ARTE

ARTE (944)

TUGGENER TRA SETA E MACCHINE

DAL 27 GENNAIO AL 17 APRILE
LUDOVICA SANFELICE
27/01/2016

Bologna - “Seta e macchine, questo è Tuggener”. Fu lo stesso fotografo elvetico Jacob Tuggener (1904-1988) a inquadrare in una definizione le tensioni della propria attività collocata a cavallo della Seconda Guerra mondiale e nell'immediato dopoguerra e sviluppata principalmente attorno a due temi: il lavoro nell’industria e le mondanità delle feste da ballo dell’alta società svizzera. Due poli simmetricamente opposti ma in realtà estranei ad un accostamento critico, su cui si focalizza anche la mostra che per la prima volta presenta in Italia un nucleo di sue opere (stampe originali e proiezioni) grazie all’impegno della Fondazione MAST di Bologna.

Malgrado sia considerato uno dei dieci più importanti fotografi industriali di tutti i tempi, e la sua opera “Fabrik” sia una pietra miliare nella storia dell’editoria fotografica,Tuggener non godette in vita del successo che avrebbe meritato. Almeno non presso il grande pubblico perchè per fotografi e specialisti invece fu un faro.

Musei ed editori tuttavia erano riluttanti a collaborare con lui per la proverbiale intransigenza con cui usava approcciarsi al lavoro. E anche dopo la sua scomparsa a scoraggiare la diffusione delle sue opere furono complicate controversie legali che resero per molto tempo inaccessibile la sua produzione. Non meno rilevante nelle valutazioni è la sua collocazione geografica poichè la Svizzera, nell’ambito della fotografia, non poteva certo rivendicare lo stesso peso esercitato dagli Stati Uniti.

La mostra Fabrik 1933-1953, curata da Urs Stahel (Photogallery MAST) e Martin Gasser (Fondazione svizzera per la fotografia Winterthur) offre dunque l’occasione di scoprire e rivalutare pubblicamente l’attività di Tuggener proprio attraverso gli scatti raccolti nell’opera "Fabrik", saggio unico sul rapporto tra uomo e macchina dominato stilisticamente dalla forte influenza del cinema espressionista tedesco. Qui risiedeva infatti la distinzione tra il suo sguardo e quello degli altri fotografi industriali che erano soliti trovare rifugio all’asciutto sotto l’ombrello della nuova oggettività. Non Tuggener, che scartando ogni forma di aziendalismo, adottò un linguaggio indipendente, narrativo e carico di gravità, e puntò il suo obiettivo su dettagli apparentemente minori o trascurabili ma invece capaci di raccontare come in un film muto la vita dei lavoratori, le loro condizioni e l’atmosfera all'interno degli stabilimenti, evocando anche lo spettro distruttivo del progresso soprattutto sul fronte dell’industria bellica.

La sua vocazione al contrasto si espresse naturalmente nella manipolazione della luce, ma in maniera ancora più radicale sfogò nella seconda passione di Tuggener: i balli di Capodanno dove - come la mostra illustra nella costola del percorso espositivo allestita al piano 0 della sede del MAST e intitolata Proiezioni Nuits de Bal 19340-1950 - l’artista si introdusse per anni insieme alla sua Leica con l’intenzione di realizzare un secondo reportage e lasciandosi sensibilmente sedurre dall’attimo fuggente e dal gesto segreto, dalla sensualità erotica e dalle solitudini che costellavano i raduni dell’alta società. Anch'essi fissati nelle pieghe di un mondo onirico che al pari dei fuochi, i lampi le scintille delle fabbriche coinvolgerà l’osservatore nell’esperienza dello sguardo interiore di un originale “poeta dell’immagine”.

Dal 27 gennaio al 17 aprile, con un programma di aperture straordinarie in occasione di Arte Fiera:
Venerdì 29 gennaio, 10:00 - 18:00
Sabato 30 gennaio, 10:00 - 24:00 (Art City White Night)
Domenica 31 gennaio, 10:00 - 20:00
Domenica 31 gennaio, 11:30 visita guidata con il curatore Urs Stahel.
(Prenotazione: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. / 051 6474345)

Per maggiori info visitare: http://www.arte.it/notizie/bologna/tuggener-tra-seta-e-macchine-11427

Leggi tutto...

L'eccentrica Maniera di Portelli

Firenze. Dal 22 dicembre al 30 aprile la Galleria dell’Accademia dedica la mostra «Carlo Portelli. Pittore eccentrico fra Rosso Fiorentino e Vasari», a cura di Lia Brunori e Alessandro Cecchi, a un artista della Maniera fiorentina che, per quanto autore di importanti commissioni e fra i più attivi nelle imprese medicee, non ha goduto sin qui di fortuna critica.
Proprio la Galleria dell’Accademia conserva il suo capolavoro, la monumentale pala dell’Immacolata Concezione (1566) ed intorno a questa tavola visionaria e neorossesca (che scandalizzò lo storiografo Raffaello Borghini (1584) per l’irriverente nudità di Eva in primo piano) sono raccolti circa 50 fra dipinti e disegni a definire il ruolo di Portelli: non di contorno nella pittura fiorentina di metà Cinquecento per la sua originalità, fantasia e capacità di concettose invenzioni pittoriche.

