ARTE

ARTE (944)

PIERO DELLA FRANCESCA. Indagine su un mito

Forlì, Musei San Domenico
Dal 13 febbraio al 26 giugno 2016

I Musei San Domenico di Forlì annunciano, a partire dal 13 febbraio, “Piero della Francesca. Indagine su un mito”.

Va subito detto che una mostra come questa non si è mai realizzata.

A rendere possibile il sogno è intervenuto, con la direzione generale di Gianfranco Brunelli un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci, nel quale figurano, tra gli altri, Frank Dabell, Guy Cogeval, Fernando Mazzocca, Paola Refice, Neville Rowley, Daniele Benati, Ulisse Tramonti, James Bradburne, Marco Antonio Bazzocchi, Luciano Cheles, e Maria Cristina Bandera e Giovanni Villa.

Impresa difficile quella proposta a Forlì. Perché il riunire un nucleo adeguato di opere di Piero, artista tanto sommo quanto “raro”, è già operazione complessa.

Riuscire poi a proporre un confronto di questo livello con i più grandi maestri del Rinascimento, da Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello, Andrea del Castagno, Filippo Lippi, Fra Carnevale a Francesco Laurana tra gli altri, è operazione non semplice.

Così come è complesso il riuscire a documentare, riunendo sempre i veri capolavori, l’influsso di Piero sulla generazioni di artisti a lui successiva: Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Luca Signorelli, Melozzo da Forlì, Antoniazzo Romano e Bartolomeo della Gatta ma anche Giovanni Bellini.

Ma questa mostra, che già così sarebbe un evento storico, si spinge oltre, indagando il mito di Piero quando esso rinasce, dopo i secoli dell’oblio, nel moderno, nei Macchiaioli, Borrani, Lega, Signorini, ad esempio. Ma soprattutto per il fascino che la sua pittura ha su molti artisti europei: da Johann Anton Ramboux o Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury.

Poi gli echi pierfrancescani che risuonano in Degas e Seurat, nei percorsi del postimpressionismo, e tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes. La fortuna novecentesca dell’artista è affidata agli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, confrontati con fondamentali artisti stranieri come Balthus e Edward Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità.

Lo stesso Paolucci cita nel catalogo ufficiale della mostra: “A un certo momento, nella storiografia critica del Novecento, Piero della Francesca è sembrato la dimostrazione perfetta, antica e perciò profetica, di una idea che ha dominato a lungo il nostro tempo; di come cioè la pittura, prima di essere discorso, sia armonia di colori e di superfici”.

E’ l’affascinante rispecchiamento tra critica e arte, tra ricerca storiografica e produzione artistica nell’arco di più di cinque secoli a costituire il filo conduttore della mostra Piero della Francesca. Indagine su un mito. Dalla fortuna in vita - Luca Pacioli lo aveva definito “il monarca della pittura” - all’oblio, alla riscoperta.

L’eterna immobilità dei solidi umani di Piero, di questi volti appena sfiorati da un’ombra di passione continua ad eternare le sue figure, innalzandole al di sopra del caos, della mediocrità, in una pace sovrannaturale che ce le mostra ancora oggi come rivelazioni.

La mostra è organizzata dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì.

Catalogo Silvana Editoriale.

Ufficio Stampa:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
Tel 049.663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.; www.studioesseci.net

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SENZA CONFINI. Le Icone di Steve McCurry

Pordenone, Galleria Harry Bertoia
Dal 28 febbraio al 12 giugno 2016

Una sezione inedita dedicata a quella unica ed incredibile realtà che è Cuba per attraversare con McCurry una vera e propria frontiera culturale e temporale prima dell’inevitabile cambiamento storico.
Cuba è il progetto più recente di McCurry, presentato a Pordenone in una prima assoluta, grazie alla straordinaria collaborazione di Jacob Cohen che ne ha reso possibile la realizzazione.
L'esposizione, a cura di Biba Giacchetti, è promossa e organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone in collaborazione con Sudest 57. L'evento è patrocinato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e gode del sostegno di Friuladria Crédit Agricole e di Coop Consumatori Nordest.
Percorsi assistiti a cura dell'Associazione Amici della Cultura.

Steve McCurry in 120 immagini e in video
alla Galleria Bertoia di Pordenone
Comunicato stampa

