Biellese.

Forme di vita organiche e spiriti della materia animano i diversi soggetti presenti nelle opere di Klee. Un’immagine che sembra trovare una sintesi formale in un’opera come Figurale Blätter (Foglie figurate), un lavoro del 1938 dove alcune figure antropomorfe, come piccoli feti, vivono rannicchiate all’interno di foglie–incubatrici.

Artista immerso nello spirito del suo tempo, dove si avvicendano eclatanti scoperte scientifiche, Klee recepisce gli sconvolgimenti provocati dalle teorie della relatività e della fisica quantistica, così come le evoluzione degli studi psicoanalitici, rielaborandoli in maniera indipendente all’interno di una visione magico-fenomenica dell’universo.

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L’esposizione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Magonza Editore con saggi di Pietro Bellasi, Guido Magnaguagno e Raffaella Resch, oltre alla riproduzione completa delle opere in mostra e un apparato bio-bibliografico.

Pietro Bellasi è uno studioso di antropologia dell'arte, ha insegnato all'Università di Bologna e alla Sorbona, è curatore di diverse mostre e cataloghi, tra le quali "Giacometti e l'arcaico", Nuoro 2014; "Corpo, automi e robot", Lugano 2010, "I Giacometti. La valle e il mondo", Milano e Mannheim, 2000-2001; "Un diavolo per capello", Bologna 2005; Tinguely e Munari, La Spezia, 1994

Guido Magnaguagno, storico dell'arte svizzero; è stato vicedirettore del Kunsthaus di Zurigo e per lunghi anni direttore del Museo Tinguely di Basilea. Ha curato numerose mostre di arte contemporanea ed è studioso di storia dell’arte di elvetica.

Raffaella Resch ha organizzato e coordinato numerose mostre e cataloghi presso la Fondazione Antonio Mazzotta. Attualmente collabora con diverse istituzioni e artisti come free lance.


Ufficio Stampa:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., referente Simone Raddi

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ALBERTO BURRI: The Trauma of Painting

Solomon R. Guggenheim Museum, 1071 Fifth Avenue, New York
Dal 9 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016
Il Guggenheim presenta la grande retrospettiva di Alberto Burri

La prima mostra realizzata negli Stati Uniti, negli ultimi 35 anni dedicata all’artista italiano

Dal 9 ottobre 2015 al 6 gennaio 2016 il Solomon R. Guggenheim Museum ospiterà un’importante retrospettiva dell’artista italiano Alberto Burri (1915– 1995), la prima in oltre trentacinque anni e la più completa mai allestita negli Stati Uniti. Esplorando la bellezza e la complessità del processo creativo che sta alla base delle opere di Burri, l’esposizione elegge l'artista a protagonista della scena artistica del secondo dopoguerra, rivedendo la tradizionale letteratura sugli scambi culturali tra Stati Uniti e Europa negli anni ’50 e ‘60. Burri prese le distanze dalle superfici pittoriche e dallo stile gestuale propri sia dell'Espressionismo astratto americano sia dell'Arte informale europea, rimaneggiando pigmenti singolari, materiali umili ed elementi prefabbricati. Anello di transizione tra collage e assemblaggio, Burri raramente ricorreva all’uso della pittura e del pennello, prediligendo la lavorazione della superficie per mezzo di cuciture, combustioni e lacerazioni, per citare alcune delle sue tecniche. Ricorrendo a sacchi di juta strappati e rammendati, tele con gobbe in rilievo e plastiche industriali fuse, le opere di Burri alludono spesso a corpi umani, membrane e ferite, ma lo fanno attraverso un linguaggio totalmente astratto. La qualità tattile del suo lavoro anticipa il Postminimalismo e il movimento artistico femminista degli anni ‘60, mentre i suoi “monocromi materici” rossi, neri e bianchi sfidano i concetti di purezza linguistica e semplificazione delle forme tipici del modernismo formalista americano.
Raggruppando oltre 100 opere, molte delle quali mai esposte al di fuori dei confini italiani, la mostra sottolinea come Burri abbia attenuato la linea di demarcazione tra dipinto e rilievo plastico, creando una nuova poetica di dipinto-oggetto che influenzò direttamente il Neodadaismo, l'Arte Processuale e l’Arte Povera.

La mostra Alberto Burri: The Trauma of Painting è organizzata da Emily Braun, Distinguished Professor presso l’Hunter College e il Graduate Center della City University di New York, Guest Curator del Solomon R. Guggenheim Museum, con il supporto di Megan Fontanella, Associate Curator per le Collezioni e le Provenienze del Solomon R. Guggenheim Museum, e da Carol Stringari, Vice Direttore e Conservatore Capo della Solomon R. Guggenheim Foundation che ha collaborato al catalogo.
Richard Armstrong, Direttore del Solomon R. Guggenheim Museum and Foundation, ha commentato “Attraverso il sapiente lavoro del nostro team, guidato da Emily Braun, stiamo ponendo l’accento su aspetti inediti relativi agli innovativi e sperimentali processi creativi di Alberto Burri. Rianalizzare le mostre e le pubblicazioni del Guggenheim dedicate a Burri nel secondo dopoguerra ci permette di approfondire la nostra storia con questo importante artista. Siamo lieti di poter celebrare il centenario della nascita di Burri attraverso questa importante retrospettiva”.

Alberto Burri: The Trauma of Painting è stata resa possibile grazie al sostegno di Lavazza.
Si ringrazia inoltre anche The Andy Warhol Foundation for the Visual Arts che ha sostenuto questa iniziativa e la generosità dimostrata dal Leadership Committee dell’esposizione, presieduto da Pilar Crespi Robert e dal consigliere d’amministrazione Stephen Robert. Un ringraziamento speciale va a Maurice Kanbar, nonché a Luxembourg & Dayan, alla fondazione Richard Roth, Isabella del Frate Rayburn, Sigifredo di Canossa, Dominique Lévy, Daniela Memmo d'Amelio, Samir Traboulsi, Alberto e Gioietta Vitale, e tutti coloro che preferiscono mantenere l’anonimato.

Ulteriori fondi sono stati messi a disposizione da Mapei Group, E. L. Wiegand Foundation, Mondriaan Fund, Italian Cultural Institute of New York, La FondazioneNY e il New York State Council on the Arts.
Il Guggenheim Museum ringrazia la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri per la collaborazione.
Francesca Lavazza ha affermato: “Il 1915, anno di nascita di Alberto Burri, rappresenta un momento cruciale nella storia italiana, ovvero l’entrata del paese nel primo conflitto mondiale, ma allo stesso tempo segna l’apertura della storica sede di Lavazza a Torino. Quest’anno, Lavazza è onorata di celebrare il proprio 120° anniversario sostenendo questa ampia retrospettiva dedicata ad uno dei precursori del Modernismo. Lavazza è al fianco del Guggenheim nell’esporre le opere di Burri e testimoniare la sua duratura influenza sul panorama artistico di entrambe le sponde dell’Atlantico”.
L’opera più conosciuta di Burri è la serie Sacchi realizzata con resti di sacchi di juta lacerati, rammendati e rattoppati, a volte combinati a frammenti di stracci sgualciti. Molto meno note al pubblico
statunitense sono le altre serie dell’artista, trattate in maniera approfondita in questa esposizione: Catrami, Muffe, Gobbi (tele con gobbe in rilievo che si aggettano nello spazio), Bianchi (monocromi), Legni (combustioni di legni), Ferri (rilievi costituiti da protuberanze di pezzi prefabbricati di lamiera in metallo), Combustioni plastiche (fogli di plastica fusa), Cretti (effetto craquelure) e Cellotex (truciolato intagliato e decorticato).

L’esposizione si svela al pubblico lungo le rampe del Guggenheim sia cronologicamente sia attraverso le fasi artistiche di Burri, riproducendo il percorso dell’artista attraverso vari supporti, superfici e colori. Nel corso della propria carriera Burri dimostrò infatti un particolare interesse alla storia della pittura, forte di un profondo legame con l’arte rinascimentale dovuto alla sua terra natale: l’Umbria. La mostra sottolinea inoltre il dialogo con il minimalismo americano che ha plasmato le ultime opere dell’artista. Una sezione sarà dedicata all’imponente opera Grande cretto (1985–89), un memoriale in stile Land Art dedicato alle vittime del terremoto che nel 1968 colpì la cittadina siciliana di Gibellina.

Nato a Città di Castello (Perugia) nel 1915, Burri studiò medicina e prestò servizio in Africa settentrionale come ufficiale medico nell’esercito italiano durante la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1943, a seguito della cattura della sua unità in Tunisia, venne recluso nel campo di prigionia di Hereford (Texas), dove iniziò a dipingere. Nel 1946 Burri fece ritorno in Italia e si dedicò interamente all’arte, una decisione nata dall’esperienza diretta della guerra, della privazione e della catastrofica sconfitta dell’Italia. La sua prima personale, allestita nel 1947 presso la Galleria La Margherita di Roma, riuniva paesaggi e nature morte, ma a seguito di un viaggio a Parigi tra il 1948 e il 1949 iniziò a sperimentare con sostanze catramose, pomice macinata, vernici industriali e strutture metalliche per creare accrescimenti e squarci che devastassero l’integrità della superficie pittorica. Successivamente cercò di stravolgere la struttura profonda del quadro forando, esponendo e ricostituendo la superficie del supporto. Alla tradizionale, intonsa tela tesa, Burri preferiva assemblare le proprie opere partendo da brandelli di stracci, frammenti di impiallacciature di legno, fogli di alluminio saldati o strati di plastica fusa, il tutto in un processo che lo portava a cucire, fissare, saldare, pinzare, incollare e bruciare i materiali. Il suo lavoro rase al suolo e riconfigurò la tradizione pittorica occidentale, muovendosi al contempo verso una riconcettualizzazione delle dimensioni e del potere emozionale del collage modernista.
Burri sposò la ballerina Americana Minsa Craig e nel 1963 iniziò a trascorrere ogni inverno nella residenza di Los Angeles, ma ciò nonostante fu sempre considerato un artista italiano. Nel 1978 l’artista istituì la Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri a Città di Castello.

La Fondazione Burri è oggi attiva in due siti museali che espongono opere di Burri installate dallo stesso artista: il Palazzo Albizzini e gli Ex Seccatoi del Tabacco. La Fondazione ha gentilmente prestato due opere appartenenti alla propria esposizione permanente: Grande Bianco (1952) e Grande Bianco (1956). La prima opera rappresenta uno dei tre grandi collage tessili che Robert Rauschenberg aveva visto nello studio di Burri a Roma, durante una visita agli inizi del 1953. Tutte e tre queste grandi opere saranno riunite nell'esposizione.
In concomitanza con la mostra il Guggenheim Museum ha condotto un approfondito studio conservativo delle opere selezionate per la retrospettiva unitamente a numerosi altri lavori tratti dalle varie serie di Burri. Grazie ad un team multidisciplinare di curatori, esperti in conservazione e
restauratori di dipinti, documenti, artefatti e tessuti, lo studio ha analizzato l’enorme varietà di originali e complessi materiali e processi creativi dell’artista.

Storia dell’esposizione
Burri avviò la propria carriera a Roma ma allestì regolarmente alcune mostre negli Stati Uniti a partire dagli inizi degli anni '50, sia a Chicago, presso la Allan Frumkin Gallery, sia a New York, presso la Stable Gallery e Martha Jackson Gallery. Nel 1953 James Johnson Sweeney, direttore e curatore del Guggenheim Museum, inserì Burri nell’importante esposizione Young European Painters: A Selection e nel 1955 scrisse la prima monografia sull’artista. Tra i vari premi ottenuti si annoverano il Terzo premio del Carnegie International di Pittsburgh (1959), il Premio dell’Ariete di Milano (1959), il Premio UNESCO alla Biennale di San Paolo (1959), il Premio della Critica per la personale delle proprie opere alla Biennale di Venezia (1960), il Premio Marzotto (1965) e il Gran Premio alla Biennale di San Paolo (1965). La prima retrospettiva Americana fu presentata dal Museum of Fine Arts di Houston (1963). Tra le mostre principali ricordiamo la retrospettiva al Musée National d’Art Moderne di Parigi (1972), la retrospettiva alla Frederick S. Wight Gallery dell’Università della California di Los Angeles (1977) e itinerante al Marion Koogler McNay Art Institute di San Antonio, Texas, e la retrospettiva del Guggenheim Museum (1978). Nel 1994 partecipò alla mostra The Italian Metamorphosis, 1943–1968 sempre al Guggenheim.