Secondo Vasari, Portelli si sarebbe formato con Ridolfo del Ghirlandaio. Nel 1539 collaborava già col Salviati agli apparati effimeri per le nozze di Cosimo I con Eleonora di Toledo, portando a compimento un dipinto con l’Incoronazione di Cosimo I di cui esiste il disegno preparatorio dello stesso Salviati al Louvre, ora in mostra. Ma sono soprattutto le sue grandiose pale d’altare a dimostrare la sua attività e già quella della Trinità di Santa Felicita (poco dopo il 1544) lo rivela un artista di sapiente orchestrazione compositiva, scalando in profondità le figure nello spazio pittorico.

L’attività di pittore di soggetti religiosi culmina negli anni 1550: del 1555 l’«Annunciazione», la «Disputa sulla Trinità» in Santa Croce e l’«Adorazione dei Pastori», del 1557 l’affollato «Martirio di san Romolo» (in cui appare evidente l’influenza del Rosso). Di questo è in mostra uno studio preparatorio a matita rossa per la testa della fanciulla di profilo, caratterizzato dal suo segno filiforme, in punta di penna, che definisce sommariamente le figure (iscrittosi nel 1563 all’appena fondata Accademia del Disegno, lo sarebbe rimasto fino alla morte, nel 1574).

Gli anni 1560-1570 affiancano alle pale d’altare (il «Compianto», 1561, l’«Immacolata Concezione», 1566, la «Restituzione della Croce», 1569, il «Cristo che predica con i santi Giovanni Battista ed Evangelista e i committenti», 1571) la produzione di Sacre Famiglie (ora in musei stranieri o passate sul mercato) e allegorie della Carità (Madrid, Arezzo e Firenze) e di ritratti come testimoniano i dipinti al Musée Jacquemart-André di Fontaine-Chaalis e il Ritratto allegorico e di Giovanni dalle Bande Nere di Minneapolis.

Portelli, dopo i lavori per le nozze nel 1565 di Francesco de’ Medici e Giovanna d’Austria, chiuse la sua carriera collaborando allo Studiolo del Principe in Palazzo Vecchio con l’«Alessandro Magno e la famiglia di Dario» (disegno al Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi). Catalogo Giunti.

di Giovanni Pellinghelli del Monticello, edizione online, 16 dicembre 2015

Leggi tutto...

RODNEY GRAHAM. MORE PIPE CLEANER ART!

Dal 29 Gennaio 2016 al 04 Marzo 2016
MILANO
LUOGO: Lisson Gallery

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 02 89050608 / 02 89050608

SITO UFFICIALE: http://www.lissongallery.com/

COMUNICATO STAMPA:
"L'opera di Graham gioca con le dissociazioni esistenti tra i riferimenti ai 'maestri' della cultura alta, apparentemente ovvi e familiari a ognuno di noi, e la creazione di interferenze e dispositivi che complicano la nostra visione o la lettura di questi, sino al punto da renderci sovraccarichi di informazioni". Carolyn Christov-Bakargiev
Per il suo debutto alla Lisson Gallery Milan, l'artista canadese presenta un nuovo corpus di opere recenti che rifettono sul soggetto già affrontato nella lightbox del 2013 Pipe Cleaner Artist, Amalfi, 1961 (2013). Rodney Graham ha così spiegato le origini di questo suo nuovo progetto: "Fonte d'ispirazione per l'opera Pipe Cleaner è un ritratto posato di Jean Cocteau realizzato da Man Ray nel 1930. Il poeta lavora a una costruzione di scovolini sul genere di quella realizzata per il film d'avanguardia Blood of a Poet. Altra fonte di ispirazione è stata una fotografia che ritrae Asger Jorn nel suo studio di Albisola nel 1961. Queste due immagini (ritratto posato, definito da un chiaroscuro artificiale che conferisce drammaticità alla composizione e la veduta di un interno rustico e mediterraneo, inondato dalla luce del sole) che ritraggono due artisti molto diversi, mi hanno fornito materia per immaginare un ipotetico artista modernista attivo in Italia all'inizio degli anni Sessanta. Si tratta del terzo lavoro che dedico a un immaginario atelier d'artista: il primo è stato The Gifted Amateur (anch'esso collocato in maniera fittizzia agli inizi degli anni Sessanta) che si riferisce a un artista-amatore che, mosso dall'opera di Morris Louis, è appassionato di action painting. La seconda, situata alla fine del Diciottesimo secolo, ha come soggetto un modello in uniforme militare, ritratto nello studio parigino di un pittore di scene di guerra. Nelle mie nuove opere ho voluto evocare l'immagine di uno studio utopico, in un periodo nel quale il modernismo sembrava ancora avere moltissime possibilità da offrire". Rodney Graham.
Rodney Graham tiene le fila della storia, culturale e intellettuale, attraverso la fotografia, i film, la musica, la performance e la pittura. Graham è uno degli artisti più originali e influenti della sua generazione, dotato di una pratica artistica complessa e articolata che agisce per mezzo di un sistema di citazioni, rimandi, adattamenti e inclusioni, tratti da opere precedenti o altri autori. L’artista si avvale di una narrativa ciclica, un’esplosione di giochi di parole e riferimenti letterari e filosofici, da Lewis Carrol passando per Sigmund Freud sino a Kurt Cobain, con un senso dello humor che tradisce la sua provenienza dalla scena post-punk di Vancouver della fine degli anni Settanta. Rodney Graham è nato a Abbotsford, nella Columbia Britannica, Canada nel 1949. Si laurea alla University of British Columbia nel 1971, vive e lavora a Vancouver. Le esibizioni personali comprendono ‘Rodney Graham – Canadian Humourist’, Vancouver art Gallery (2012), ‘Rollenbilder – Rollenspiele’, Museum der Moderne, Salzburg (2011), Museu D’Art Contemporani de Barcellona (2010), Museum of Contemporary Art Los Angeles (2004), Whitechapel Art Gallery, Londra (2002), Hamburger Bahnhof, Berlino (2001) e Kunsthalle di Vienna (1999). Ha partecipato a mostre collettive come la 13., 14. e la 17. Biennale di Sydney (2002, 2006, 2010), alla Whitney Biennial, New York (2006) e alla Biennale d’Arte contemporanea di Lyon, Francia (2003). Rodney Graham ha rappresentato il Canada alla 47. Biennale di Venezia (1997). Tra i riconoscimenti ricevuti si annoverano il Gershon Iskowitz Prize, Toronto (2004), il Kurt ‘Schwitters-Preis, Niedersächsiche Sparkassenstiftung’, Germany (2006) e l’’Audain Prize for lifetime achievement in visual arts’, Columbia Britannica (2011).