Senza Confini è la nuova retrospettiva di Steve McCurry dedicata alla città di Pordenone.
La selezione di immagini isolata nell'immenso archivio di McCurry e qui proposta, ha l'intento di offrire un viaggio simbolico attraverso i suoi 40 anni di fotografia per raccontarlo proprio come lo ha vissuto: Senza Confini, confini sfidati a costo della vita.
In Afghanistan nel '79 al seguito dei guerriglieri, primo a testimoniare l'importanza nevralgica di quel paese per il fragile equilibrio del mondo; la conseguente odissea dei rifugiati che gli ha valso forse lo scatto più celebre di tutti i tempi: Sharbat Gula, la mitica bambina afgana in grado di esercitare per 30 anni la medesima forza magnetica.
Flash appassionanti di storia del mondo, lunghi appostamenti in cerca dell'inquadratura perfetta, o incontri fortuiti che lasciano il segno nei suoi ritratti unici.
La carriera di McCurry è idealmente iniziata quando, vestito con abiti tradizionali, ha attraversato il confine tra il Pakistan e l’Afghanistan, controllato dai ribelli poco prima dell’invasione russa.
Quando tornò indietro portò con sé rotoli di pellicola cuciti tra i vestiti. Quelle immagini che sono state pubblicate in tutto il mondo, sono state tra le prime a mostrare il conflitto al mondo intero. Il suo servizio ha vinto la Robert Capa Gold Metal of Best Photographic Reporting from Abroad, un premio assegnato a fotografi che si sono distinti per eccezionale coraggio e per le loro imprese.

McCurry ha poi continuato a fotografare i conflitti internazionali, tra cui le guerre in Iran-Iraq, a Beirut, in Cambogia, nelle Filippine, in Afghanistan e la Guerra del Golfo.
Concentrandosi sulle conseguenze umane della guerra, mostrando non solo quello che la guerra imprime al paesaggio ma, piuttosto, sul volto umano. Confini simbolici quindi, che McCurry nel tempo ha fatto svanire davanti ai nostri occhi, le etnie in via di estinzione, le diverse condizioni sociali, i modi più particolari di concepire i gesti più semplici: immagini che raccontano una condizione umana fatta di sentimenti universali e di sguardi la cui fierezza afferma la medesima dignità.
“Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te” afferma in un video l’artista.
Anche per questo, in ogni scatto di Steve McCurry è racchiuso un complesso universo di esperienze e di emozioni e non è un caso se molte delle sue immagini, a partire dal ritratto di Sharbat Gula, sono diventate delle vere e proprie icone, conosciute in tutto il mondo
Senza Confini, nella sua installazione espositiva, mescolando tempi e luoghi, lascia il visitatore libero di muoversi e creare un suo personale percorso, e ritrovare le 50 icone più amate e commentate personalmente da McCurry nel catalogo, ma anche i progetti più recenti dedicati all'Africa, al Giappone alla Birmania dal 27 febbraio al 12 giugno, nei due piani della Galleria Harry Bertoia. 

Tra questi una sezione inedita che costituisce un corpo a sé, dedicata a quella unica e incredibile realtà che è Cuba per attraversare con McCurry una vera e propria frontiera culturale e temporale prima dell’inevitabile cambiamento storico.
Cuba è il progetto più recente di McCurry, presentato a Pordenone in una prima assoluta, grazie alla straordinaria collaborazione di Jacob Cohën che ne ha reso possibile la realizzazione.

L'esposizione, a cura di Biba Giacchetti, è promossa e organizzata dall'Assessorato alla Cultura del Comune di Pordenone su progetto di Sudest 57. L'evento è patrocinato dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia e gode del sostegno della provincia di Pordenone, di Friuladria Crédit Agricole, di Coop Alleanza 3.0 e di GSM Gestione Servizi Mobilità di Pordenone.
Percorsi assistiti a cura dell'Associazione Amici della Cultura.

Nell’occasione della sua presenza in Italia Sabato 27 febbraio 2016, alle 10.00 al Teatro Cinema Miotto di Spilimbergo (per la speciale occasione concesso gratuitamente dall'Amministrazione Comunale di Spilimbergo, tra i soci maggioritari del CRAF), avrà luogo la cerimonia di consegna dell’International Award of Photography a Steve McCurry da parte del Presidente del consiglio regionale Franco Jacop l'International Award of Photography, XXIa edizione, alla presenza del Presidente della Fondazione Crup (che sostiene il premio) Lionello D'Agostini e della Presidente del Centro spilimberghese Lucia D'Andrea, con un intervento di Biba Giacchetti, referente di curatrice della mostra, per illustrare il percorso professionale di McCurry. Il premio, istituito nel 1996, è dedicato a personalità internazionali di chiara fama distintesi per l'impegno creativo, artistico, e culturale nella fotografia: tanto per citarne alcune tra quelle insignite in passato Frank Horvath, Peter Galassi, Henri Cartier-Bresson, Josef Koudelka, Alain Sayag, Uwe Ommer. Esso consta di una targa celebrativa e di un gioiello che il CRAF ha commissionato all'orafo artigiano Leo Zanin. Dopo la consegna dell'International Award, aperto al pubblico, il fotografo che risponderà alle domande preparate dagli studenti degli Istituti d'Arte del Friuli Venezia Giulia.


Orari mostra: mer - dom. 15.00 – 19.00

Info: Comune di Pordenone (+39) 0434 329916 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.comune.pordenone.it/galleriabertoia

Ufficio stampa nazionale
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049.663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Stefania Bertelli)

Ufficio stampa Comune di Pordenone 
tel. 0434-392924, Clelia Delponte, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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A TAVOLA. I COLORI DEL SACRO. 8^ Rassegna Internazionale di Illustrazione

Dal 20 febbraio al 26 giugno 2016
I Colori del Sacro, ottava edizione
Invita a condividere la tavola

A tavola. È questo il tema che caratterizzerà l’ottava edizione de I Colori del Sacro, la rassegna internazionale di illustrazione organizzata dal Museo Diocesano di Padova, in programma dal 20 febbraio al 26 giugno 2016.