Eventi formativi ed eventi pubblici
L’esposizione sarà accompagnata da una serie di eventi pubblici, tra cui visite alla mostra, film italiani neorealisti e due produzioni di Theater of War che prevedono la lettura di opere teatrali della Grecia Classica sul tema della guerra nell’ottica di creare spunti per una discussione sulle ferite visibili e invisibili inflitte dalla guerra. Il 12 novembre presso la Rotunda del museo, il Guggenheim presenterà inoltre una reinterpretazione ad opera della compagnia Tom Gold Dance di November Steps, un balletto del 1973 coreografato dalla moglie di Burri, Minsa Craig, con scenografie e costumi dello stesso artista e musiche di Toru Takemitsu. Tutti i dettagli saranno resi disponibili nei prossimi mesi all‘indirizzo guggenheim.org/calendar.

Catalogo della mostra
Alberto Burri: The Trauma of Painting è corredata da un catalogo di 280 pagine, arricchito da numerose illustrazioni. Il catalogo include un saggio in cinque capitoli ad opera di Emily Braun, uno scritto di Megan Fontanella sulle collezioni statunitensi di Burri, e saggi di Braun e Carol Stringari dedicati a ciascuna serie di Burri in cui si analizzano nel dettaglio i metodi e i materiali propri dell’artista. Il volume rappresenta la prima grande monografia in lingua inglese e raccoglie innumerevoli nuove ricerche ed interpretazioni, prestandosi a diventare il lavoro bibliografico di riferimento sull’artista per gli anni a venire. Il catalogo sarà disponibile per l’acquisto su guggenheim.org/store.

Lavazza
Lavazza è il brand leader e il maggior produttore di caffè in Italia. Fondata nel 1895 la società è guidata dalla famiglia Lavazza da oltre un secolo e attualmente opera in oltre novanta paesi. Nel processo di espansione della propria presenza internazionale, Lavazza ha recentemente eletto gli Stati Uniti a sua seconda casa. Forte di una lunga tradizione a sostegno delle arti, tra cui l’arte rinascimentale, la fotografia, il design e la musica, Lavazza ha sostenuto il Guggenheim nell’iniziativa di promozione di una più profonda conoscenza del Futurismo Italiano attraverso l'importante esposizione presentata a New York nel 2014. Quest’anno Lavazza è onorata di celebrare il proprio 120° anniversario sostenendo quest’ampia retrospettiva dedicata ad uno dei precursori del Modernismo. Attraverso la sponsorizzazione della mostra Alberto Burri: The Trauma of Painting, Lavazza promuove un movimento artistico vitale per il proprio paese d’origine, l'Italia, rivolgendosi contemporaneamente ad un pubblico internazionale.

Solomon R. Guggenheim Foundation
Fondata nel 1937, la Solomon R. Guggenheim Foundation promuove la conoscenza e l’apprezzamento delle arti, in particolare del periodo moderno e contemporaneo, attraverso mostre, eventi formativi, progetti di ricerca e pubblicazioni. Sin dagli anni ’70 del secolo scorso, quando il Solomon R. Guggenheim Museum di New York venne affiancato dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, il Guggenheim ha costruito e ampliato una rete che ora include il Guggenheim Museum di Bilbao (aperto nel 1997) e il Guggenheim di Abu Dhabi (attualmente in fase di sviluppo). La Guggenheim Foundation continua ad instaurare collaborazioni internazionali che celebrano l’arte, l’architettura e il design contemporanei, sia internamente che esternamente al museo stesso, tra cui Guggenheim UBS MAP Global Art Initiative e The Robert H. N. Ho Family Foundation Chinese Art Initiative. Per maggiori informazioni su Solomon R. Guggenheim Foundation visitare guggenheim.org.

INFORMAZIONI AI VISITATORI
Ingresso: adulti $25, studenti/oltre i 65 anni $18, soci e bambini al di sotto di 12 anni gratuito. L’App gratuita del Guggenheim offre un’esperienza unica ai visitatori. L’App presenta contenuti relativi a mostre specifiche e permette di accedere ad oltre 1.500 opere delle collezioni permanenti del Guggenheim, fornendo, inoltre, informazioni sugli storici locali del museo in inglese, francese, tedesco, italiano e spagnolo. Per alcune esposizioni selezionate sono anche disponibili audio guide per visitatori non vedenti. L’App del Guggenheim è promossa da Bloomberg Philanthropies.
Orari di apertura del museo: dom.–merc. 10.00–17:45, ven. 10.00–17.45; sab. 10.00–19:45; chiuso il giovedì. Il sabato a partire dalle 17.45 l’ingresso è a offerta volontaria (formula “Pay What You Wish”). Per qualsiasi informazione contattare il numero +1 212 423 3500 o visitare il sito internet del museo all’indirizzo: guggenheim.org
guggenheim.org/social #Burri

PER ULTERIORI INFORMAZIONI
Ufficio stampa Guggenheim
Sarah Eaton, Director, Media and Public Relations
Lauren Van Natten, Associate Director, Media and Public Relations
Solomon R. Guggenheim Museum
+1 212 423 3840
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Magnus Sodamin: Calm Before the Sun

Wynwood walls

02 Dec 2015 — 31 Jan 2016

PRIMARY announces Calm Before the Sun, the latest solo exhibition of Magnus Sodamin on view at Wynwood Walls (2516 NW 2nd Ave, Miami, FL 33127) in partnership with Goldman Properties. The exhibition will be on view through Art Basel Miami Beach until January 31, 2016. For this immersive installation, Sodamin has painted the floor and walls of the gallery in its entirety with his trademark kaleidoscopic washes of dayglo paint. Complementing this bright background, a series of contemplative paintings attest to his long-term engagement with abstraction and the natural environment of South Florida. Illuminating the work is an innovative lighting system, in which lights on timers continually shift to reveal unexpected vistas.
The exhibition’s title Calm Before the Sun refers to the tranquility before a sunrise seen from the water, be it in Biscayne Bay or in Ten Thousand Islands, or farther afield. The artist is a long-term outdoorsman; these works find him translating the moment of stilled anticipation as the sun creeps above the black waters, dramatically recoloring the sky with each passing moment. The serene gradated backgrounds of the hung paintings speak both to the quiet surface of the water and to the dawn sun itself, though their floral subject matter roots the viewer in the immediate landscape. While the intense color and play of light attest Sodamin’s paintings to his tropical surroundings, the work also references his time spent at the Nansen Academy in Lillehammer, Norway. The school is located on the edge of the pristine Lake Mjøsa, which has long been a destination for Norwegian painters. Specifically, the impressionists Frits Thaulow and Erik Werenskiold would travel to paint the effects of northern light on water en plein air.
Calm Before the Sun directs Sodamin’s attention towards the passage of time, and how environment affects mood, engaging not only the landscape, but visual perceptions and painting itself. How is one supposed to translate nature to canvas, Sodamin asks, especially when it is changing all the time? And, on the other end, how is one supposed to see it, be they outdoors or in a gallery?
The exhibition is organized by Primary Projects in partnership with Wynwood Walls.

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Anselm Kiefer and Susan Philipsz at the Margulies Collection

The Margulies Collection at the Warehouse

28 Oct 2015 — 30 Apr 2016

The Margulies Collection at the Warehouse is a non-profit institution located in a 45,000 square foot retro-fitted warehouse in the Wynwood Arts District of Miami. This year the collection opens to the public with 2 new shows, an immersive sound installation by Susan Philipsz and a solo show dedicated to Paintings, Sculpture, Installation by Anselm Kiefer.

The permanent exhibition includes works by Magdalena Abakanowicz, Ron Bladen, Pier Paolo Calzolari, Anthony Caro, John Chamberlain, Willem de Kooning, Olafur Eliasson, Flavin, Heizer, Judd, Jannis Kounellis, SOl LeWitt, Mario Merz, Miró, Isamu Noguchi, Michelangelo Pistoletto, George Segal, Richard Serra, Tony Smith, Franz West.

 

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No Man’s Land: Women Artists from the RFC

The Rubell Family Collection

02 Dec 2015 — 28 May 2016

The Rubell Family Collection/Contemporary Arts Foundation presents NO MAN’S LAND: Women Artists from the Rubell Family Collection, on view in Miami from December 2nd, 2015 through May 28th, 2016. This exhibition will focus on and celebrate work made by more than a hundred female artists of different generations, cultures and disciplines.

These artists will be represented by paintings, photographs, sculptures and video installations that will entirely occupy the Foundation’s 28-gallery, 45,000-square-foot museum. Some galleries will contain individual presentations while others will present thematic groupings of artists. Several installations have been commissioned specifically for this exhibition.

In order to present the exhibition’s scope and diversity the Foundation will rotate artworks on view throughout the course of the exhibition, presenting different artists at different times. All of the artworks in the exhibition are from the Rubells’ permanent collection.

To celebrate the opening of NO MAN’S LAND, Jennifer Rubell will be presenting Devotion, her 12th annual large-scale, food-based installation on December 3, 2015 from 9 to 11 a.m. Devotion will explore the everyday gesture as a medium for the expression of love. Using bread, butter, and a couple engaged to be married as her media, Rubell will transform the simple act of cutting and buttering bread into a poetic exploration of repetition as devotion.

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L'ALCHIMIA DEL COLORE

Mostra Dall’11 dicembre al 10 aprile 2016 Venezia, Palazzo Mocenigo - White Room

I rinnovati spazi al piano terra di Palazzo Mocenigo, recuperati grazie al supporto di Mavive e inaugurati lo scorso giugno, oltre alla Sala Multimediale e a un attrezzato Laboratorio del Profumo presentano anche una white room destinata ad eventi e mostre temporanee.

È qui, perfettamente in linea con la “vocazione” del museo di San Stae, sede del Centro Studi di Storia del Tessuto e del Costume, che viene proposto dall’11 dicembre 2015 al 10 aprile 2016 un suggestivo “viaggio” attraverso le tecniche della “tintura” naturale del tessile.

La mostra, dal titolo emblematico – L’alchimia del colore – dà conto di come tale processo abbia rappresentato una delle prime attività tecnologiche dell’uomo, la cui evoluzione, sia in ambito culturale che economico, è sempre andata di pari passo con quella umana.

A cura di Stefano Panconesi, Sissi Castellan, Chiara Squarcina e Augusto Panini l’esposizione presenta le materie prime e i prodotti del processo della tintura.
Si tratta dei tessuti e delle matasse base impiegate per la successiva lavorazione, che sono il risultato di un processo naturale avvenuto utilizzando una palette di colori attinti dalla natura – radici, fusti, cortecce, foglie, fiori, frutti e alcuni insetti – da cui derivano i pigmenti originari: giallo, rosso, blu, arancio, bruno, verde e viola.

Gli affascinanti aspetti di questa storia millenaria vengono dunque sviluppati nel percorso espositivo cha ha inizio con la descrizione delle diverse tecniche utilizzate dall’uomo fin dell’antichità per disegnare, colorare e decorare.

Esse comprendono la macerazione, la bollitura e, più in generale, tutte quelle attività che implicano l’utilizzo dell’acqua, vero e proprio elemento “fondamentale” in ogni fase di questo lavoro, fino all’avvento della chimica, nel Settecento, e alla scoperta del primo colorante di sintesi, avvenuta nel 1856 grazie al chimico inglese William Henry Perkin.

Si passano poi in rassegna le varie attrezzature utilizzate per tingere i diversi materiali. Dalle vasche in terracotta della tintoria di Pompei, ai “vagelli” in legno del Medioevo, fino alle odierne vasche in acciaio: tutte dovevano contenere acqua a sufficienza per far girare al meglio il materiale da tingere e dovevano poter essere riscaldate fino ad arrivare alla bollitura.

Vengono quindi analizzati i componenti fondamentali del processo tintoriale – acqua, sale, piante – che possono variare nella loro composizione, insieme alle sue fasi: l’estrazione del colorante, che può avvenire per fermentazione, bollitura e filtraggio, tramite acqua o alcool; il bagno di tintura, anche questo possibile in vari modi (diretta, a mordente, a riduzione e ossidazione) e l’ asciugatura, che prevede che il materiale debba essere steso all’aria in luogo ombreggiato e non a diretto contatto del sole.

Uno spazio particolare infine viene dato ai colori. Ogni pianta, minerale o insetto, dà infatti un colore diverso che combinandosi con i vari mordenti può aumentare in modo esponenziale la gradazione. Ecco allora colori più facili da ottenere, come i gialli/beige e i rossi e molto difficili – e per questo assai più costosi – come i blu e i viola, ai quali si aggiungono anche il bianco e il nero, molto complicati da ottenere con metodi naturali.