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/milano/mostra-rodney-graham-more-pipe-cleaner-art-22953

 

Leggi tutto...

LA CAMERA. SULLA MATERIALITÀ DELLA FOTOGRAFIA

Dal 29 Gennaio 2016 al 28 Febbraio 2016
città + provincia
BOLOGNA
LUOGO: Palazzo de' Toschi

CURATORI: Simone Menegoi

ENTI PROMOTORI: Banca di Bologna

COSTO DEL BIGLIETTO: ingresso gratuito

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 051 6571431

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.bancadibolognaeventi.it/mostra-arte-la-camera/

COMUNICATO STAMPA:
LA CAMERA. Sulla materialità della fotografia è il terzo episodio di un progetto espositivo più ampio, a cura di Simone Menegoi, che indaga il rapporto fra scultura e fotografia, il cui titolo complessivo è The Camera’s Blind Spot. I primi due episodi del progetto (The Camera’s Blind Spot I e II) hanno avuto luogo rispettivamente al MAN – Museo d’Arte della Provincia di Nuoro (2013) e ad Extra City Kunsthal di Anversa (2015).
La mostra LA CAMERA. Sulla materialità della fotografia, realizzata in collaborazione con Banca di Bologna, inaugurerà venerdì 29 gennaio alle 18.30 presso Palazzo de’ Toschi a Bologna, e sarà aperta al pubblico dal 30 gennaio al 28 febbraio 2016. 
Presenterà opere di un gruppo di artisti internazionali, fra cui Dove Allouche, Paul Caffell, Attila Csörgő, Linda Fregni Nagler, Paolo Gioli, Raphael Hefti, Marie Lund, Ives Maes, Justin Matherly, Johan Österholm, Lisa Oppenheim, Anna Lena Radlmeier, Evariste Richer, Fabio Sandri, Simon Starling, Luca Trevisani, Carlos Vela-Prado.
La mostra è uno degli appuntamenti espositivi della 4° edizione di ART CITY Bologna, iniziativa promossa dal Comune di Bologna e da Bologna Fiere per affiancare all’annuale edizione di Arte Fiera un programma di mostre ed eventi culturali di alto profilo, istituendo così un collegamento tra il grande evento fieristico e il tessuto culturale della città.
Le mostre sul rapporto scultura-fotografia si fermano spesso a una concezione “classica” di esso, secondo la quale la fotografia documenta e rivisita opere tridimensionali già esistenti. Una formula che è nata con la fotografia stessa, e ha conosciuto una straordinaria svolta creativa quando scultori come Medardo Rosso e Costantin Brancusi, fra la fine del XIX e il principio del XX secolo, imbracciarono la macchina fotografica e incominciarono a fotografare le loro stesse opere in condizioni mutevoli di luce e di spazio. Il ciclo The Camera’s Blind Spot ambisce non solo a documentare i più recenti sviluppi di questa tendenza, ma anche a dar conto di altre possibilità, non meno importanti; in primo luogo, quella che vede la materialità dell’immagine fotografica spingersi a tal punto da trasformare quest’ultima in oggetto. Una sfida a ciò che costituisce sin dal principio il “blind spot” della tecnica fotografica, il suo limite: l’impossibilità di rendere un oggetto tridimensionale su una superficie piana.
Il terzo episodio della serie, intitolato LA CAMERA. Sulla materialità della fotografia sposta il baricentro della ricerca verso il medium fotografico. All’interno di un contenitore espositivo costruito dentro la sala maggiore di Palazzo De’ Toschi (la “camera” del titolo; ma naturalmente c’è un gioco di parole con il senso della parola in inglese, ovvero “macchina fotografica”) saranno presentate opere realizzate con le tecniche fotosensibili più insolite e rare fra quelle attualmente in uso oggi presso artisti visivi e fotografi: dai dagherrotipi di Evariste Richer alle stampe al palladio di Paul Caffell, dalle scansioni fotografiche sferiche di Attila Csörgő ai “monotipi a getto d’inchiostro” di Justin Matherly. Una rassegna di eccentricità, arcaismi, hapax legomena fotografici il cui scopo è quello di spiazzare le aspettative comuni dello spettatore rispetto alla fotografia, e di fargli sperimentare di nuovo, almeno per un istante, la meraviglia del suo avo ottocentesco di fronte a un’invenzione che ha rivoluzionato la cultura visiva e il rapporto stesso con la realtà. Non è una sfida al digitale (le tecniche digitali, del resto, dalla scansione alla stampa 3D, sono alla base di alcune delle opere in mostra) quanto alla sua egemonia assoluta; all’idea che, dopo l’avvento della ripresa digitale, ogni altra tecnica fotografica sia diventata obsoleta, e non possa che essere abbandonata.
Infine, la scultura. L’altro grande termine del progetto The Camera’s Blind Spot non è assente dal terzo episodio della serie. Riemerge nei soggetti: le sculture romane fotografate da Paolo Gioli con un procedimento di sua invenzione, che comprende una pellicola fosforescente, oppure le stalattiti e stalagmiti, vere e proprie sculture naturali, fissate su vetro da Dove Allouche con la tecnica ottocentesca dell’ambrotipia. Più spesso, la scultura si ripropone nella presenza fisica di opere basate su tecniche fotografiche, e che tuttavia si stenta a chiamare “fotografie”: ad esempio, la Structure for Moon Plates and Moon Shards (2015) di Johan Österholm, una costruzione realizzata con i vetri di una vecchia serra per fiori, spalmati di emulsione fotosensibile e poi esposti alla luce della luna. In tempi di smaterializzazione dell’immagine fotografica, i singolari “oggetti fotografici” in mostra si propongono come sculture vere e proprie.
Banca di Bologna, partner della mostra, è una realtà molto legata al territorio bolognese, alla città di Bologna e ai centri della provincia. Le sue numerose iniziative contemplano gli interventi per la riqualificazione e il restauro di piazza Galvani, per i restauri dell’Oratorio dei Fiorentini e delle porte monumentali di Bologna, per il recupero e la riqualificazione di piazza Minghetti, per la ristrutturazione di Palazzo de’ Toschi. A questi si aggiungono i lavori per il restauro della Basilica di San Petronio e per il restauro della Cappella dell’Arcangelo Michele, con il noto affresco di Calvart. La Banca ha recentemente organizzato conferenze dedicate al tema “arte e cibo” in occasione di Expo 2015, proponendo un excursus sulla presenza del tema dell’alimentazione nelle opere d’arte attraverso i secoli, curate da eminenti studiose e critici. Di recente Banca di Bologna ha organizzato una mostra fotografica in collaborazione con Collezioni Alinari: L’industria bolognese, un DNA riconosciuto, con immagini in gran parte inedite. Le attività proseguiranno nel 2016 a partire dalla mostra LA CAMERA. Sulla materialità della fotografiaorganizzata a Palazzo de’ Toschi in occasione di Arte Fiera 2016.