“Per l’uomo è fondamentale – sottolinea Andrea Nante, direttore del Museo e coordinatore scientifico della manifestazione - tanto il cibo quanto l’atto stesso del condividerlo: la nuova edizione della rassegna vuole riflettere sulla tavola per affrontare quel luogo e quella situazione che apre alla relazione con gli altri, andando oltre al semplice nutrimento fisico.
Mi siedo a tavola per soddisfare un bisogno e per l’opportunità di incontrare e confrontarmi con l’altro.
La famiglia si siede a tavola e il gesto diventa occasione di racconto e dialogo. Gli amici si ritrovano allo stesso tavolo per il piacere dell’incontro e la condivisione del tempo. La degustazione di nuovi e vecchi sapori, la scoperta delle tradizioni dei commensali, la sperimentazione delle novità arricchiscono e predispongono alla conoscenza reciproca. Anche in ambito lavorativo, nella gestione degli affari, il momento conviviale è prezioso per suggellare contratti e chiarire situazioni, per festeggiare traguardi.
Attorno alla tavola si ritrova il mondo, ogni popolo con le sue tradizioni, colori e narrazioni. Ogni persona con le sue esperienze e differenze”.

A darne vita, segni e colori sarà il meglio dell’illustrazione: 60 circa, tra gli oltre 300 che hanno avanzato la propria candidatura, sono infatti gli artisti internazionali selezionati per produrre opere originali. Artisti provenienti da tutto il mondo che, nei modi più originali, hanno indagato ed esplorato il tema di questa edizione, nelle sue molteplici dimensioni. A conferma della presa e della attualità del tema proposto.
Molte sono le opere cariche di fascino e suggestioni, ora gioiose ora malinconiche, personalissime in taluni casi, testimonianze di vissuti familiari, accanto ad interpretazioni del concetto di comunanza universale. Un vasto caleidoscopio di forme, colori e declinazioni che riflette - peculiarità della rassegna – la meravigliosa complessità e ricchezza immaginativa che scorre nel mondo.

Il ricco e coloratissimo catalogo della mostra raccoglierà, tra gli altri, interventi dello chef tre stelle Michelin Massimiliano Alajmo e del critico gastronomico Edoardo Raspelli, che offriranno uno sguardo originale sul tema della mostra.

Oltre alle proposte didattiche per le scuole un’attenzione particolare è riservata ai gruppi parrocchiali che potranno approfondire il proprio percorso di fede attraverso l’arte e l’illustrazione.

Come sempre inoltre molti gli eventi che verranno proposti durante il periodo della mostra, dalle rappresentazioni teatrali per famiglie alle conferenze di approfondimento, e dai laboratori agli aperitivi artistici per i più giovani.

“I Colori del Sacro - prosegue Andrea Nante - sono un appuntamento atteso per centinaia di scuole che scelgono la nostra mostra per la sua qualità e per il suo valore educativo. Aspetti che valgono anche per le molte famiglie che partecipano ai nostri laboratori. Tutti alla ricerca del bello, della gioia, della condivisione di contenuti e di stimoli.
Il livello degli illustratori presenti ci consente di garantire una ottava edizione straordinaria, in crescendo anche rispetto ai livelli già altissimi da tutti riconosciuti alla edizione precedente”.


Informazioni e prenotazioni per visite guidate e laboratori: 
Museo Diocesano Padova tel. 049 652855 / 049 8761924 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.icoloridelsacro.org e www.museodiocesanopadova.it


Ufficio Stampa:
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049 663499 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

DIOCESI DI PADOVA, Ufficio Stampa, Sara Melchiori tel. 049 8771755 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.


8771755 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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L’ETÀ DI MARIA LUIGIA, DUCHESSA DI PARMA

La Villa dei Capolavori custodisce preziose tracce dell’epoca di Maria Luigia, un percorso alla scoperta di Neoclassicismo e Impero fra arredi sontuosi e sculture di Canova e Bartolini per rivivere l’atmosfera e la storia di colei che fu Imperatrice dei francesi.