La mostra è a cura di Stefano Panconesi, Sissi Castellan, Chiara Squarcina e Augusto Panini

Per maggiori informazioni visitare il sito: http://mocenigo.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/alchimia-del-colore/2015/12/16328/alchimia-del-colore-palazzo-mocenigo/

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LUCIANO VISTOSI. Scultore

Mostra dal 9 febbraio al 17 gennaio 2016 Murano, Museo del Vetro

“…A casa nostra raramente ho sentito parlare di scultura: si parlava soltanto di pittura. Eppure le forme erano là: nascevano ogni giorno nella fornace. Potrei arrivare a dire di aver sempre pensato tridimensionalmente, cioè plasticamente”. (Luciano Vistosi, 2003)

Sculture tondeggianti, sinuose e prive di angoli; sagome che attraggono per mutevoli giochi di luce ma anche per le qualità tattili; opere realizzate modellando con gesti rapidi e decisi sulla massa soffiata – a bilanciare il vetro caldo mentre per la forza di gravità tende lentamente a scendere – dando forma all’idea creativa in tre minuti al massimo; oppure sculture tratte scalpellando e levigando il vetro come fosse marmo.

Sono creazioni che stupiscono, per poesia e innovazione; sculture in movimento.

Per la mostra “Luciano Vistosi scultore”, prima esposizione temporanea allestita nei nuovi spazi delle Conterie in occasione della riapertura del Museo del Vetro di Murano – sono stati selezionati 30 lavori del grande scultore scomparso nel 2010, figura di assoluto rilievo della ricerca artistica italiana. Solamente cristalli bianchi e neri, spesso graffiti.

È nella vetreria del padre che Luciano Vistosi (Murano 1931 – 2010 ) ha imparato a tirare e sollevare il magma incandescente fino a farlo diventare un aquilone, una colomba, delle mondine, un nudo di donna; oppure incubi.

Alla morte del padre nel ’52, insieme allo zio Oreste e al fratello Gino, fonda la nuova Vetreria Vistosi con il progetto di realizzare prodotti legati alle più attuali ricerche nel campo del design. Coinvolge alcune della maggiori firme come Aulenti, Sottsass, Magistretti, Zanuso, Peduzzi; si concentra soprattutto sull’illuminazione realizzando nuovi prodotti, tra cui alcune famose serie di lampade. Ma il richiamo era verso scultura.

Nel suo percorso artistico Vistosi “scultore” sperimenta diverse tecniche di lavorazione oltre al vetro soffiato. Alcuni lavori sono scolpiti da enormi blocchi grezzi di vetro – secondo “l’ arte del levare” tipica del marmo – ottenuti col vetro industriale, come nel caso del suo famoso progetto per il Ponte dell’Accademia.

Siamo nella metà degli anni Ottanta. Nello stesso periodo l’ artista realizza case e grattacieli di vetro trasparente, fino ad un metro di altezza. Sculture-architetture seducenti nella loro perfezione geometrica e nella volontà sottesa di aprire la strada a una città più vivibile che sono esposti insieme ai lavori in cristallo verdee mare e alle randi nell’atelier dell’artista a Murano, poco distante dal Museo del Vetro.

Alcuni tra i più significativi fotografi italiani quali Ugo Mulas, Gianni Berengo Gardin, Paolo Monti, Franco Fontana hanno interpretato con le loro immagini il carattere innovativo dell’opera di Luciano Vistosi: un dialogo tra scultura e fotografia importante per l’artista, che usava egli stesso la macchina fotografica alla ricerca di linee, forme, morfologie. Ispirazioni per nuove creazioni.

A cura di Chiara Squarcina

Direzione scientifica Gabriella Belli

Progetto allestitivo Daniela Ferretti

Per maggiori informazioni visitare il sito: http://museovetro.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/mostra-vistosi/2015/01/6654/luciano-vistosi-scultore/

 

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SPLENDORI DEL RINASCIMENTO A VENEZIA. Andrea Schiavone tra Parmigianino, Tintoretto e Tiziano

Mostra dal 28 novembre 2015 al 10 aprile 2016 Venezia, Museo Correr

La prima mostra dedicata ad Andrea Schiavone, inventore di uno stile nuovo. Una pittura dirompente e un artista “fuori dal coro” ammirato da Tintoretto, da Carracci e da El Greco. Al Museo Correr 140 opere da tutto il mondo e 80 lavori del maestro mai riuniti prima.

Nello straordinario scenario della pittura rinascimentale veneziana, in quel concerto polifonico che vedeva eccezionali personalità primeggiare e sgomitare in laguna, e da qui in Europa, la figura e il “suono” di Andrea Meldola detto Schiavone (1510 c. – 1563) s’imposero fin da subito come novità dirompenti, scardinanti e in certo modo enigmatiche.

Un linguaggio pittorico, il suo, assolutamente nuovo e spregiudicato, tanto che Schiavone, già pochi anni dopo l’arrivo a Venezia (avvenuto forse intorno al 1535), spaccò l’opinione pubblica e divise la critica: chi come l‘Aretino lo stimava e gli era amico, chi come il Pino non nascondeva il suo disprezzo. Un artista dunque “fuori dal coro”, affascinante e moderno, sul quale si fa finalmente il punto dopo decenni di studi e ricerche, con la mostra in programma al Museo Correr a Venezia, dal 28 novembre 2015 al 10 aprile 2016, promossa dalla Fondazione Musei Civici di Venezia in collaborazione con 24 Ore Cultura e curata da Enrico Maria Dal Pozzolo e Lionello Puppi: la prima grande monografica dedicata all’artista dalmata e la prima reale occasione per il pubblico di scoprire il ruolo centrale che Schiavone ebbe nella pittura del secolo d’oro della Serenissima.

Sarà sì una mostra di ricerca, accompagnata da un catalogo (24 Ore Cultura) che diventerà un punto di riferimento imprescindibile negli studi sul Cinquecento italiano, ma soprattutto un’esposizione spettacolare, per numero e qualità delle opere esposte (oltre 140 tra dipinti, disegni e stampe, più un ricco nucleo di libri e documenti storici) spesso dalle prestigiosissime provenienze.

Per la prima volta sono riuniti oltre 80 lavori di Andrea Meldola – dipinti, disegni, incisioni – la maggior parte dei quali mai esposti in una mostra e prestati, tra l’altro, dalle Royal Collection di Elisabetta II, dal Kunsthistoriches Museum e dall’Albertina di Vienna, dal Metropolitan Museum of Art di New York, dall’Accademia Croata di Scienze e Arti di Zagabria, dalla Gamdälde Galerie di Dresda, dal Musée du Louvre di Parigi e dal British Museum di Londra; per la prima volta, oltre ad alcuni inediti, si potranno vedere insieme i capisaldi dell’opera pittorica di Schiavone e con essi importanti dipinti di confronto dei maggiori artisti del tempo, punto di riferimento per il dalmata e con cui egli ebbe contatti o rapporti di “dare” e “avere”.

Capolavori del suo maestro ideale Parmigianino – la grande “Madonna di San Zaccaria” degli Uffizi – del suo compagno di scorribande giovanili, Jacopo Tintoretto, di Tiziano – con la “Madonna Aldobrandini” dalla National Gallery di Londra – e ancora Vasari, Bassano, Veronese, Polidoro da Lanciano, Lambert Sustris: tutte presenze importanti per Schiavone e per lo straordinario concerto dell’arte veneziana nell’età del Manierismo.

A cura di Enrico Dal Pozzolo e Lionello Puppi
Direzione scientifica: Gabriella Belli
Progetto espositivo: Daniela Ferretti

Organizzata da Fondazione Musei Civici di Venezia
In collaborazione con 24 Ore Cultura

Con il supporto di Coin Con
il sostegno de Il Sole24Ore, Domenica24Ore, Radio24Ore
Sponsor tecnico: Trenitalia


Per maggiori informazioni visitate il sito http://correr.visitmuve.it/it/mostre/mostre-in-corso/mostra-schiavone/2015/09/12029/andrea-schiavone-tiziano-tintoretto-correr/

 

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Isaac Julien’s Stones Against Diamonds

National YoungArts Foundation

01 Dec 2015 — 05 Dec 2015

Rolls-Royce Motor Cars, in partnership with the National YoungArts Foundation, presents Isaac Julien’s Stones Against Diamonds (Ice Cave) at Art Basel in Miami Beach 2015.

The work by the Turner Prize nominated artist, commissioned as part of the Rolls-Royce Art Programme, will be shown from 1-5 December 2015 at the National YoungArts Foundation – located at the nexus of Miami’s Wynwood Arts District, Arts and Entertainment District and Edgewater. The video installation will fill the interior of the magnificent YoungArts Jewel Box across 15 screens, the largest and most impressive presentation of the work to date.

Isaac Julien is one of Britain’s most important and influential artists. His work is the latest compelling addition to the Rolls-Royce Art Programme, founded in celebration of the marque’s commitment to creating unique, rare and aesthetically powerful motor cars, which transcend the world of conveyance to become works of art themselves. The programme seeks to draw together the handcrafted elegance of the marque’s motor cars with contemporary artists around the world, including internationally acclaimed artists Ugo Rondinone, Erwin Wurm, Regina Silveira, Will Cotton, Angela Bulloch and Morgan Wong. Julien’s commission extends his ongoing relationship with the marque following an ‘artist talk’ that he gave as part of the Rolls-Royce Art Programme during Frieze Art Fair London in 2012.

To create the Rolls-Royce commission, Isaac Julien took a film crew of 50 to the wilderness of Iceland, where they filmed for five days in isolated glacial ice caves in the South East region of Vatnajökull. The artist interpreted this remote landscape as a metaphor of the unconscious, a place of rich beauty but difficult to access other than through the processes of psychoanalysis and artistic reflection. The work was inspired by a passage from a letter taken from the anthology Stones Against Diamonds, written by the seminal modernist architect and designer, the Italian- born Brazilian Lina Bo Bardi. Julien’s work of the same name explores themes within this text where Bo Bardi admires the beauty of natural elements over precious stones, believing them to be more beautiful, and describing how collecting semi-precious stones helped inspire the architect and designer to rethink design in a most remarkable way. Signature elements of Bo Bardi’s work have left a lasting impression on both international architects and designers. Julien’s film installation incorporates her famed spiral staircase at Solar do Unhão in Bahia, Brazil; the first stage meticulously built on set in sub-zero temperatures, later continued and then merged using CGI post-production. Furthering the parallels, Julien includes Bo Bardi’s signature easels which are made of glass and concrete, two elements present in the majority of her practice. Julien references these in both the film itself and in the presentation of his work, where the film is shown on flat screens and supported by concrete blocks.

 

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BMW Art Journey: Samson Young

Miami Beach Convention Center

01 Dec 2015 — 06 Dec 2015

Art Basel and BMW present Samson Young as the first BMW Art Journey winner.

The BMW Art Journey allowed Young to embark on a creative journey across five continents. Young undertook a worldwide tour of iconic bells, documenting them and creating works of visual art and music composition in response to them. Samson Young was one of three shortlisted artists selected from this year’s Discoveries sector at Art Basel’s show in Hong Kong.

Samson Young’s project for the inaugural BMW Art Journey, titled “For Whom the Bell Tolls: A Journey Into the Sonic History of Conflict,” built on the Hong Kong-based artist’s longstanding fascination with military technology and his training as a composer. In this project, he turned his attention to bells, which brought together these two related areas of interest. Cannons and bells are made of essentially the same materials. In times of war, bells would be melted down to create cannons, and when peace returned, bells would be recast from surplus weapons. For Young’s 2015 BMW Art Journey he focused on bells that give form to the idea of “conflict” in a variety of ways. His journey took him to bells and research institutions in Myanmar, Kenya, Austria, Cologne, Morocco, Sicily, South Korea, Australia and several cities in the UK and United States, where the artist notated and recorded the sounds of exceptional and historically resonant bells, generating an archive of bell recordings, a series of “bell sound sketches,” a set of new bronze bells, and an original musical composition for bell-ringers and orchestra.

Art Basel and BMW collaborated with the awarded artist to document the journey and share it with the public through print publications, online and social media.

The experts conducting the judging were Richard Armstrong, Director Solomon R. Guggenheim Museum, New York; Claire Hsu, Director Asia Art Archive, Hong Kong; Matthias Mühling, Director Städtische Galerie im Lenbachhaus, Munich; Shwetal Patel, Curator, India; and Pauline J. Yao, Curator Visual Art M+, Hong Kong.