Inaugurazione: 29 gennaio, ore 18.30.

Orari di apertura:
(durante ART CITY Bologna):
venerdì 29 gennaio 12-20
sabato 30 gennaio 12-24
domenica 31 gennaio 12-20

1-28 febbraio 2016
da martedì a domenica
10-13 / 16-19 

Per maggiori informazioni, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/bologna/mostra-la-camera-sulla-materialità-della-fotografia-22751

Leggi tutto...

La rivincita dei gregari

Il post 1950 riletto anche con figura meno note

Venezia
Dal 23 gennaio al 4 aprile la Collezione Peggy Guggenheim ospita la mostra “Postwar Era: una storia recente”, a cura di Luca Massimo Barbero.
Con l’intento di offrire un’inedita lettura dell’arte europea e americana del secondo dopoguerra (fino al 1979), l’esposizione si concentra sulla produzione artistica di figure meno note al grande pubblico, prima fra tutte quella di Jack Tworkow, cui è dedicata un’intera sala del museo. Ex aspirante scrittore, il newyorchese Tworkow, di origini polacche, fu uno dei fondatori della Scuola di New York insieme a Pollock e Gorky. Amico di De Kooning, di cui diventa negli anni Quaranta vicino di studio, fa proprio uno stile pittorico gestuale ed espressionista, contraddistinto da forti pennellate dai colori vivaci. A Venezia è esposta una selezione di sue opere (5 tele e diversi lavori su carta) incentrate sulla figura della donna e caratterizzate da in trattamento cubista-espressionista delle forme. Il percorso della mostra, che si snoda per undici sale espositive, prende il via registrando gli esordi dell’Espressionismo astratto, con opere di De Kooning, William Baziotes, Robert Motherwell e Richard Pousette-Dart, per poi approdare all’Informale europeo (Afro, Capogrossi, Consagra, Lazzaro, Santomaso, Scialoja e Vedova), con uno sguardo specifico all’opera di Carlo Ciussi e una selezione di sculture di Mirko Basaldella. Oltre a una specifica sezione dedicata al secondo dopoguerra inglese (qui figurano gli scultori Kenneth Armiate, Reg Butler e Leslie Thornton, e i pittori Alan Davie e Graham Sutherland), la mostra offre un tributo alla scultrice statunitense Claire Falkenstein, autrice del cancello in vetro e metallo del museo. Groviglio di linee incastonato di pietre colorate, l’opera rivela una pratica plastica informata dalla nozione di casualità e profondamente influenzata dalla teoria della relatività di Einstein. In occasione della mostra, il cancello verrà restituito al pubblico dopo un intervento di manutenzione realizzato in collaborazione con Save Venice Inc.

Articolo di Federico Florian per Il Giornale dell’Arte - Numero 360, gennaio 2016

Leggi tutto...