Ad annunciare l’arrivo a Parma di Maria Luigia, moglie di Napoleone I, erano già arrivate da Parigi nel 1815 alcune casse contenenti mobili di eccelsa fattura. Con la Duchessa – l’anno seguente, proprio duecento anni fa – giunsero da Vienna gli incredibili mobili da toilette di Jean-Baptiste-Claude Odiot, con superbi bronzi di Pierre-Philippe Thomire, oltre a importanti sculture e a gioielli di foggia insuperabile. Fu lei stessa, in seguito, a curare personalmente l’ammodernamento degli ambienti di Corte contribuendo a caratterizzare indelebilmente il volto neoclassico della città. I mobili da lei scelti, nel più tipico stile Impero, sono in legno naturale con bronzi dorati, oppure impiallacciati in mogano; quelli in noce sono spesso patinati “a foggia d’acajou”; le commodes e i tavoli coperti di pregiati marmi, fra cui il Carrara. Un nuovo stile, dunque, che prende il nome dal periodo in cui Napoleone, tra il 1804 e il 1815 è imperatore dei francesi, contraddistinto dalla solennità e maestosità degli arredi, progettati al fine di esaltare la potenza del nuovo regime, dominerà nei salotti buoni della città.

Non è dato sapere se i proprietari della Villa di Mamiano di allora, i marchesi Paulucci, di antica nobiltà forlivese, avessero accolto tali novità in fatto di gusto per il loro Palazzo Nuovo in costruzione dal 1811; risultato dall’ampliamento del complesso secentesco con torre centrale già esistente, divenne, tuttavia, una prestigiosa dimora. Il marchese Francesco Paulucci aveva, quindi, trasformato il parco creandovi viali alberati ed un notevole giardino all’italiana con immancabili siepi di bosso modificando infine anche il caseggiato rustico adiacente per ricavarne un’ampia serra a vetrate atta al ricovero delle piante di agrumi durante la stagione più fredda.
Fondazione Magnani Rocca
via Fondazione Magnani Rocca 4, 43029 Mamiano di Traversetolo – Parma
Sabato, domenica e festivi, continuato 10.00 – 19.00 (la biglietteria chiude alle 18.00).
Lunedì chiuso.
Ingresso: € 10,00, ridotto € 5,00 per studenti in visita d’istruzione.
Tel. 0521 848327 / 848148 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.magnanirocca.it Visite guidate su prenotazione (per gruppi).

Per rivivere e rievocare i fasti luigini è necessario, indubbiamente, attendere la trasformazione dei saloni del Palazzo ad opera di Luigi Magnani. Fu Mario Praz, noto insegnante di letteratura inglese all’Università La Sapienza di Roma, a trasmettere a Magnani l’amore per lo stile Impero segnalandogli per circa un trentennio pezzi rari e di incomparabile valore, in un dialogo elettivo con pitture e sculture neoclassiche.

Ecco arrivare allora a Mamiano dalla villa di San Donato a Firenze della famiglia Demidoff, una coppa in scaglie di malachite sostenuta da un tronco di palma e tre chimere in bronzo dorato prodotta a Parigi verso il 1807 a firma di Thomire, il più importante cesellatore dell’Impero, noto a Maria Luigia per aver eseguito il mobile da toilette offertole dai parigini e per avere decorato la celebre culla del figlio, re di Roma. La coppa che, oggi, accoglie i visitatori all’entrata della Villa dei Capolavori, sede della Fondazione Magnani Rocca, rievoca un importante fatto storico: fu eseguita per lo zar di Russia Alessandro I e da questi donata a Napoleone in quel breve momento di riappacificazione fra Russia e Francia a seguito del trattato di Tilsitt del 1807. Sempre di Thomire sono i due maestosi flambeaux in bronzo dorato alti tre metri provenienti da un palazzo nobiliare di Vienna che ora impreziosiscono la sala dove è conservato il capolavoro di Goya La famiglia dell’infante don Luis.

Seguendo il filo rosso della storia il visitatore avvertirà le atmosfere di un’epoca in cui Napoleone seppe riconoscere all’arte la funzione primaria di veicolo di diffusione della propria fortuna chiamando presso la sua corte artisti capaci di combinare le esigenze di fasto e maestosità con la ricerca di grazia e levità. I mobili presenti nella collezione Magnani Rocca si ispirano agli antichi fasti egizi, greci e romani: ne sono esempi tipici la méridienne che trionfava a quei tempi tra i sofà, le sedute che presentano la caratteristica unione della gamba anteriore con il supporto del bracciolo, a volte risolto a intaglio scultoreo in forma di leone alato, sfinge o erma, le poltrone-trono riccamente ornate da intagli e rifinite a foglia oro e lo sgabello con le gambe a forma di X simile ai curuli dei magistrati dell’antica Roma tornato in auge anche in ragione del fatto che l’etichetta di corte riservava l’uso delle poltrone alla sola coppia imperiale. Non possono non essere menzionate le commodes che montano caratteristici piedi a plinto fasciato, detti anche a zampa da elefante e i secrètaires con piede a zampa ferina, piano in marmo e cassetti nascosti dietro ante decorate con bronzi dorati.