The BMW Art Journey is a new global collaboration between Art Basel and BMW, which has been created to recognize and support emerging artists worldwide. The prize is open to artists who are showing in Discoveries and Positions in the Hong Kong and Miami Beach show respectively. Two judging panels, comprised of internationally renowned experts, shortlist three artists, who are then invited to submit proposals for a journey aimed to further develop their ideas and artistic work.

The next judging of the BMW Art Journey will be held during Art Basel in Miami Beach, where three artists from the Positions sector will be shortlisted next December. The winner will be announced in early 2016.

During Art Basel in Miami Beach, Samson Young will participate in an art talk at the Soho House on Dec 1, moderated by long-term New Yorker staff writer Lawrence Weschler (invitation only) and at the Art Basel Conversation moderated by Hans-Ulrich Obrist on Dec 4, 2015. Early results from his journey are displayed at the BMW booths in the Botanical Garden and the Collectors Lounge.

 

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Littlest Sister

Spinello Projects

30 Nov 2015 — 06 Dec 2015

Littlest Sister, a “faux” invitational art fair, comments on the art fair as an entity that activated Miami’s contemporary arts scene. Inaugurating Spinello Projects’ new space and its 10th Year Anniversary, Littlest Sister features an emerging Miami based curator, Sofia Bastidas (Littlest Sister Director) and ten unrepresented women-identified Miami based artists who work in painting, sculpture, design, installation, and new media.

The fair consists of 10 solo booths and Projects, a sector focusing on video, sound, performance, and happenings. Running concurrently, Platform, a symposium bringing together Miami’s most influential women in the arts, invites panelists to engage in conversations and debate regarding current macro and local issues, from challenges in the field, the future of art fairs, real estate development and the arts, to gender and race inequality in the market. Programmed throughout Miami Art Week, Platform creates informal opportunities of exchange for real critical discourse.

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Alex Bag

Institute of Contemporary Art Miami – ICA

01 Dec 2015 — 31 Jan 2016

Alex Bag, The Van (Redux) marks the first major U.S. presentation of the artist’s work since 2009. On view in ICA Miami’s Atrium Gallery, the show centers around one of Bag’s seminal videos, The Van (2001), and features a dramatic new site-specific installation created for the museum’s current location in the landmark Moore Building in Miami’s Design District.

Known for her satirical commentary on contemporary media culture, Bag appears under various guises as a character in many of her video works, offering social critique on such topics as fashion, television, advertising, and the art world. At ICA Miami, The Van is be presented in the original customized Dodge vehicle where the video was performed and recorded, to be parked in the Atrium Gallery. Visitors will be able to sit in the leather and fake pink fur interior to view the film, which depicts Bag as three different fictional artists in a van with their gallerist and discussing the presentation of their work at an art fair.

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Unrealism

Moore Building

02 Dec 2015 — 06 Dec 2015

Jeffrey Deitch and Larry Gagosian present an exhibition of new figurative painting and sculpture in the Miami Design District.

UNREALISM celebrates the recent revival of interest in figurative painting and sculpture. The exhibition features the work of more than fifty of the most original and compelling artists working in figuration from the 1980s to the present. The title points to the challenge of portraying contemporary reality where the real is often confused with the unreal. The exhibition focuses on an emergent wave of painters and sculptors who are exploring new approaches to figurative imagery. In doing so, they are also generating renewed interest in innovative precursors.

Figuration is one of the oldest art forms, but it is continually evolving, reflecting contemporary concepts of human identity. Figurative art responds to technical innovations like printing, photography and digital reproduction, but the ancient craft of rendering the figure renews itself with each subsequent generation. The artists featured in UNREALISM work within the figurative canon without becoming academic. They are able to make a venerable tradition in art completely of our time.

UNREALISM will take place over four floors around the atrium of The Moore Building, a 1921 Art Deco-style, former furniture showroom that is also the current home of the ICA Miami.

Jeffrey Deitch and Larry Gagosian have been colleagues since 1979 and have worked with many of the same artists. UNREALISM is their first collaboration. In October of this year, Gagosian Gallery opened its fifteenth location in Mayfair, London. Jeffrey Deitch’s most recent curatorial project is “The Extreme Present”, one of the inaugural exhibitions for the new Aishti Foundation in Beirut.

The Miami Design District, developed by Craig Robins in partnership with L Real Estate, is a neighborhood dedicated to innovative fashion, design, art, architecture and dining. It features distinctive architectural projects by Sou Fujimoto, Aranda/Lasch, Johnson Marklee and other leading young architects; and public commissions of art and design by John Baldessari, Buckminster Fuller, Zaha Hadid and Marc Newson.

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Larry Bell: 6 X 6 An Improvisation

Melin Building

02 Dec 2015 — 09 Jan 2016

White Cube presents 6 x 6 An Improvisation, an off-site project organised to coincide with Art Basel Miami Beach. This exhibition will take place in the Melin building, located in the Miami Design District, from 1 December 2015 until 9 January 2016.

One of the leading exponents of California’s ‘Light and Space‘ movement, Bell has consistently focused on the properties of light and its interface with surface throughout his 50-year long career. For this exhibition, he will install a major ‘standing wall’ sculpture, previously exhibited at the Chinati Foundation in Marfa, Texas (2014–15). Comprising over 30 individual glass panels, this major installation responds to the dynamics of the space, allowing the particular conditions of natural light at different times of the day to transform the installation.

Bell has frequently employed glass in his work, harnessing, in particular, the material’s special properties of transmitting, absorbing and reflecting light. In 6 x 6 An Improvisation, he combines three types of glass; grey, clear and partially coated panels treated with a thermal evaporation process depositing a thin layer of nickel-chrome on its surface. Highly dramatic and visually complex, 6 x 6 An Improvisation creates a sequence of layered reflections and shapes, converging hues and densities, while maintaining the illusion of volume.

Recent installations of the standing wall sculptures in addition to the Chinati Foundation installation (2014 – 15), include 6 x 8 An Improvisation at White Cube Mason’s Yard, London (2015).

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Ellis Presented by Galerie Perrotin

The Melin Building

02 Dec 2015 — 07 Dec 2015

Galerie Perrotin presents the film Ellis, directed and produced by JR, written by Eric Roth, starring Robert De Niro, featuring the music of Woodkid and Nils Frahm, and an exhibition of photographs by JR of his recent series Unframed Ellis Island which document a permanent installation which animates, enlivens and offers unprecedented access to New York’s Ellis Island Immigrant Hospital. In this specific context, JR has directed the film “Ellis” where Robert De Niro embodies the history of the place.

Open to the public for the first time since 1954, the Ellis Island Immigrant Hospital facilitated the passage of a massive wave of immigration to the United States from 1902 to 1930. All told, over a million patients deemed too ill for immediate naturalization would pass through its walls. Having to screen for and treat a veritable catalogue of diseases from around the world would transform the hospital, the first public health facility in the country, into a test-case for then state-of-the art sterilization and diagnostic procedures. The program proved effective, though following tightened restrictions on immigration in the 1930s, the facility was repurposed to house disabled soldiers and, later, as a detention center for Axis prisoners following the Second World War. In 1954, outmoded and disused, the Hospital was shuttered, abandoned, and, until recently, largely forgotten.

Today, the Ellis Island Immigrant Hospital stands much as it was abandoned; but after sixty years of silence and disrepair, local vegetation has begun to reclaim the grounds, introducing grass and vine to what must’ve once been a starkly modern facility. As the former setting for the confluence of illness and recovery, health and death, of prisoners and heroes, aspirations and disappointments, if any place might be said to be haunted, Ellis Island Hospital certainly meets all criteria. And it is from this heavily charged genius loci that JR, in coordination with Save Ellis Island, has undertaken “Unframed Ellis Island.” As with previous Unframed projects — Grottaglie, Italy (2009), Vevey, Switzerland (2010), Sao Paulo, Brazil (2011), Washington, USA (2012), Marseille, France (2013), Baden Baden (2014) et Lille (2015)– JR does not compose his own photographs, but instead recuts existing photography, excising figures and portraits from their frames to recompose them in unexpected locales and public settings. The overall effect is equal parts stagecraft and public art, recalling the original photographs while redeploying them in such a way as to give them new life on confrontation with their viewers. With “Unframed Ellis Island” the manner in which the original subjects of JR’s source material are granted new life is perhaps even more direct: Culled from hospital archives, JR has repopulated the hospital with its former inmates, rendering its “ghosts” present and visible, and, in so doing, de-mystifying the very real sense in which the hospital is haunted with its own redolent history. Here, JR is less the artist as historian than he is artist as exorcist or ghost-seer, reconciling past, present, and viewer in artful communion.

Beginning his artistic career at the age of 17, JR happened upon a camera on the Paris subway and began pasting portraits in the eastern suburbs of Paris, Montfermeil, Les Bosquets in 2004.

Since then, JR creates monumental photographs that he pastes around the world, infiltrating in urban life anonymous portraits, witnesses of the present and the past – “Women are Heroes” in Rio de Janeiro, Jaipur, Nairobi (2008-2010), which gave its title to JR’s movie that was selected at the Festival de Cannes in 2010; “The Wrinkles of the City” in Cartagena, Shanghai, Los Angeles, La Havana, Berlin and Istanbul (2008-2015).

JR reveals art by action, displaying his gigantic prints over the suburban buildings of Paris (“28 Millimètres, Portrait of a Generation”, 2004-2006), on walls in the Middle East (“Face 2 Face”, 2007) or in the United States, in the favela Morro da Providencia in Brazil (“28 Millimètres, Women Are Heroes”, 2008) or on the roofs in Kibera, Kenya (“28 Millimètres : Women are Heroes”, 2009), on the facade of Tate Modern in London…

He received the prestigious TED Prize in 2011 that offered him to make a “wish to change the world”. With the INSIDE OUT Project, JR brings together and prints portraits, as messages of personal identity (www.insideoutproject.net). On this occasion, photobooths printing large-scale self-portraits were seen during the summer in various places of the globe, including Paris (Centre Pompidou, Galerie Perrotin), Arles (Rencontres de la Photographie), Tel Aviv or Ramallah, and Hong Kong at Galerie Perrotin in 2012; furthermore photobooth trucks travels around the world such as in Japan (2011), Amsterdam, London, at Times Square, NYC, at Palais de Tokyo, Paris (2013), around Shanghai in 2014, etc. Solo shows of JR’s work have been exhibited in galleries and museums worldwide, including The Rath Museum in Geneva, Tokyo’s Watari Museum, The Contemporary Art Museum in Dallas, The Contemporary Arts Center in Cincinnati, the Museum Frieder Burda, Baden-Baden, Germany, Power Station of Arts in Shanghai, and “Au Panthéon”, a monumental installation surrounds the drum of the Pantheon’s dome until the end of its renovation.

In 2014, when invited to produce a work for the New York City Ballet (NYCB), JR persuaded Peter Martins, director of the David Koch Theater, to put on a choreographic piece about the history of Cité des Bosquets in Clichy-Montfermeil, at the outskirts of Paris, and the riots of 2005. Featuring Lil Buck and Lauren Lovette, this ballet created by JR for the New York City Ballet in 2014 became a film “Les Bosquets” that he has shot onsite in Clichy-Montfermeil in 2015 with the ballet corps of the Opéra National de Paris.

A 120 page book created with Art Spiegelman “The Ghosts of Ellis Island” has been launched in April 2015 by Damiani.
A 296 page & 500 illustration monograph on JR has been published in October by Phaidon, JR: CAN ART CHANGE THE WORLD?, with a graphic novel by Joseph Remnant and an essay by Nato Thompson.
On sale at the bookshop of the Gallery.

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Pulse Miami Beach 2015

Pulse Pavilion

01 Dec 2015 — 05 Dec 2015

PULSE is the premiere satellite fair for the discovery and acquisition of cutting-edge contemporary art. With annual editions in Miami Beach and New York City, the fair cultivates a supportive environment for its international community of galleries and provides a platform for their growth and expansion in the contemporary art market.

From its inception, PULSE has presented thoughtfully-curated exhibitions and ever-evolving programming that reflect the fair’s commitment to making the visitor experience a dynamic one.