Margareth Dorigatti - Luna/Mond

22 gennaio - 12 marzo 2016 

a cura di Daina Maja Titonel
testo critico di Kate Singleton

In mostra il nuovo ciclo di opere dell'artista Margareth Dorigatti, dal titolo Luna/Mond (2014-2015).
Se nelle passate mostre (Lago/See, Rubra, Erlkönig) la pittrice ha indagato mondi referenziali molto personali, condividendone sensazioni e sentori attraverso l'evocazione di archetipi riconoscibili anche per chi non ha avuto, o voluto avere, diretta percezione di quelle realtà, con Luna/Mond rivolge invece l'attenzione a qualcosa che esercita una primordiale e ineluttabile influenza su ognuno di noi durante l'intero percorso della vita; anzi, dalla fase che precede la nascita agli instabili stati che seguono alla morte; dalla concezione alla decomposizione.
"Nell'aprirsi alla Luna si è coinvolti in un processo alchemico in costante evoluzione. Come ben sapevano le più varie culture antiche, chi non bada alla Luna rinuncia alla coscienza, alla lettura delle cause rarefatte, all'intendimento", scrive Kate Singleton nel testo critico che accompagna la mostra. "Ognuno - e specialmente ognuna - ha le proprie lune. Laune in tedesco significa non solo indole e atmosfera, ma anche fantasia e capriccio; ossia creatività. Margareth Dorigatti è nata sulla scia del plenilunio, poche ore dopo un'eclisse lunare. Nel suo destino ci sono pertanto allineamenti non comuni, congiunzioni significative, un elemento di sizigia, ossia la ricomposizione dei contrari inseguito dagli alchimisti. Non a caso i suoi dipinti ci tirano dentro a un firmamento potente, a un universo onirico ma anche drammaticamente reale, fonte e crogiolo di memorie intime e sfuggevoli tutt'altro che estranee."
Con la pittura Margareth Dorigatti palesa l'esperienza profonda e ce ne rende partecipi. Adopera e manipola gli strati di colore per svelare gli aspetti più elusivi del vissuto, per richiamare una distante risonanza, un eco labile e vago. E noi, osservatrici e osservatori, nei nostri diversi modi seguiamo il suggerimento, l'invito a scavare tra gli anfratti più nascosti della coscienza. Tale è l'archeologia dell'anima.

MARGARETH DORIGATTI
Nasce a Bolzano nel 1954.
Nel 1973 studia all'Accademia di Belle Arti di Venezia con Emilio Vedova.
Nel 1975 si trasferisce a Berlino dove studia Pittura, Grafica e Fotografia presso la Hochschule der Künste.
Nel 1977 fonda una Casa-atelier frequentata dai maggiori artisti e personaggi dello spettacolo presenti a Berlino.
Nel 1979 vince una borsa di studio a New York con il compito di documentare l'attività dell'Actor's Studio e le lezioni di Lee Strassberg.
Nel 1980 inizia la sua attività espositiva in gallerie private di Berlino.
Nel 1983, insieme a Joachim Szymzcak, realizza un progetto di vaste proporzioni all'interno della rete metropolitana berlinese: 75 dipinti all'interno di 8 stazioni.
Vince un concorso indetto dalla Internationalen Bauausstellung per la realizzazione di una facciata storica di un palazzo di Kreuzberg.
Nel 1984 si trasferisce a Roma dove ha inizio la sua attività pittorica ininterrotta.
Espone in Italia e all'estero presso gallerie private, luoghi pubblici e musei (Roma, Parigi, Milano, Pescara, Bolzano, Modena, Bologna, Berlino, Nimes, Lyon, Köln, Bonn, etc). Partecipa a mostre collettive in Italia e all'estero.
E' titolare della cattedra di Decorazione presso l'Accademia di Belle Arti di Roma.
"Dorigatti è una artista delle affinità elettive. Le corrispondenze vengono cercate piuttosto negli ambiti della letteratura e della musica che non nelle arti visive, dove certamente si è allontana dal postmoderno per riavvicinarsi a una sorta di classicismo, se inteso in senso etico e strutturale, quindi di forma e di sostanza. L'occuparsi di miti, di déi, santi e demoni, diventa quasi obbligatorio, e si prefigura come costante nella sua opera."
[Eva Clausen]


LUNA/MOND
di Kate Singleton

Con la pittura Margareth Dorigatti palesa l'esperienza profonda e ce ne rende partecipi. Adopera e manipola gli strati di colore per svelare gli aspetti più elusivi del vissuto, per richiamare una distante risonanza, un eco labile e vago. E noi, osservatrici e osservatori, nei nostri diversi modi seguiamo il suggerimento, l'invito a scavare tra gli anfratti più nascosti della coscienza. Tale è l'archeologia dell'anima.

Nelle sue passate mostre, la pittrice ha indagato mondi referenziali molto personali, condividendone sensazioni e sentori attraverso l'evocazione di archetipi riconoscibili anche per chi non ha avuto, o voluto avere, diretta percezione di quelle realtà. L'avvolgente fluidità dei laghi ("Lago/See", 2011), per esempio, o la sofferenza trascendente delle Sante che hanno osato esprimersi ("Rubra", 2012), o ancora la sottile minaccia intrinseca a una poesia imparata in giovane età ("Erlkönig", 2014).