Fra i meubles d’appui interessante il mobile in radica di olmo con piano in marmo nero d’Italia fabbricato da Jacob Desmalter, uno dei più noti ebanisti dell’Impero. Non mancano le consoles con forme strette e allungate; la più importante fu acquistata da Napoleone all’esposizione nazionale di Parigi del 1806 all’Hôtel des Invalides e racchiude nel piano in marmo bianco una cassa armonica. Fra i complementi d’arredo si segnalano gli immancabili guéridons, dalla tipica foggia a tripode, con tre gambe innestate su una predella sostenuta da piedi ferini, e l’athénienne a uso giardiniera. Anche l’arpa che, da semplice strumento musicale, si arricchisce di valenze di alta ebanisteria tanto da poter essere considerata a tutti gli effetti un elemento d’arredo, come già all’epoca di Maria Luigia, perciò considerato immancabile presso le classi più agiate. Così il fortepiano del 1810 a coda in radica di noce fabbricato a Vienna ci riporta ai viaggi della Duchessa nel paese natio e a quel pianoforte di egual foggia quotidianamente suonato dai figli di lei e del conte Adam von Neipperg, suo secondo marito.

Se vittorie alate, animali e sfingi in bronzo popolano ogni singolo oggetto, sono l’armonia e la lievità a caratterizzare le sculture di Antonio Canova e Lorenzo Bartolini, entrambi artisti legati alla storia dell’Impero. É grazie a queste che rivivono, idealmente, gli amori e gli affetti più cari alla nostra Duchessa; laddove Canova celebra il matrimonio fra Napoleone e Maria Luigia nel 1810 con la superba opera a lei dedicata in veste di Concordia, Bartolini commemora, nel 1829, la morte del suo più grande amore, il conte Neipperg, con il sepolcro marmoreo oggi nella Basilica di Santa Maria della Steccata di Parma. Due carriere artistiche, quelle dei due scultori, e due filosofie differenti, con un unico comune denominatore: entrambi ritrarranno Napoleone e i potenti dell’epoca, entrambi saranno amati più in Francia che in patria. Risulta suggestivo, allora, ipotizzare che la rivalità fra i due sia stata volutamente reiterata da Luigi Magnani acquistando la seducente scultura di Bartolini Ninfa del deserto, in qualità di Virtù assalita dal Vizio, abile prova di sintesi fra l’idealismo classico canoviano e l’attenzione al dato di realtà e l’algida Tersicore di Canova, musa della Danza e del canto corico, qui nell’insolita veste di Musa della Poesia lirica.

Compiuta verso la fine del 1811, la statua era iniziata nel 1808 come ritratto di Alexandrine Bleschamps, seconda moglie di Lucien Bonaparte, fratello minore di Napoleone. Poiché non vi è alcuna relazione fra la sua fisionomia e quella della testa della statua compiuta nel 1811, si deve supporre che i committenti abbiano fatto cambiare a Canova la testa raffigurante la nobildonna con quella attuale, idealizzata e non riconducibile a un modello specifico. Ultima opera d’arte acquistata dal fondatore poco prima di morire, ci riporta al Salon di Parigi del 1813 in cui la neo-imperatrice Maria Luigia dovette dunque vederla esposta, accanto, però, al ritratto di Josephine, prima consorte e grande amore di Napoleone. Curioso, poi, collocarla, oggi, in dialogo diretto col ritratto eseguito da George Dawe di Maria Pavlovna Romanova, sorella non soltanto dello zar Alessandro I ma anche di Anna, candidata al trono di Francia insieme a Maria Luigia. Solo il diniego della zarina Maria Fëdorovna e l’attività politica del ministro Metternich faranno sì che la scelta cada sulla seconda, convincendo l’imperatore Francesco I a concedere sua figlia al nemico. E fu così che Maria Luigia, educata all’obbedienza, accettò «pazientemente e ragionevolmente la propria sorte».

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NELLA MENTE DI VINCENZO SCAMOZZI

Un intellettuale architetto al tramonto del Rinascimento
Vicenza, Palladio Museum, 25 maggio - 20 novembre 2016

Un progetto condiviso di Canadian Centre for Architecture e CISA Andrea Palladio,
in collaborazione con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin nel quattrocentesimo anniversario della morte di Vincenzo Scamozzi (1616-2016)

Come si diventa architetto nel Rinascimento? Spesso nella bottega di un pittore, come Bramante in quella di Piero della Francesca. Altre volte – è il caso di Palladio – fra i blocchi di pietra di un cantiere. Vincenzo Scamozzi (1548-1616) inaugura una strada diversa: figlio di un facoltoso impresario edile, è il primo architetto moderno a formarsi partendo dalla biblioteca. I libri saranno i mattoni del suo progetto: fare architetture fondate su una visione teorica rigorosa, capace di includere conoscenze nuove, provenienti da altri paesi e altre culture, a partire dalla tradizione gotica, e dagli stimoli delle nuove scienze.