The 11th edition of PULSE Miami Beach kicks off Miami Art Week with its signature Private Preview Brunch followed by an Opening Celebration on Tuesday, December 1 and will close on Saturday, December 5 with a Miami-focused Sunset Celebration. The fair’s footprint has grown to include two adjoining pavilions housing a tightly-curated selection of more than 80 national and international exhibitors, representing work by over 200 artists. This architecture provides a balanced and airy environment, interspersed with areas of contemplation and interactive programming, in which visitors can discover the most compelling contemporary art being produced today. PULSE Miami Beach welcomes galleries from three continents, with over 85% presenting three artists or fewer. Over a quarter of the fair is comprised of first-time exhibitors and nearly half participated in last year’s Miami edition. Eleven galleries will celebrate their return to PULSE Miami Beach as founding exhibitors of the first Miami edition eleven years ago.

Conversations
Conversations is an inaugural presentation at the fair that will focus on 25 galleries presenting two artists each, creating a dialogue between the artists’ practices. Adding to the overall experience, PULSE’s acclaimed programming will include thought-provoking art market discussions, moving image and large-scale projects throughout the fair.

Projects
Pulse Art Fair’s signature Projects program is committed to the presentation and promotion of audience-engaging large-scale sculptures, installations and performances.

Perspectives
Perspectives are the fair’s round table discussions which explore ideas within contemporary art and the art market. Led by prominent art world insiders, these conversations grant fairgoers intimate and exclusive access to critical and current issues within the industry.

Play
Play is a dedicated showcase for video and new media, serving as a platform to encourage discovery within the digital realm.

Prize
The Pulse Prize is a jury-awarded cash grant presented directly to an artist of distinction who will be chosen from Impulse and Points solo artist presentation.

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UNTITLED. 2015

UNTITLED. Pavilion

02 Dec 2015 — 06 Dec 2015

As part of its programming Untitled, Miami Beach, 2015 is pleased to announce a series of performances that engage visitors at various locations throughout the fair, indoors and outside. Also returning to the fair this year is a new series of free original posters by internationally renowned artists, designed specifically for Untitled, Miami Beach by onestar press.
Untitled, Miami Beach, 2015 is working with three artists who have conceived performances that take into consideration the fair’s location and architectural design. Located on the beach, Untitled offers the artists its distinct setting as a backdrop, platform and character to play an essential role in their performances. Untitled is a curated art fair for international galleries and non-profit art spaces with a focus on emerging and mid-career contemporary art.

Over 200 artists represented in galleries and non-profit art spaces from 16 US cities and 18 countries are on the 2015 roster. Carefully selected by Untitled’s 2015 curatorial team, led by Artistic Director Omar López-Chahoud with curators Christophe Boutin and Melanie Scarciglia, the list of exhibitors presents the works of emerging and established contemporary artists. Miami Beach for the second year will be a series of original posters curated by Christophe Boutin and Melanie Scarciglia and available to all visitors at no charge. “We believe that good original art posters are better than bad original art,” said Scarciglia and Boutin, curators of Untitled, Miami Beach and co-founders of onestar press and Three Star Books in Paris. “We work with artists whose visual capacity we admire and artistic developments we’ve watched grow.”

In addition to its roster of international exhibitors, Untitled presents a series of conversations, performances and special events as part of its compelling visitor experience in December 2015.

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Design Miami 2015

Design Miami/ new exhibition venue

02 Dec 2015 — 06 Dec 2015

Design Miami/ is the global forum for design. Each fair brings together the most influential collectors, gallerists, designers, curators and critics from around the world in celebration of design culture and commerce. Occurring alongside the Art Basel fairs in Miami, USA each December and Basel, Switzerland each June, Design Miami/ has become the premier venue for collecting, exhibiting, discussing and creating collectible design.

Design Miami/ is more than a marketplace for design, where the world’s top galleries gather to present museum-quality exhibitions of twentieth and twenty-first century furniture, lighting and objets d’art. Each show balances exclusive commercial opportunities with progressive cultural programming, creating exciting collaborations with designers and design institutions, panels and lectures with luminaries from the worlds of design, architecture, art and fashion, and unique commissions from the world’s top emerging and established designers and architects.

By continuously expanding and enriching its program, Design Miami/ seeks to not only satisfy the demand for a high-end design fair, but also to broaden awareness of modern and contemporary design, fuel the market for collectible design, and provide an exciting yet accessible destination for collectors and enthusiasts alike.

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Art Basel in Miami Beach 2015

Miami Beach Convention Center

03 Dec 2015 — 06 Dec 2015

267 leading galleries from North America, Latin America, Europe, Asia and Africa show significant work from the masters of Modern and contemporary art, as well the new generation of emerging stars. Paintings, sculptures, installations, photographs, films, and editioned works of the highest quality are on display in the main exhibition hall. Ambitious large‐scale artworks, films and performances become part of the city’s outdoor landscape at nearby Collins Park and SoundScape Park.

Art Kids | Art Basel offers a free kindergarten and playroom for children aged 4 – 12, who are introduced to art while their parents visit the show. A team of professionals from the Miami Children’s Museum bring your child’s creative side to life through arts and craft activities, art history and storytelling. Art Kids is open during show hours.

Art Basel Guided Tours | Private and group tours of Art Basel are offered in English or Spanish by ArtNexus. Regis- ter at the Guided Tours desk, Info Zone D; +1 847 501 0656, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; artnexus. com

Guided Tours of Public Sector | Private, group and school-group tours are offered in English by Bass Museum of Art docents. For reservations, please contact the Bass Museum of Art,

Visitors with Disabilities | Special care has been taken to equip the MBCC with amenities to provide accessibility to per- sons with disabilities. Manual wheelchairs and scooters are offered complimentary and available on a first-come, first- served basis, and can be picked up at the Information desk, Info Zone D and B.

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La biblioteca incontra… 2015

Incontri pubblici dedicati alle collezioni del centro documentazione

L’annuale iniziativa, dedicata a approfondire la conoscenza del patrimonio documentario conservato dalla Fondazione Benetton, si articola anche quest’anno in cinque appuntamenti, con cadenza mensile.
L’obbiettivo di valorizzare le collezioni del centro documentazione, che si sviluppano prevalentemente sui temi del paesaggio, della storia veneta e della storia e civiltà del gioco, si declina nell’offerta di incontri pubblici con interlocutori che a vario titolo ne hanno approfondito l’analisi e lo studio; condividere i risultati dei loro lavori costituisce una ulteriore opportunità, rispetto a modalità più tradizionali di avvicinamento al patrimonio documentario, per evidenziare le caratteristiche e l’utilità di quanto la biblioteca conserva e rende disponibile.

martedì 13 ottobre 2015, ore 18
evento posticipato a martedì 27 ottobre
I restauri della chiesa di San Francesco di Treviso, dalle carte dell’archivio di Luigi Coletti.
Elena Khalaf e Chiara Voltarel, storiche dell’arte.
Nell’ambito del Biblioweek 2015, settimana di promozione del libro e della Rete bibliotechetrevigiane.
I restauri della chiesa di San Francesco a Treviso, avvenuti principalmente tra il 1925 e il 1928 e conclusi nel 1942, furono prevalentemente curati dall’Associazione per il Patrimonio artistico, presieduta da Luigi Coletti. L’archivio dello storico dell’arte costituisce la fonte più recente indagata per la ricostruzione delle varie fasi del restauro, oggetto della pluriennale ricerca di Elena Khalaf, che ne discuterà nel corso dell’incontro con Chiara Voltarel.
(scheda, pdf 118 kb)

martedì 10 novembre 2015, ore 18
Conoscere per tutelare e valorizzare: il centro storico di Treviso e l’avventura di una tesi di laurea.
Silvia Roma e Francesca Susanna, con Rossella Riscica e Martina Zanatta, architetti
L’incontro è dedicato alla tesi di laurea in architettura Schema generale per un organico intervento di conservazione del centro storico di Treviso, elaborata da un gruppo di giovani studiosi trevigiani all’inizio degli anni Ottanta e finalizzata a fornire strumenti di indagine per le politiche pubbliche di salvaguardia del centro storico. La puntuale schedatura di 700 edifici e i moltissimi materiali raccolti e documenti prodotti, resi recentemente disponibili nel centro documentazione della Fondazione Benetton, rappresentano una fonte preziosa per la conoscenza e lo studio della città, attualmente utilizzata, ad esempio, nell’ambito della ricerca Treviso Urbs Picta.
(scheda, pdf 114 kb)

Schema generale per un organico intervento di conservazione del centro storico di Treviso (a.a. 1981-1982, relatore Romeo Ballardini, correlatore Francesco Doglioni, Iuav Venezia).
Silva Bigolin, Margherita Borrelli, Jego Bortoletto, Lucia Bruzzolo, Antonio Caccianiga, Francesca Ceron, Mariangela Gasparetto, Rosella Guarnaccia, Massimo Narduzzo, Ivana Padovan, Silvia Roma, Maria Giovanna Simeoni, Giuliana Rosolen, Carla Simonato, Francesca Susanna, Marisa Zanato

martedì 15 dicembre 2015, ore 18
La storia del gioco nella biblioteca della Fondazione Benetton Studi Ricerche: documenti, libri e riviste. Patrizia Boschiero, Fondazione Benetton, e Alessandra Rizzi, Università Ca’ Foscari di Venezia.
All’impegno di ricerca sul gioco, la festa, il tempo libero, lo sport, la ludicità nei suoi vari aspetti e sul lungo periodo, la Fondazione ha affiancato la costituzione di una collezione specializzata di pubblicazioni e di documenti che comprende circa 2.000 libri e 150 tesi di laurea, oltre alle più significative riviste di settore. Nel corso dell’incontro si analizzeranno le caratteristiche peculiari e le modalità di costruzione della raccolta e si proporrà una riflessione sulla stretta relazione tra le attività culturali, di ricerca e di documentazione.

martedì 19 gennaio 2016, ore 18
Arte e scienza militare nella biblioteca della Fondazione Benetton Studi Ricerche: la collezione di Giampaolo Soranzo.
Piero Del Negro, storico militare, Università degli studi di Padova.
Nel corso dell’incontro verranno illustrate caratteristiche e valore per gli studi – di settore ma non solo - di una collezione specializzata che comprende oltre 500 volumi dal Seicento al primo Novecento, prevalentemente in lingua francese e italiana. Oltre a numerose opere di carattere generale e di storia, i testi sono relativi ai corpi militari (fanteria e cavalleria, marina e aviazione), a strategia e tattica, fortificazioni, ingegneria e architettura e storia militare; notevole la presenza di tavole (oltre 6000 tra schemi, illustrazioni, carte geografiche), segni d’uso e note di possesso.

martedì 9 febbraio 2016, ore 18
Rappresentazione e progetto di paesaggio oggi: tecniche ed esempi.
Anna Costa, architetto e paesaggista e Luigi Latini, architetto e paesaggista, Università Iuav di Venezia-Fondazione Benetton Studi Ricerche.
L’incontro è l’occasione per una prima riflessione sui risultati di una ricerca in corso volta a comprendere quali siano le modalità e le tecniche attuali della rappresentazione del progetto di paesaggio attraverso lo studio di alcuni esempi che riguardano tanto la rappresentazione di categorie di lettura vincolate allo spazio e al territorio (come ad esempio la topografia, la vegetazione etc) sia attraverso categorie soggettive, come la percezione.

 

Per visionare le schede in .pdf, visitate il sito http://www.fbsr.it/fbsr.php/centro_documentazione/iniziative_pubbliche/La_biblioteca_incontra_2015

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Spazi Bomben incontri

Dal mese di novembre la Fondazione Benetton propone Spazi Bomben incontri, un ciclo di appuntamenti dedicati all’attualità e alla scena contemporanea. Un invito alla riflessione e al confronto che parte dalla parola scritta per diventare esperienza e dialogo, a tu per tu con autori testimoni dell’epoca in cui viviamo.
Ad aprire il programma giovedì 26 novembre alle ore 21 sarà il giornalista e scrittore Claudio Fava che assieme ad Andrea Passerini, giornalista de La Tribuna di Treviso, presenterà il libro Mar del Plata (ADD Editore, 2013). L’incontro è organizzato in collaborazione con Benetton Rugby e Verde Sport.
Il romanzo si ispira a una storia vera, quella della squadra La Plata Rugby, che alla fine degli anni ‘70, nell'Argentina della dittatura dei colonnelli, viene decimata dalla ferocia dei militari di Videla, riuscendo comunque a restare in campo a giocare tutto il campionato. Mentre l’Argentina si prepara a trasformare i campionati del mondo di calcio del 1978 nella vetrina del regime, tra la giunta militare e i ragazzi della squadra di rugby si accende una sfida che non prevede armistizi. Qualcuno si illude che lo sport sia un terreno neutrale e che altrove, lontani dal campo di rugby, stiano anche i generali e la repressione di un regime che in pochi anni farà più di trentamila morti. Invece uno dopo l’altro i giocatori spariscono: ma per ogni giocatore ucciso, un ragazzino del vivaio viene promosso titolare.
Giornalista, scrittore e politico, vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, Claudio Fava ha raccontato molti luoghi e molte guerre, dalla Sicilia che lotta contro Cosa Nostra ai difficili processi di pace in America Latina, scrive per il cinema (è sceneggiatore del film I cento passi) e il teatro.
 