Con "Luna/Mond", invece, rivolge la sua attenzione a qualcosa che esercita una primordiale e ineluttabile influenza su ognuno di noi durante l'intero percorso della vita; anzi, dalla fase che precede la nascita agli instabili stati che seguono alla morte; dalla concezione alla decomposizione. Nell'aprirsi alla Luna si è coinvolti in un processo alchemico in costante evoluzione. Come ben sapevano le più varie culture antiche, chi non bada alla luna rinuncia alla coscienza, alla lettura delle cause rarefatte, all'intendimento.

Ognuno - e specialmente ognuna - ha le proprie lune; Laune in tedesco, che significa non solo indole e atmosfera, ma anche fantasia e capriccio; ossia creatività. Margareth Dorigatti è nata sulla scia del plenilunio, poche ore dopo un'eclisse lunare. Nel suo destino ci sono pertanto allineamenti non comuni, congiunzioni significative, un elemento di sizigia, ossia la ricomposizione dei contrari inseguito dagli alchimisti. Non a caso, quindi, i suoi dipinti ci tirano dentro a un firmamento potente, a un universo onirico ma anche drammaticamente reale, fonte e crogiolo di memorie intime e sfuggevoli tutt'altro che estranee.

Leggi tutto...

A Brera nella fucina di Hayez

Milano. Sono gli ultimi giorni (fino al 21 gennaio) per visitare la mostra dedicata ad Hayez all’Accademia di Belle Arti di Brera, parte integrante del percorso della mostra alle Gallerie d’Italia, con la quale condivide infatti il catalogo edito da Silvana. La sezione di Brera è infatti dedicata al «Laboratorio di un pittore», in quanto Hayez, poco dopo esser giunto da Venezia, trascorse in quel luogo lunghi anni, prima come supplente di Luigi Sabatelli, ma con un ruolo già di gran rilievo nell’illustre istituzione, poi dal 1850 come professore della Scuola di Pittura, per rimanervi fino alla morte nel 1882. L’assetto di quello che fu il suo studio è assai mutato, essendo ora spazio destinato alla didattica, ma la mostra allestita nel Salone Napoleonico, curata da Francesca Valli con l’allestimento di Domenico Nicolamarino, intende restituire più che l’ambiente stesso, essendo ormai disperse gran parte delle suppellettili che lo arredavano, il senso di fucina, di laboratorio appunto, delle idee che portavano poi alla creazione dei capolavori esposti nella mostra curata da Fernando Mazzocca, a pochi isolati dall’Accademia di Brera.

Il percorso non è cronologico infatti, ma tematico: un breve ma intenso e suggestivo viaggio che traduce proprio l’impressione dell’opera nel suo farsi, accompagnata da rimandi alla temperie culturale nella quale il grande maestro si muoveva, con le fonti letterarie cui attingeva, testimoniate dalla sua nutrita biblioteca, lo stretto rapporto con la scena e l’importanza del melodramma (ricordiamo che Hayez era fin dal 1843 nella commissione incaricata di esaminare i bozzetti scaligeri).

La suddivisione segue quella degli argomenti affrontati nei saggi in catalogo dalla stessa Valli, poi da Chiara Nenci, Laura Lombardi, Valter Rosa, Roberto Cassanelli, che indagano le diverse componenti dell’immaginario, ma anche del metodo di Hayez: «La figura» innanzitutto con «I modelli di scultura»; poi le «Storie», «L’abecedario veneziano. Hayez da Tiziano»; «I soggetti. Un’enorme suppellettile di fatti»; «Gli affetti. Soggetti di espressione»; «I costumi, la scena. Il vivo carattere della repubblica veneta»; «I panneggi. Il manichino per le pieghe» per chiudere con i «Ritratti e gli Autoritratti, dal disegno alla fotografia».

Troviamo dunque bozzetti, dipinti, tra cui l’inedito «Incontro di Maria Stuarda con Elisabetta nel parco di Fotheringhary» del 1827 (di cui esistono gli schizzi preparatori nei carnet), fino alle opere più tarde, ancora conservate all’Accademia di Brera (sebbene alcune di queste siano invece esposte nella sede delle Gallerie d’Italia in piazza della Scala), ed anche quelle incompiute, poi disegni, libri, stampe. Proprio una parte dei disegni, di diverse dimensioni e stato, dallo studio embrionale alla composizione pronta da tradurre in pittura, provengono dall’ingente corpus conservato nel fondo dell’Accademia di Brera e sono esposti per la prima volta dopo il restauro affidato ai laboratori dell’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, sotto la direzione di Cecilia Frosinini.

Leggi tutto...

Joan Jonas: They Come to Us without a Word

NTU Centre for Contemporary Art Singapore
22 Jan 2016 — 03 Apr 2016

NTU Centre for Contemporary Art Singapore presents They Come to Us without a Word by pioneering video and performance artist, Joan Jonas for the U.S. Pavilion at the 56th Venice Biennale. This is the first showcase of the U.S. Pavilion and the premiere solo exhibition for internationally acclaimed artist, Joan Jonas in Singapore and Southeast Asia. Awarded a prestigious ‘Special Mention’ at the Venice Biennale, They Come to Us without a Word evokes the fragility of nature in a rapidly changing situation and explores specific subjects, such as bees or fish, and narratives of ghost stories. Jonas’ interdisciplinary approach towards her practice continues to be crucial to the development of many contemporary art genres, from performance and video, to conceptual art and theatre.