In occasione del quattrocentesimo anniversario della morte di Scamozzi, avvenuta a Venezia nel 1616, il Palladio Museum e il Canadian Centre for Architecture di Montreal – in collaborazione con Stiftung Bibliothek Werner Oechslin di Zurigo – realizzano la mostra “Nella mente di Vincenzo Scamozzi”: l’obiettivo è raccontare come Scamozzi concepiva le proprie architetture. La mostra propone quindi un viaggio attraverso i volumi della biblioteca personale di Scamozzi (ritrovati in biblioteche e collezioni italiane ed europee con un lungo lavoro di ricerca da parte della studiosa americana Katherine Isard) e i suoi affascinanti disegni di architettura. Fra questi ultimi saranno in mostra il celebre foglio con il progetto del duomo di Salisburgo (1607), che rientra per la prima volta in Italia dalle collezioni del Canadian Centre for Architecture di Montreal, e l’album di disegni di cattedrali gotiche francesi che Scamozzi, primo fra tutti gli architetti rinascimentali, realizzò durante un viaggio fra Parigi e Venezia nell’anno 1600. Per coinvolgere il pubblico non specialista, la mostra affianca ai materiali originali un ricco apparato di modelli tridimensionali e di animazioni video prodotte per l’occasione dal Palladio Museum.

Scamozzi è l’ultimo dei grandi architetti del Rinascimento, stretto fra la tradizione trionfale della generazione di Palladio e il mondo nuovo di Galileo Galilei. Cerca una propria dimensione in una visione dell’architettura come pratica razionale, attenta agli aspetti funzionali, all’economia dei mezzi, ma anche a un nuovo rapporto con il paesaggio, producendo capolavori come la Rocca Pisana di Lonigo, il teatro di Sabbioneta, le Procuratie Nuove in piazza San Marco a Venezia.

In occasione della mostra vengono editi da Marsilio la raccolta di studi e il catalogo della mostra a cura di Franco Barbieri, Guido Beltramini, Katherine Isard, Werner Oechslin con studi, fra gli altri, di Hubertus Günther, Mario Piana, Margaret Daly Davis, Wolfgang Lippmann, Fernando Marías, José Riello, Massimo Bulgarelli, Konrad Ottenheym, Deborah Howard.

Informazioni
Aperta dal martedì alla domenica, 10-18.
Biglietto: intero € 6,00 - ridotto € 4,00 - scuole € 2,00 - Palladio family € 10,00
http://www.palladiomuseum.org/exhibitions/scamozzi
Twitter / Facebook / Instagram: PalladioMuseum
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Tel. +39 0444 323014 / Fax 0444 322869

Ufficio stampa
Studio Esseci di Sergio Campagnolo
http://www.studioesseci.net
Tel. +39 049 663499 / Fax +39 049 655098
Referente: Roberta Barbaro Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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Walker Evans a PM

XI edizione Fotografia Europea

Reggio Emilia Palazzo Magnani 7 maggio - 10 luglio 2016
Palazzo Magnani presenta, per la prima volta in Italia, due mostre dedicate al grande maestro della fotografia americana Walker Evans: l’intenso lavoro foto-redazionale degli anni trenta e gli scatti dei maestri italiani rivelano la potenza della fotografia d’autore.

WALKER EVANS Anonymous
a cura di David Campany, Jean-Paul Deridder e Sam Stourdzé
In anteprima nazionale, dopo le tappe europee di Arles e Bruxelles, arriva a Palazzo Magnani il grande maestro della fotografia americana Walker Evans. In mostra oltre 200 tra fotografie d’epoca e riviste originali che presentano il lavoro foto-redazionale sviluppato da Evans sulle riviste americane a partire dal 1929. Mentre i mass media indugiavano sul culto della celebrità e del consumismo, Evans fotografava anonimi cittadini e la loro vita quotidiana, creando immagini dirette e frontali delle condizioni del Paese, con uno stile austero e distaccato privo di ogni forma di idealismo romantico. I suoi intensi scatti, prevalentemente in bianco e nero, lo hanno consacrato pioniere della straight photography e sono divenuti simboli della cultura americana degli anni del New Deal.
WALKER EVANS Italia
a cura di Laura Gasparini
Una mostra inedita che presenta, in anteprima nazionale, una selezione di fotografie di Walker
Evans provenienti da collezioni pubbliche e private italiane. Uno straordinario viaggio alla scoperta delle radici americane della fotografia italiana del dopoguerra e dell’influenza che Evans ebbe sulla cultura visiva italiana dell’epoca. Accanto alle oltre 50 opere del maestro americano, sarà possibile ammirare numerosi libri ed edizioni rare presenti nelle raccolte personali di Gabriele Basilico, Olivo Barbieri, Guido Guidi, Luigi Ghirri, insieme ad alcuni scatti esemplari degli stessi maestri italiani scaturiti dalla riflessione sulla lezione del grande Walker Evans.