La rassegna prosegue giovedì 10 dicembre con Francesca Caferri che presenterà Non chiamatemi straniero (Mondadori, 2014) e le sue riflessioni sul modo in cui l’Italia sta affrontando le sfide della globalizzazione e delle migrazioni. Chi è italiano oggi? Solo chi nasce da genitori italiani o anche quei bambini e ragazzi, ormai oltre un milione, che nel nostro Paese vivono, studiano e crescono respirandone sin dall’infanzia la cultura e le tradizioni? Da questa domanda parte il viaggio della Caferri alla scoperta di quella che è stata definita la «generazione Balotelli», i «nuovi italiani» di origine straniera. Da Treviso a Napoli, questi giovani raccontano in prima persona l’esperienza quotidiana a cavallo fra due mondi: quello a cui appartengono stabilmente, ma che fatica a dare loro spazio, e quello di provenienza, lontano, diverso, a volte oppressivo, che spesso li rinnega.
Francesca Caferri è una giornalista de «la Repubblica», per cui segue in particolare il mondo arabo e musulmano: dal 2001 ha documentato le principali crisi della regione, ma si è occupata anche di avvenimenti politici e sociali in Africa, Asia, Europa e Stati Uniti. È vincitrice dei premi di giornalismo Saint-Vincent e Colomba d’Oro per la Pace e del premio internazionale Mediterranean Journalist Award.
 
Il 14 gennaio Mario Tagliani racconterà la sua esperienza narrata nel libro Il maestro dentro. Trent’anni tra i banchi di un carcere minorile (ADD Editore, 2014).
Tagliani è un maestro, a questo lavoro è arrivato un po’ per caso, un po’ per passione, un po’ per amore. Quando negli anni Ottanta arriva a Torino, vince un concorso pubblico e si presenta a scuola per il suo primo giorno da maestro. La direttrice lo guarda, quasi scrutandolo, e poi dice: “Che ne pensa del Ferrante Aporti, il carcere minorile della città?”. Comincia così la storia di Mario, il maestro che accompagna sui banchi centinaia di ragazzi che tra quelle mura scontano la loro pena. Il suo è un mondo sconosciuto a chi sta fuori, un mondo di sconfitte e rabbia, ma anche di sorrisi, vittorie e persone che ti cambiano la vita. Un mondo fatto di un’umanità che è arrivato il momento di conoscere. Mario Tagliani è nato nel 1951 a Salaghetto di Bedizzole, in provincia di Brescia. Da oltre trent’anni abita a Torino e insegna all’Istituto penale per minori Ferrante Aporti.
 
Nel mese di febbraio il campione Lilian Thuram sarà agli spazi Bomben per presentare il suo Per l’uguaglianza (ADD Editore, 2014). “Capire come «funziona» l’essere umano è una curiosità che mi accompagna fin da bambino. Ho cominciato raccontando la mia storia perché è nella famiglia che nasce la nostra identità. Il modo in cui i genitori ci descrivono e ci promettono come sarà la vita è fondamentale. Coltivare quella curiosità mi ha insegnato che aprirsi al mondo scardina le trappole del razzismo, del sessismo e dell’omofobia. Cambiare i nostri immaginari è un passo necessario, mettere in discussione i nostri condizionamenti ci renderà capaci di pensare e costruire una società migliore. Per questo libro ho incontrato persone impegnate per una società più giusta che mi hanno aiutato a capire meglio la complessità del mondo”.
Lilian Thuram (Guadalupa, 1972), è stato un importante calciatore internazionale, campione del mondo nel 1998 e campione europeo nel 2000. In Italia ha giocato nel Parma e nella Juventus. Nel 2008 ha creato la Fondazione Lilian Thuram, éducation contre le racisme.

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Dieci parole per Vincenzo Bellini

Mercoledì 9 dicembre ore 21.00

A centottanta anni dalla morte di Vincenzo Bellini (Catania, 3 novembre 1801-Puteaux, 23 settembre1835), la Fondazione Benetton Studi Ricerche e il Conservatorio Agostino Steffani di Castelfranco Veneto organizzano, nell’ambito del progetto Oltre la scena, l’evento Dieci parole per Vincenzo Bellini, a cura di Elena Filini, critico musicale.
Il progetto, che ripete i fortunati esperimenti realizzati sulla figura di Giacomo Puccini nel 2014, Giuseppe Verdi nel 2013 e di Mario Del Monaco nel 2012, propone un inedito itinerario nella vita e nelle opere del grande catanese: a partire da dieci “parole chiave” si racconteranno l’esistenza, i capolavori e il pensiero di uno degli operisti icona dell’Ottocento italiano, in un evento che abbina alla multimedialità il fascino immortale della voce.
La visione di contributi video, a cura del Dipartimento di musica elettronica del Conservatorio Agostino Steffani di Castelfranco Veneto, coordinato da Federico Pelle, sarà infatti intervallata dalle voci di alcuni fra i più brillanti studenti del Conservatorio, allievi della classe di Enrico Rinaldo, che eseguiranno arie da Capuleti e Montecchi, la Sonnambula, I Puritani, Norma accompagnati al pianoforte da Romilda Beraldo.
Dagli esordi al successo milanese, dagli amori controversi agli ultimi anni a Parigi, sarà così proposto un insolito profilo del compositore italiano.
Un omaggio ai melomani e alla grande tradizione teatrale trevigiana.

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Dal cibo all’energia. Un viaggio in Amazzonia

Mostra fotografica di Pino Ninfa

Dal cibo all’energia. Un viaggio in Amazzonia è il progetto fotografico di Pino Ninfa che sarà in mostra agli spazi Bomben di Treviso dal 5 dicembre 2015 al 10 gennaio 2016.
Realizzata con il supporto dell’Unione Europea e in collaborazione con Cesvi, organizzazione non governativa impegnata in tutto il mondo con progetti di lotta alla povertà e sviluppo sostenibile, con il sostegno di Enel Green Power e il patrocinio della Fondazione Benetton e della Città di Treviso, l’esposizione presenta ottanta fotografie realizzate tra il 2012 e il 2014 nel bacino amazzonico peruviano e boliviano di Madre de Dios.
I temi della conservazione della foresta amazzonica e della sostenibilità ambientale, visti attraverso gli occhi delle popolazioni autoctone delle province di Tambopata (Puerto Maldonado) e del Manu (Salvaciòn), sono il filo conduttore della mostra.
Da anni impegnato in progetti fotografici di ricerca verso aree e popolazioni in via di sviluppo (dal Mediterraneo all’Africa Equatoriale), dal 2011 l’autore ha intrapreso con Cesvi un progetto di documentazione dedicato alla salvaguardia della foresta amazzonica e allo sviluppo di energie alternative attraverso i prodotti della stessa. Simbolo di questo lavoro è la noce amazzonica, frutta secca che cresce solo in alcune zone del Brasile, della Bolivia e Perù: una risorsa per le persone che la lavorano e alimento sacro, nato dalla difesa e dal rispetto del territorio naturale. La sua buccia è inoltre utilizzata come combustibile per l’energia elettrica e ha fatto sorgere alcune centrali fondamentali per il sostegno delle città (come la centrale di Cobija in Bolivia).
Da simboli di una economia locale, attraverso l’obiettivo di Pino Ninfa i prodotti della foresta diventano infine forme d’arte.
Il percorso della mostra si propone anche come opportunità didattica per scuole.
 
All’inaugurazione pubblica di sabato 5 dicembre 2015 alle ore 18 le fotografie dialogheranno con la musica nell’originale performance di Nicole Johänntgen (sassofoni) e di Ellen Effenberg (vibrafono).
 

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Mudec: Collezione Permanente

INGRESSO GRATUITO FINO AL 31 AGOSTO 2016


Oggetti d’incontro

Per la prima volta dal Dopoguerra, nelle sale al primo piano del Museo delle Culture, si potrà ammirare una selezione di questo prezioso patrimonio, in un’esposizione organica e ragionata, che propone una collezione completamente restaurata e presenta il risultato di nuovi e approfonditi studi che hanno rivelato aspetti inediti di molti capolavori, alcuni in mostra per la prima volta.

I molti nuclei delle Raccolte che compongono la Collezione del MUDEC sono entrati a far parte del patrimonio del Comune di Milano in momenti storici diversi e a diverso titolo: il percorso espositivo racconta la costituzione del patrimonio civico non solo ricostruendo la cronologia della sua formazione, ma anche chiarendo il come e il perché questo patrimonio – così vasto e apparentemente disomogeneo per contenuti e provenienza – sia giunto a Milano, al fine di rivelare i molti differenti approcci che hanno condizionato la ricerca e la curiosità dei collezionisti verso i mondi più lontani.

Il percorso espositivo rappresenta un vero e proprio viaggio nel tempo e nello spazio compiuto attraverso l’incontro/scontro con l’”altro da sé”, a partire dal XVII secolo fino ai giorni nostri, e mette in mostra nelle quattro sale al primo piano del MUDEC oltre 200 tra opere d’arte, oggetti e documenti selezionati non solo per lo straordinario valore culturale ed estetico, ma anche, appunto, come testimonianza del sempre diverso atteggiamento con il quale la nostra società ha guardato verso orizzonti culturali sconosciuti: stupore per l’esotico (sezione 1), volontà di evangelizzazione e di scoperta scientifica (sezione 2), di conquista (sezione 3), o ancora pressanti ragioni commerciali (sezioni 4 e 5) hanno spinto le persone a viaggiare e a collezionare i manufatti più diversi, testimoniando lo spirito della propria epoca.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale, che segna un momento buio per la collezione che viene in gran parte distrutta (sezione 6), un diverso modo di raccogliere etnografia si fa strada a Milano, frutto di una più matura e complessa visione sulla produzione materiale e artistica dell’“altro”. Questo segna la rinascita delle collezioni civiche (sezione 7), che oggi trovano nel Museo delle Culture la loro nuova casa.

Sezione 1
L’esposizione inizia con un’ampia selezione della collezione del Canonico Manfredo Settala (1600-1680) - collezionista milanese eclettico e vorace - che nel corso del XVII secolo riuscì a riunire una ricca raccolta di naturalia (curiosità e reperti provenienti dal mondo animale, vegetale, minerale), artificialia (naturalia trasformati dall’uomo in modo mostruoso o artistico), mirabilia ed exotica (naturalia e artificialia capaci di suscitare stupore e meraviglia, espressione di culture lontane e sconosciute): tutti pezzi provenienti da luoghi all’epoca quasi inaccessibili, dalle Americhe, dal Vicino Oriente, dall’Africa Subsahariana, dall’India e dalla Cina, a testimonianza del fascino subito dalle civiltà sconosciute e lontane.

La Collezione Settala, che rappresenta uno dei primi esempi di collezionismo di manufatti non europei, è in buona parte costituita da preziose opere concesse in comodato d’uso dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana ed è un caso emblematico di Wunderkammer, la “Camera delle Meraviglie” che si diffuse in Europa a partire dal Cinquecento per custodire e mostrare gli oggetti straordinari provenienti dal mondo della natura o creati dalle mani dell'uomo in Paesi e culture diverse, rappresentando per molti il primo abbozzo, concettuale ed estetico, dei musei moderni.

Sezione 2
La seconda sezione propone il nucleo primitivo dell’originaria Raccolta di Paleontologia ed Etnografia istituita nel 1858 dal Museo Civico di Storia Naturale, dove confluirono oggetti provenienti da esplorazioni e dalle missioni di alcuni ordini religiosi, come i padri missionari di San Calocero. Tra gli esploratori troviamo i nomi di alcuni personaggi che hanno fatto la storia della scienza nazionale: viaggiatori come Gaetano Osculati e Paolo Mantegazza, il console del Regno d’Italia Cristoforo Robecchi o ancora l’esule politico Antonio Raimondi, esperto conoscitore del Perù, che fu tra i primi a studiare approfonditamente.