They Come to Us without a Word was organised for the U.S. Pavilion of the 56th Venice Biennale by the MIT List Visual Arts Center and co-curated by Paul C. Ha, Director of the MIT List Visual Arts Center and Ute Meta Bauer, Founding Director of the NTU Centre for Contemporary Art Singapore. The exhibition has been generously supported by U.S. Department of State, Cynthia and John Reed, the Helen Frankenthaler Foundation, and the Massachusetts Institute of Technology. Additional major support was provided by the Council for the Arts at MIT, Toby Devan Lewis, VIA Art Fund, Agnes Gund, Lambent Foundation, the U.S. Embassy Singapore and many other generous individuals, foundations, and corporations.

Leggi tutto...

FLAVIO BRUNETTI. NON APRIRE CHE ALL’OSCURO

Dal 13 Gennaio 2016 al 28 Febbraio 2016
CAMPOBASSO

LUOGO: Palazzo Gil

ENTI PROMOTORI:
Fondazione Molise Cultura

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 0874 437386

E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

SITO UFFICIALE: http://www.nonaprirechealloscuro.it

COMUNICATO STAMPA:
Fino al 28 febbraio 2016 novanta immagini salvate dall’oblio, selezionate tra millecinquecento lastre fotografiche, restaurate e raccontate da Flavio Brunetti, prendono vita e riassumono la storia della comunità di Casacalenda (CB) tra il XIX e il XX secolo. Una mostra che non sarà statica ma arderà di percorsi multisensoriali che saranno illustrati dallo stesso autore, nel corso dell’incontro con gli organi di informazione
“Prima di essere un titolo, “Non aprire che all’oscuro” è la raccomandazione incisa sul coperchio delle scatole delle antiche lastre fotografiche al bromuro d’argento. La storia ha inizio quando l’autore, in modo del tutto casuale, si imbatte in due casse, grandi come quelle utilizzate per trasportare le bottiglie di birra., ricolme di scatole di lastre fotografiche e gettate tra le cianfrusaglie di due trovarobe.
Fu amore a prima vista e immediata contrattazione dettata dall’istinto più che dalla ragione. L’ansia di scoprire l’esatta provenienza, il tempo, chi fosse stato il fotografo, culminano nelle fattezze e nell’umanità della società di una paese molisano (ma un paese varrebbe l’altro) nell’arco di tempo compreso tra la fine dell’800 e il 1933. Tutte le lastre, e questa è la fortuna, furono scattate dallo stesso fotografo, Mastrosanti, e da lui tutto il paese si recava ad immortalare la nascita, la crescita, la morte, la partenza per il fronte, il matrimonio, la ricerca del marito, la famiglia, etc. Su quei vetri diventa materia la nostra comunità di un secolo fa che rivive e ancora respira e ancora sogna. Quelle mille e cinquecento lastre documentano un Molise ancestrale quasi primitivo e ciascuna rappresenta una condizione esistenziale che nell’insieme si fa documentazione, storia collettiva e ‘stoffa del sogno’ delle generazioni dei nostri avi. E in quel mondo, che solo apparentemente sia passato e più non esista, la fotografia assume un potere divino, magico, sacrale, quello di ridare la vita, in una sorta di metempsicosi, alla bellezza e alla grazia.”

Dalle ore 10 alle ore 13 e dalle ore 17 alle ore 20.
Chiuso il lunedì
Flavio Brunetti è autore-interprete, colto e raffinato, di affabulazioni dotte e ricercate, proposte con incisività profana e popolana, grazie ad un’innata teatralità e ad una maschera espressiva, che lo rendono sorprendentemente unico.
Vince, come cantautore, l’edizione del ‘93 del Premio Città Di Recanati con la sua canzone Bambuascé, e incide negli anni successivi gli album TU TU TTÙ TU e FALLO A VAPORE (ediz. BMG – Musicultura – CNI) delle sue canzoni e APPLAUSE per la Flipper Music con musiche scritte insieme al Maestro L. Di Tullio.
Scrive e dirige numerose opere teatrali e musicali: STORIA DEL CLANDESTINO, su musiche di Di Tullio, LULLETTINO E LULL’AMORE – L’ANGELO MANCINO - UN VESTITO DI SILLABE E SUONI – VISIBILIA – FRUSTA LA’.
Notato da un autore e regista, attento e poco convenzionale, come Antonio Capuano, viene chiamato ad interpretare i film PIANESE NUNZIO e I VESUVIANI, nell’episodio Sofialorèn, il cui soggetto è ispirato a Capuano da “Il mito delle Sirene”, canzone di Brunetti che, dello stesso episodio, compone con L. Di Tullio anche la colonna
sonora.
Nel film NON TI MUOVERE con Sergio Castellitto e Penelope Cruz è il location manager per le scene in Molise e interpreta la parte del becchino.
Flavio Brunetti è un abile e ricercato fotoreporter. I suoi reportage fotografici:
“VISIBILIA” (pubblicato da Palladino Editore e Rivista Poetica “Altroverso”), “LA CADUTA DELL’AQUILA”, “MOLISIADE ... viaggio in nessun luogo”, “TITLESS” e “L’ESSESE CHE NON È” mostre di fotografia e pittura con l’artista Antonio D’Attellis (catalogo Palladino Editore) hanno meritato esposizioni in Italia, negli Stati Uniti, in Brasile e in Ungheria.

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/campobasso/mostra-flavio-brunetti-non-aprire-che-all-oscuro-23221

Leggi tutto...