INFO, ORARI E INGRESSI
Fondazione Palazzo Magnani
corso Garibaldi 29 – Reggio Emilia
www.palazzomagnani.it
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tel. 0522 454437

Per maggiori informazioni: http://palazzomagnani.invionews.net/user/xfu5cnj/show/wuhbyhy?_t=b0e8e236

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HELMUT NEWTON. FOTOGRAFIE. WHITE WOMEN / SLEEPLESS NIGHTS / BIG NUDES

Dal 07 Aprile 2016 al 07 Agosto 2016
VENEZIA
LUOGO: Casa dei Tre Oci

CURATORI: Matthias Harder, Denis Curti

ENTI PROMOTORI:
Fondazione di Venezia

COSTO DEL BIGLIETTO: 12 € intero, 10 € ridotto studenti under 26 anni, over 65, titolari di apposite convenzioni, 8 € ridotto speciale gruppi superiori alle 15 persone, 24 € ridotto famiglia (2 adulti + 2 under 14), 5 € ridotto scuole. Gratuito bambini fino ai 6 anni, un accompagnatore per ogni gruppo, disabili e accompagnatore, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti con tessera, guide turistiche

TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 2412332
E-MAIL INFO: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
SITO UFFICIALE: http://www.treoci.org

COMUNICATO STAMPA: La Casa dei Tre Oci, un progetto di Fondazione di Venezia, condotto in partnership con Civita Tre Venezie, con questa mostra conferma il proprio ruolo nel panorama della cultura artistica e della fotografia in particolare, con i propri spazi esclusivamente dedicati alla fotografia.
La galleria immagini della mostra ai Tre Oci
Dal 7 aprile al 7 agosto 2016, la mostra Helmut Newton. Fotografie. White Women / Sleepless Nights / Big Nudes presenta, per la prima volta a Venezia, oltre 200 immagini di Helmut Newton, uno dei fotografi più importanti e celebrati del Novecento.
L’esposizione, curata da Matthias Harder e Denis Curti, è organizzata in collaborazione con la Helmut Newton Foundation. È il frutto di un progetto nato nel 2011 per volontà di June Newton, vedova del grande fotografo.

La rassegna raccoglie le immagini di White Women, Sleepless Nights e Big Nudes, i primi tre libri di Newton pubblicati alla fine degli anni ‘70, volumi oggi considerati leggendari e gli unici curati dallo stesso Newton.
Nel selezionare le fotografie, Newton mette in sequenza, l’uno accanto all’altro, gli scatti compiuti per committenza con quelli realizzati liberamente per se stesso, costruendo una narrazione in cui la ricerca dello stile, la scoperta del gesto elegante sottendono l’esistenza di una realtà ulteriore, di una vicenda che sta allo spettatore interpretare.

White Women
In White Women, pubblicato nel 1976, Newton sceglie 81 immagini (42 a colori e 39 in bianco e nero), introducendo per la prima volta il nudo e l’erotismo nella fotografia di moda. In bilico tra arte e moda, gli scatti sono per lo più nudi femminili, attraverso i quali presentava la moda contemporanea. Queste visioni trovano origine nella storia dell’arte, in particolare nella Maya desnuda e nella Maya vestida di Goya, conservati al Prado di Madrid.
La provocazione lanciata da Newton con l’introduzione di una nudità radicale nella fotografia di moda è stata poi seguita da molti altri fotografi e registi e rimarrà simbolo della sua personale produzione artistica.

Sleepless Nights
Sono ancora le donne, i loro corpi e gli abiti, i protagonisti di Sleepless Nights, pubblicato nel 1978. In questo caso, però, Newton si avvia a una visione che trasforma le immagini da foto di moda a ritratti, e da ritratti a reportage quasi da scena del crimine. È un volume a carattere più retrospettivo che raccoglie 69 fotografie (31 a colori e 38 in bianco e nero) realizzate per diversi magazine (Vogue, tra tutti) ed è quello che definisce il suo stile rendendolo un’icona della fashion photography.
I soggetti, generalmente modelle seminude che indossano corsetti ortopedici, donne bardate con selle in cuoio, nonché manichini per lo più amorosamente allacciati a veri esseri umani, vengono colti sistematicamente fuori dallo studio, spesso in atteggiamenti provocanti, a suggerire un uso della fotografia di moda come puro pretesto per realizzare qualcosa di totalmente differente e molto personale.

Big Nudes
Con questo volume del 1981, Newton raggiunge il ruolo di protagonista nella storia dell’immagine del secondo Novecento.
I 39 scatti in bianco e nero di Big Nudes inaugurano una nuova dimensione della fotografia umana: quella delle gigantografie che, da questo momento, entrano nelle gallerie e nei musei di tutto il mondo.
Nell’autobiografia dell’artista pubblicata nel 2004, Newton spiega come i nudi a figura intera ripresi in studio con la macchina fotografica di medio formato, da cui ha prodotto le stampe a grandezza naturale di Big Nudes, gli fossero stati ispirati dai manifesti diffusi dalla polizia tedesca per ricercare gli appartenenti al gruppo terroristico della RAF (Rote Armee Fraktion).