Sezione 3
Sempre nella stessa sala, la terza sezione è dedicata al periodo coloniale. Nuovi viaggiatori, come Giuseppe Vigoni (1846-1914), senatore del Regno d’Italia e sindaco della città di Milano, si muovono verso terre lontane non più con fini scientifici ma con l’obiettivo di fare una sorta di ricognizione delle risorse sfruttabili in vista di una vera e propria conquista.

Nelle vetrine sarà esposto quel che rimane della sua raccolta, che fu visibile per un breve periodo negli anni ’30 in una sala del Castello Sforzesco insieme ad altri “trofei coloniali”, come la scenografica panoplia, un trofeo di corna animali e di armi africane di diversa provenienza, ricostruita nell’ultima vetrina della sala.

Sezione 4
L’esposizione è dedicata a una dei più interessanti e peculiari momenti del collezionismo lombardo. A metà dell’800, spinti da un’epidemia che colpì il baco da seta, alcuni commercianti di tessuti esplorarono diverse zone dell’Asia orientale alla ricerca del prezioso seme baco per la produzione del pregiato filato. Affascinati dall’artigianato orientale, dalla sua perizia tecnica e dalla preziosità dei materiali, assieme agli insetti questi pionieri portarono in Europa, e a Milano, importanti collezioni di oggetti d’arte cinese e giapponese, qui esposti: sete, tessuti, kimoni, maschere da teatro, scatole da calligrafia, scettri, porcellane dipinte e bronzi finemente cesellati.

Sezione 5
Il sempre maggiore interesse del pensiero e della curiosità occidentali per l’Oriente fu evidente anche nelle Grandi Esposizioni che vennero organizzate con sempre più frequenza durante l’Ottocento e i primi del Novecento, raggiungendo l’apice, in Italia, nell’Esposizione Internazionale di Milano del 1906: queste Esposizioni si rivelarono un efficace mezzo di diffusione delle culture e delle arti non europee in Occidente e un ottimo veicolo della migliore produzione artistica orientale, tanto da creare una vera e propria moda orientalista. Parallelamente la produzione giapponese e cinese iniziò a realizzare oggetti appositamente per le Esposizioni e per il mercato occidentale: molti esempi di questa produzione sono conservati oggi nelle collezioni del MUDEC.

Sezione 6
La sala si apre con un video-racconto sui bombardamenti che nel 1943 colpirono Milano, distruggendo una parte delle Raccolte Civiche che ai primi del Novecento erano confluite nel Castello Sforzesco, restaurato da Luca Beltrami per diventare sede di tutti i Musei Civici. Purtroppo, una parte consistente delle collezioni dell’Africa e del Pacifico furono distrutte o danneggiate, mentre si salvarono le collezioni amerindiane e orientali, portate al sicuro insieme ai materiali considerati “pregiati” nei depositi di Sondalo, vicino a Sondrio, prima dell’accendersi del conflitto. Completa la sezione, una selezione delle opere superstiti che recano ancora traccia dei danni del conflitto, come la preziosa statua bronzea di Yamantaka, di produzione sino-tibetana, restaurata per l’occasione.

Sezione 7
L’ultima sala del percorso è dedicata al collezionismo privato del Dopoguerra, influenzato dall’interesse per l’arte non europea dimostrato dalle Avanguardie.
Dal Museo del Novecento si trasferirà, infatti, Femme nue di Pablo Picasso, uno degli studi collaterali che l’artista realizzò per Les Demoiselles d’Avignon del 1907, dopo avere visitato le collezioni etnografiche del Trocadero a Parigi: la visita impressionò indelebilmente l’artista portandolo a concepire una nuova modalità espressiva debitrice all’arte africana per la semplificazione e l’estremizzazione delle forme. Alle collezioni d’arte africana già acquisite (Bassani) o concesse in precedenza in comodato (Passarè) si è quindi aggiunto ed esposto, in dialogo con Picasso, l’importante nucleo di opere d’arte africana della famiglia Monti.
In virtù dello stesso criterio viene esposta, in raffronto ai tessuti precolombiani della collezione Balzarotti, un’opera astratta in tessuto della storica esponente della Bauhaus Anni Albers, concessa in comodato dalla Fondazione Albers.

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Mosaico Marocco

Un’esperienza divertente ed educativa che rende i bambini protagonisti di un viaggio straordinario in un Paese dalle mille identità culturali quale è il Marocco. Un viaggio fatto di persone, storie e sapori, ma anche di specialissime competenze artigiane e tecniche come quella dei maestri calligrafi, dei cesellatori e decoratori, in un’ambientazione scenografica e reale al tempo stesso, che ricostruisce ambienti della vita sociale e situazioni contemporanee. Un percorso che valorizza aspetti tradizionali, patrimonio culturale di un popolo che abita anche la nostra quotidianità.
Gli spazi e i contenuti sono animati e arricchiti dal personale in mostra che accompagna i bambini alla scoperta della cultura marocchina con un approccio personale e interattivo.

I piccoli visitatori saranno condotti dagli animatori a svolgere attività educative per familiarizzare con le tradizioni e le pratiche contemporanee della vita in Marocco: giocheranno con le lettere dell’alfabeto arabo e apprenderanno le regole e l’importanza della calligrafia, prepareranno il tradizionale té alla menta e apparecchieranno le tavole per accogliere una festa. Questo e molto altro nel contesto ludico ed estremamente stimolante del Mudec Junior.

Tutti i giorni dalle 9.30 alle 19.00
(ultimo ingresso alle 18.00)

Scuole
€ 190,00 a gruppo

Attività del sabato e della domenica per le famiglie
Durata di 70’ a orari fissi:
10.00; 11.30; 14.00; 15.30; 17.00

€ 10,00 per bambino
€ 7,00 per ogni adulto accompagnatore

Prenotazione obbligatoria per le scuole
Prenotazione consigliata per le famiglie

L’attività Mosaico Marocco osserverà i turni ad orari fissi (10.00; 11.30; 14.00; 15.30; 17.00) anche durante le prossime festività natalizie, dal 23 dicembre 2015 al 6 gennaio 2016

INFO E PRENOTAZIONI

T. 02.54917
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Per ulteriori informazioni
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Barbie, the icon

Il suo vero nome è Barbara Millicent Robert, ma per tutti è solo Barbie. Definirla una bambola sarebbe riduttivo. Barbie è un’icona globale, che in 56 anni di vita è riuscita ad abbattere ogni frontiera linguistica, culturale, sociale, antropologica. Per questo motivo il Museo delle Culture di Milano le dedica una mostra, curata da Massimiliano Capella, dal titolo Barbie. The Icon, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE e promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 ORE in collaborazione con Mattel.

La mostra racconterà l’incredibile vita di questa bambola che si è fatta interprete delle trasformazioni estetiche e culturali della società lungo oltre mezzo secolo di storia, ma - a differenza di altre, o di altri miti della contemporaneità che sono rimasti stritolati dallo scorrere del tempo - ha avuto il privilegio di resistere allo scorrere degli anni e attraversare epoche e terre lontane, rappresentando ben 50 diverse nazionalità, e rafforzando così la sua identità di specchio dell’immaginario globale.

La mostra sarà articolata in 5 sezioni e preceduta da una sala introduttiva, Who Is Barbie?, dove si troveranno i 7 pezzi iconici e rappresentativi per decadi dal 1959 ad oggi, oltre la time line, le curiosità, i numeri e il making off globale di Barbie per sapere subito “chi è Barbie”.

Non rimane che venire a scoprire il favoloso mondo di Barbie!

 

ORARI

lunedì

14.30-19.30 

martedì / mercoledì

venerdì / domenica

09.30-19.30 

giovedì e sabato

9.30-22.30

 

BIGLIETTI

Visitatori individuali

10,00 € Intero

8,00 € Ridotto

6,00 € Ridotto speciale

 

Gruppi

8,00 € Gruppi adulti

6,00 € Gruppi scuole

3,00 € Scuola infanzia (3-6 anni)

 

SEDE

Mudec - Museo delle Culture

via Tortona 56, Milano

 

Info e prenotazioni:

0254917

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GAUGUIN, racconti dal paradiso

Il Museo delle Culture di Milano ospita la mostra Gauguin. Racconti dal paradiso, prodotta da 24 ORE Cultura – Gruppo 24 Ore in collaborazione con Ny Carlsberg Glyptotek, promossa dal Comune di Milano-Cultura e da 24 ORE Cultura, e curata da Line Clausen Pedersen e Flemming Friborg, rispettivamente curatrice del Dipartimento di Arte Francese e Direttore della Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen e realizzata anche grazie al sostegno di M&G Investments.

La Ny Carlsberg Glyptotek di Copenhagen ospita una delle collezioni più complete al mondo di opere di Paul Gauguin, e questa mostra include non meno di 35 lavori provenienti dal museo danese – insieme a opere significative di Cézanne, Pissarro e Van Gogh. È la prima volta che una sezione così ampia della raccolta dei lavori di Gauguin viene esposta al di fuori del museo. Tra i capolavori c’è Vahine no te Tiare (Donna con fiore), uno dei primi dipinti che l’artista inviò in Francia da Tahiti nel 1891, come opera ambasciatrice di una nuova arte radicale “made in Polinesia”.

La mostra, che presenta circa 70 opere, può contare su alcuni prestiti eccezionali, per la prima volta in Italia: Autoritratto con Cristo Giallo del Musèe d’Orsay di Parigi che testimonia la fascinazione di Paul Gauguin per l’arte “primitiva” e si mostra come manifesto della sofferenza e della lotta dell’artista per l’affermazione della propria visione artistica e Mahana no atua (Giorno di Dio) dell’Art Institute of Chicago che fu dipinto a Parigi nell’intervallo tra i soggiorni di Gauguin a Tahiti, dimostra che l’influenza di immagini e ricordi di un mondo primordiale e più autentico così come la commistione di fonti iconografiche diverse fosse elemento imprescindibile della sua produzione.

A questi si aggiungono le 10 zincografie della Volpini Suite, una delle manifestazioni più evidenti della portata artistica di Gauguin e che può essere considerata un manifesto delle sue idee artistiche fondamentali. E’ proprio attraverso il confronto tra alcuni capolavori dell’artista e le sue fonti d’ispirazione che la mostra si prefigge di dimostrare il suo approccio peculiare e originale al “primitivismo”.

 

ORARI

lunedì

14.30-19.30 

martedì / mercoledì

venerdì / domenica

09.30-19.30 

giovedì e sabato

9.30-22.30

 

BIGLIETTI

Visitatori individuali

12,00 € Intero

10,00 € Ridotto

8,00 € Ridotto speciale

 

Gruppi

10,00 € Gruppi adulti

6,00 € Gruppi scuole

3,00 € Scuola infanzia (3-6 anni)

SEDE

Mudec - Museo delle Culture

via Tortona 56, Milano

 

Info e prenotazioni:

0254917

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Raqs Media Collective appointed chief curator of the 11th Shanghai Biennale

The Indian artist/curator group Raqs Media Collective has been appointed the chief curator for the 11th edition of the Shanghai Biennale, which will be open on November 11th 2016 until March 12th 2017 at the PSA.

As the first international contemporary art biennial on the Chinese mainland, the Shanghai Biennale was launched in 1996. Since then, during its 19 years of development, the biennale has maintained high levels of artistic and intellectual standards while consistently analyzing the evolution of urban culture in the international context. It has also grown to become a significant platform for the exhibition of global contemporary art and for discourse.

The 11th edition of the Shanghai event will emphasize the possibilities of South-South dialogue within the current scenario of a highly interconnected world. In doing so it will seek to present artistic and discursive visions that go beyond and challenge the conventional division of the world between ‘East’ and ‘West’. The Raqs Media Collective, who straddle diverse roles in creative and curatorial work and research processes, envisage the forthcoming biennale to be a destination for many different kinds of exploration and investigation as well as a launching pad for new visions and ideas.

The title chosen by Raqs Media Collective for the 11th Shanghai Biennale is “Why Not Ask Again? Maneuvers, Disputations&Stories”. This phrase, inspired by Raqs’ reading of the Indian New Cinema movement pioneer RitwikGhatak’s film Jukti, TakkoaarGappo(Arguments, Counter-Arguments & Stories,1974) anchors their curatorial design.

My Art Guides Editorial Team

 

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Hugo McCloud: Timeline

Fondazione 107
07 Nov 2015 — 06 Dec 2015

Fondazione 107, in partnership with Luce Gallery, presents Timeline, Hugo McCloud’s solo show, curated by Federico Piccari.