IL MAGNIFICO GUERRIERO. Bassano a Bassano

Bassano del Grappa, Civici Musei
Dal 19 gennaio 2016

COMUNICATO STAMPA

“Il Magnifico Guerriero” farà il suo trionfale ingresso ai Civici Musei di Bassano del Grappa, accolto come il nuovo protagonista della già magnifica Sala dei Bassano che allinea 27 capolavori della grande famiglia di artisti. Per il pubblico, ma anche per gli esperti, sarà una straordinaria sorpresa.

Di ritratti di Jacopo Bassano se ne conoscono pochi, tutti molto belli. Ne posseggono uno il J. Paul Getty Museum di Los Angeles e il Museo di Belle Arti di Budapest e solo pochissimi altri musei. Bassano conservava solo un prezioso piccolo ritratto su rame del doge Sebastiano Venier, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto (1571).

Una lacuna di un grande ritratto è colmata ora dall’arrivo di questa tela (cm 109x82) che i Civici Musei hanno ottenuto in comodato gratuito, omaggio del possessore al Museo che è il fulcro degli studi intorno a Jacopo e alla sua famiglia.

“Il Magnifico Guerriero”, o più esattamente “Il ritratto di uomo in armi” rappresenta un affascinate nobiluomo dalla fulva, curatissima barba. Non un giovane ma un uomo maturo, certo aduso al comando ma soprattutto ad una vita raffinata lontano dai campi di battaglia.
Indossa una preziosa corazza alla moda dell’epoca, che lo costringe, ma che non riesce ad ingabbiare la sua grazia e la sua flessibilità.
Le lunghe dita, curate e perfette, non sembrano le più adatte a menar fendenti, così come il suo spadino di ferro e oro sembra più da parata che da battaglia.

Il dipinto è apparso sul mercato antiquario londinese con l’attribuzione a Jacopo Bassano e Bernard Aikema, dell’Università di Verona vi ha riconosciuto lo stesso personaggio ritratto dal pittore nella tela del Getty Museum. Vittoria Romani dell’Università di Padova ha svolto alcuni studi sull’opera confermandone la paternità e l’importanza. Il ritratto è un autentico capolavoro, in precedenza attributo a Veronese e a Pordenone, è databile al 1548, ovvero al momento più altamente manierista del maestro.
Che si tratti di un’opera altissima di Jacopo lo afferma anche Giuliana Ericani, già direttore dei Civici Musei di Bassano, che ha voluto la concessione del Ritratto per la Sala dei Bassano.

“Il Magnifico Guerriero” era finito all’estero. Lo si ritrova nel ‘700 a Melbury House nel Dorset. Va sul mercato da Christie’s nel 1968 con l’attribuzione a Paolo Veronese, non condivisa da Giuseppe Fiocco che lo riconduce invece al Pordenone. È un’opera sicuramente interessante, tant’è che di essa si occupa anche Federico Zeri.

Vittoria Romani, nello studio redatto intorno a questo capolavoro, rileva che “La condotta pittorica dell’uomo d’armi appare… in sintonia con il clima lagunare, e anzi qui Bassano, che nei ritratti giovanili condivide il registro obiettivo di Lotto e di Moretto mostrando una peculiare riservatezza di sguardo verso i ritrattati, raccoglie la sfida tutta lagunare, risalente al magistero di Giorgione, degli effetti di luce incidente e dei riflessi sulle superfici specchianti delle armature. Colate di materia accesa nei punti di massima luce si alternano a una scrittura in punta di pennello, volta a risaltare gli ornamenti con l’oro spento e a cogliere i bagliori dei profili e della cotta di maglia che luccicano nell’ombra. Il grigio del metallo vira in azzurro nell’ombra, si mescola a riflessi bruni e si accende sul fianco sinistro del rosso della camicia. Su questo brano di pittura balenante di luce si innesta con un peculiare contrasto il volto leggermente reclinato sulla spalla, che introduce una nota sentimentale inattesa, gli occhi rivolti altrove, sgranati e liquidi”.

Tolte alcune ridipinture, eseguite tutte le indagini, il Ritratto ricompare all’asta newyorkese di Sotheby’s all’inizio del 2013, proposto a poco meno di un milione di euro. Ora, rientrato in Italia, torna a Bassano, accanto ai capolavori della Famiglia.

Questo rientro è festeggiato con una serie di iniziative di prestigio: l’uscita di tre volumi degli Atti del Convegno sui Bassano del 2011, l’esposizione a Palazzo Sturm, di una selezionata parte del poderoso corpus di incisioni tratte da Jacopo.

Il Magnifico Guerriero
Bassano a Bassano
Bassano del Grappa, Civici Musei
19 gennaio 2016 – 31 gennaio 2017

Museo civico piazza Garibaldi 32 Bassano del Grappa
orari: martedì - sabato 9:00 – 19:00 domenica e festivi 10:30 – 13:00 e 15:00 – 18:00 chiuso i lunedì non festivi, Natale, Capodanno, Pasqua

Biglietti:
intero € 5,00, ridotto: € 3,50
Dettagli, agevolazioni e riduzioni saranno consultabili nel sito www.museibassano.it

Per informazioni:

Musei Civici Bassano del Grappa
0424.519901/904 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.museibassano.it

Comunicazione Musei Bassano
Donata Grandesso 0424 519906 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Ufficio Stampa Comune Bassano del Grappa:
tel. 0424 519373 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

in collaborazione con:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499
Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Roberta Barbaro)

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS
Back to top