Hugo McCloud intervenes building inside the spaces of Foundation 107 three places: the shops in which the artist worked in his youth and that contributed to his professional education.

Being aware of the fact that people are the result of their own experiences, McCloud retraces through the crafts, his being an artist himself; to do so, he merges in this solo show traces and fragments of different lives and worlds. He builds “Memory Rooms” using his artworks and transforming windows and mirrors in artworks.
Beside his traditional paintings made with bitumen, vines and metals, the artist shows for the first time his sculptures, in which he put in live parrots.

Visitors will be involved in the three different situations created in the three spaces by assuming roles that will make them observers and observed.

 

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Arthrise: Pre-Ecological Visions in Italian Art 1967-73

PAV Torino
06 Nov 2015 — 21 Feb 2016

With its new exhibition Earthrise, the PAV aims to extend its investigations into the genealogy of the relationship between artistic practices, social change and production of the environment, presenting a collection of pioneering research carried out in Italy in the crucial years around 1968. Nineteen-sixty- eight was not only the year of the student movement and workers’ revolution but also that of the famous photo taken by William Anders on 24 December of that fateful year. This photo was better known precisely as “Earthrise” – from which the exhibition takes its name. It was here that the Earth – isolated in cosmic space – appeared for the first time seen from the Moon.

“The idea that it would be better to return to the earth seen as a polemical response to space exploration is the fundamental idea on which this adventure called Agricola Cornelia is based” wrote Gianfranco Baruchello in a book now famously entitled How to Imagine. A Narrative of Art, Agriculture and Creativity in 1983. The experimental farm, that bears the name of Agicola Cornelia S.p.A., began to take form in 1973, “at the end – that is – of all the political experiences with which we had been linked from sixty-eight onwards and we found ourselves looking for values that were different from normal militancy”. In 1971, however, it was the radical architecture group 9999 who launched a manifesto-flyer with the slogan: “Dear student or lover of the environment, take care! Your ecosystem is at crisis point; your creative abilities are falling asleep.” What unites these aesthetic-political experiences with Piero Gilardi’s famous Tappeti Natura from the second half of the 1960s, just as with incursions into Ugo La Pietra’s spontaneous and peripheral urban kitchen-gardens, is the ethical assumption of the earth seen as a “place of return”.

Rather than nurturing the euphoria for unlimited expansion, the photo of the space landscape taken by Anders in 1968 generated a revolution of perspective for many. It was Earth that became the subject of a new anthropological awareness and social responsibility: that of the limitations and finiteness of the planet. The last possible adventure thus became that which some started to call “ecological”. But this was not a return to legendary and impossible original conditions, and neither was it the discarding of advanced technology whose political use now appears to be what is really at stake in every possible future. For the small constellation of artists and architects at the heart of the Earthrise exhibition, this perspective became immediately practicable and beyond any conservationist dimension.

Far from the American styled “earthworks” but also from the symbolic and archetypal work developed by Arte Povera, the works present at Earthrise conjugate the ecological dimension as an active practice in human relations, at all levels of society. Some of the works on display appeared together in the, by now, historic exhibition Italy: The New Domestic Landscape at the MoMA in 1972. Today they seem like the only precursors, within the Italian context, of the renewed contemporary relationship between artistic practices and the ecological ambit. And they did this very much in advance of what we now call, with Félix Guattari, “ecosophy”.

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Christian Boltanski: Dopo

From November 3, 2015, the Fondazione Merz presents Christian Boltanski. Dopo, a solo exhibition of the French artist’s work, curated by Claudia Gioia.
Christian Boltanski (Paris, 1944), one of the great interpreters of contemporary life, displays his work for the first time in Turin with a new, site-specific project inspired by the city’s social and cultural history.
The exhibit unfolds inside the Fondazione gallery spaces and is conceived as a total installation, a choral narrative addressing individual and collective memory, entwining the past with the present, urging unattended promises, recombining History with each individual’s life.

Boltanski’s subject matters are History and life duration. Vulnerability is his strength, and reflecting upon absence is his way to express his passion for what is real. And so Boltanski builds his own archives, moves shadows around the gallery space, or brings forgotten memories back to the surface through the eyes and faces of strangers that emerge from found photographs; he synchronizes the sound of the human heartbeat to the rhythm of history; he creates settings with old clothing so that individual stories may not be dispersed; he investigates fate and challenges, through irony, the transience of things to propose the art of time.

Accompanying the exhibition is a publication featuring images of Christian Boltanski’s works and installations displayed at the Fondazione Merz, the curator’s interview with the artist, and an essay by philosopher Massimo Donà.

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Guggenheim Announces Short List for the Hugo Boss Prize 2016

Six finalists have been selected for the Hugo Boss Prize 2016, the biennial award established in 1996 to recognize artists whose work is among the most innovative and influential of our time. Nancy Spector, Deputy Director and Jennifer and David Stockman Chief Curator, Solomon R. Guggenheim Foundation, and chair of the jury, today announced the finalists chosen by a panel of international critics and curators. Over the past two decades juries have identified and selected as finalists paradigm-shifting artists from around the world, recognizing the achievements of both emerging and established figures, and setting no parameters in terms of age, gender, or medium.

The following artists are finalists for the Hugo Boss Prize 2016:

Tania Bruguera (b. 1968, Havana)

Mark Leckey (b. 1964, Birkenhead, UK)

Ralph Lemon (b. 1952, Cincinnati)

Laura Owens (b. 1970, Euclid, Ohio)

Wael Shawky (b. 1971, Alexandria, Egypt)

Anicka Yi (b. 1971, Seoul)

The prize, administered by the Solomon R. Guggenheim Foundation, has become an integral part of the Guggenheim’s contemporary art programming. The winner is awarded a $100,000 cash prize and featured in a solo exhibition at the Solomon R. Guggenheim Museum, New York. The Hugo Boss Prize catalogues, which have evolved over the years into ambitious collaborations between curators, artists, and designers, form a key component of the program’s legacy.

My Art Guides Editorial Team

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Winning artists and curator announced for the 2016 Abraaj Group Art Prize

The Abraaj Group, a leading investor operating in global growth markets, has announced the curator and winning and shortlisted artists selected for the eighth Abraaj Group Art Prize, the most significant arts prize in the Middle East, North Africa and South Asia, recognised globally for its generous and innovative support of artists.

Artists from the Middle East, North Africa and South Asia were invited to submit proposals for a major new commission—a dream project—to be produced through a 100,000 USD award and then revealed as part of a group exhibition at the 10th edition of Art Dubai, March 16–19, 2016. The exhibition also features works by the three shortlisted artists, each of whom receive a cash prize of 10,000 USD. The Abraaj Group Art Prize is the only art prize of its kind that awards artists based on a proposal rather than on a completed work.

The Abraaj Group Art Prize 2016 winning artist:
–Artist duo Basel Abbas and Ruanne Abou-Rahme

The Abraaj Group Art Prize 2016 shortlisted artists:
–Dina Danish
–Mahmoud Khaled
–Basir Mahmood

The Abraaj Group Art Prize 2016 guest curator:
–Nav Haq

“The Abraaj Group Art Prize provides artists with the space and time to develop their practice in potentially new and unexpected ways,” said Basel Abbas and Ruanne Abou-Rahme following the announcement. “At the same time, it provides resources for artists from the region to develop their careers on an international scale.”

Basel Abbas and Ruanne Abou-Rahme, who began their collaborative practice in 2007, work together across a range of sound, image, text, installation and performance practices. The duo explain that their experiences in Palestine, where they are originally from, shape their practice, “not in isolation, but in the sense of how each experience speaks to other moments elsewhere and provides a critical vantage point from which to read the contemporary moment.”

“Basel and Ruanne have demonstrated not only that they possess maturity in how they use sound, image and space in their practice, but also a real sense of experimentation in their artistic visions of a social and political imaginary,” said Guest Curator Nav Haq. “There is a rare complexity to their art that I feel makes them genuinely significant artists, and I’m looking forward very much to working with them.”

Three shortlisted artists—Dina Danish, Mahmoud Khaled and Basir Mahmood—are also recognised by the prize, with the jury noting their outstanding work and the deep development of their practices over recent years. All three artists, described by Nav Haq as “excellent and highly thoughtful,” will contribute previous works to the curated group exhibition and be featured in an accompanying publication.

The Abraaj Group, a leading private equity manager investing in global growth markets, launched The Abraaj Group Art Prize in 2008 to bolster the region’s arts ecosystem and reward artistic development. The Abraaj Group Arts Prize Collection—comprised of works commissioned as part of the prize—has a highly active lending policy, with works having been exhibited across five continents, 11 biennales, 31 institutions and 25 countries.

Elena Scarpa

 

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10th Bamako Encounters, African Biennale of Photography

The 10th Bamako Encounters, African Biennale of Photography, will take place from 31 October to 31 December 2015. The Bamako Encounters provide an important platform for photographers in Africa and the diaspora, displaying their work to an international public. After a four-year break, due to events in Mali, the Bamako Encounters are back with a powerful programme curated by the outstanding Artistic Director Bisi Silva, supported by her Associate Exhibition Curators Antawan I. Byrd and Yves Chatap. The theme chosen for this edition is Telling Time: participating artists are invited to reflect on the notion of time as a means of rethinking the past, discussing the present, and imagining the future. Conventional interpretations of time are reframed using photography, film, video and animation. As a result, perspective on time are fragmented and plural, offering new points of view and original experiences.

“The concept of time in Africa has been the subject of popular and philosophical debates concerning political and technological belatedness, questions of colonial temporalities characterised by their links with the rise of capitalism, as well as the interventions made by liberation movements in radically deconstructing colonial time through projects of freedom, independence, and the development of civic identity. Yet the selected artists position these debates and histories as incomplete and ongoing, intervening through topical investigations on recent sociopolitical conflict (…) and through thematic studies of built environments (…)”, says the introductory statement of the curators.

In addition to the central international exhibition Telling Time, which features the work of 26 photographers and 13 video artists from across Africa and the Diaspora, including special homage presentations of Malian artist Bakary Diallo and South African artist Thabiso Sekgala, the biennale offers an ambitious programme of monographic and thematic exhibitions.

Through monographic exhibitions, the biennale presents a filmic work by South African artist William Kentridge that mediates on time and transmission of knowledge; works by Syrian/Armenian artist Hrair Sarkissian, whose videos and photography explore experiences of displacement, history and memory; and a survey of work by the Nigerian photographer J.D. ‘Okhai Ojeikere, which chronicles the visual representation of post-colonial subjectivity and nationalism in Nigeria. The “Lusophone Focus” series is anchored by a monographic exhibition of Brazilian artist Ayrson Heráclito, whose powerful performances, video, and photography work offers incisive investigations of the African presence in Brazil. This programme includes the film exhibition Ilha de São Jorge, curated by Beyond Entropy Africa, and a participatory art project by Lanchonete.org (consisting of creatives Todd Lanier Lester, Thiago Correia Gonçalves, and Jaime Lauriano) that uses food and photography to question the intertwined cultural histories of Brazil and West Africa.

The biennale’s thematic exhibitions Tu M’aimes, Against Time: The Tierney Fellowship Project, To The Future and Back and 1384 Days Wide similarly emphasize questions of temporality and storytelling through explorations of the body, democracy, and politics across geographic and social contexts.

The problem of local engagement challenges the staging and sustainability of biennales across the world, and offers an important context for the curators’ response to the cultural setbacks Mali has experienced following threats to the country’s political sovereignty since 2012. Through its “Mali Focus” programme, the curatorial team critically examines the biennale’s 20-year history through a presentation of archival documents and objects in the exhibition [Re]generations, while the “Mali Jaw” project consists of 10 mini-exhibitions across Bamako that present the archives of photography studios within their immediate communities. The exhibition En Connexion… by Malian curator Chab Touré assesses local developments in contemporary photography by introducing a new generation of Malian photographers, while an ambitious pedagogy programme aims to engage up to 100 schools across Bamako.

An important objective of the biennale is to provide a platform for countries with an emerging photographic practice. This is done through presentation of workshops that have taken places during the inter-biennale period. This year we present new works from emerging photographic platforms in Algeria through an exhibition organised by Bruno Boudjelal, and the work of young Nigeriens inspired by the photographs of Niamey nightlife of the 1970s by Philippe Koudjina Ayi. Koudjina’s work will be presented alongside the work contemporary Nigerien photographers in an exhibition curated by Philippe Guionie.

The Bamako Encounters are organized by Ministry of Tourism, Arts and Crafts in Mali in collaboration with the Institut français.

Teresa Sartore

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