Helmut Neustätder, in arte Helmut Newton, nasce a Berlino il 31 ottobre del 1920 da una ricca famiglia di origine ebrea. L’ambiente della borghesia berlinese gli permette di seguire le proprie passioni e di avvicinarsi al mondo della fotografia fin dalla giovane età: a soli 12 anni acquista infatti la sua prima macchina fotografica.
Con la diffusione delle leggi razziali naziste, lascia la Germania nel 1938 e trova temporaneamente rifugio a Singapore, ma poco dopo si vede internato ed espulso in Australia dalle autorità britanniche. A Sydney si arruola con l’esercito australiano per combattere nella II Guerra Mondiale. Grazie alla devozione nei confronti del paese che lo ospita, nel 1946 ottiene la cittadinanza australiana, e nel 1948 conosce e sposa l’attrice e fotografa June Brunnell (in arte June Browne o Alice Springs), alla quale resterà legato per oltre 50 anni.
Dopo la guerra lavora come fotografo freelance a Melbourne, collaborando con diverse riviste tra cui Playboy. Nel 1961 si trasferisce a Parigi, dove inizia a conoscere fama e popolarità grazie ai suoi scatti, pubblicati dalle più note riviste di moda internazionali come Vogue, Elle, GQ, Vanity Fair e Marie Claire, ed esposti in tutto il mondo.
Nel 1976 pubblica il suo primo volume di fotografie White Women, immediatamente osannato dalla critica per il rivoluzionario gusto estetico, segnato da un erotismo predominante. Raggiunge l’apice della carriera e della fama a cavallo tra gli anni ’70 e ’80 con le serie Sleepless Nights e Big Nudes, quando inizia inoltre a lavorare per grandi firme come Chanel, Versace, Blumarine, Yves Saint Laurent, Borbonese e Dolce&Gabbana.
Conclude la sua carriera nel 1984, realizzando con Peter Max il video dei Missing Persons, Surrender your Heart. Si ritira così a vita privata, vivendo tra Montecarlo e Los Angeles. Muore il 23 giugno del 2004, a 83 anni, in un incidente stradale a bordo della sua Cadillac.

Per maggiori informazioni e per scaricare i materiali, visitare: http://www.arte.it/calendario-arte/venezia/mostra-helmut-newton-fotografie-white-women-sleepless-nights-big-nudes-23009

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REGGIO CALABRIA IN FESTA PER L'INAUGURAZIONE DEL NUOVO MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE

Reggio Calabria - Il 30 aprile, al termine di un lungo iter di rinnovamento avrà ufficialmente luogo l’apertura del Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria. La giornata si annuncia come una festa per la città e per tutta l’area dello Stretto che saluterà il gran ritorno di un polo ampliato negli spazi e allestito con reperti appositamente restaurati e pezzi mai esposti in precedenza.

Le novità dell'esposizione permanente
Tutti i livelli dell'esposizione permanente saranno inaugurati e dalle 15, al termine di una cerimonia che conterà sulla presenza del Ministro Franceschini, il pubblico potrà finalmente ammirare gratuitamente le opere conservate a Palazzo Piacentini. L'ingresso libero sarà assicurato anche nella giornata del 1 maggio in coincidenza con la domenicaalmuseopromossa dal Mibact ogni prima domenica del mese.

Oltre ai Bronzi di Riace e ai pezzi delle collezioni distribuiti nelle nuove sale in oltre 200 vetrine, sarà consentito l'accesso anche alla mostra temporanea "Olimpo. Dei ed eroi del mondo greco" che estenderà la programmazione fino al 31 maggio.

Nella sezione preistorica, a quasi cinquant'anni dalla loro scoperta saranno esposti gli enormi resti dell'Elephas Antiquus riemersi sulle colline di Archi e risalenti al II periodo interglaciale. Ma l'attesa più grande riguarda un grande mosaico con scena di palestrarinvenuto nel sottopalazzo Guarna dopo il terremoto del 1908 e l'apertura delle Tombe ellenistiche scoperte durante i lavori di costruzione di Palazzo Piacentini. Un assoluto vanto per il Museo di Reggio che nelle sue viscere conserva una vera e propria necropoli.

Lo spirito di grande festa sarà accompagnato da uno speciale annullo filatelico e preceduto invece da tre giorni di chiusura del complesso - dal 26 al 29 aprile - per consentire i preparativi.

 

LUDOVICA SANFELICE - ARTE.IT

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ANTONELLO DA MESSINA A PALAZZO MADAMA

Torino - Nell'elegante Camera delle Guardie di Palazzo Madama, un allestimento scenografico appositamente progettato accoglierà il "Ritratto d'uomo" di Antonello da Messina, una delle opere più prestigiose della collezione torinese che dal 22 aprile al 27 maggio troverà la compagnia di un altro capolavoro dell'artista siciliano.

Grazie all'eccezionale collaborazione stretta con il Museo regionale di Messina, la città sabauda avrà infatti l'onore di ospitare la tavola bifronte che da un lato rappresenta l'"Ecce homo" (verso) e dall'altro la "Madonna con il Bambino benedicente e francescano in adorazione" (recto). Un'opera a lungo oggetto di dibattito, la cui attribuzione è avvenuta solo nel 2003, anno in cui la Regione Sicilia si decise ad acquistarla all'asta e destinarla al museo messinese.

Il prestito si inserisce in un progetto della Fondazione Torino Musei e del Museo Civico d'Arte Antica di Palazzo Madama che mira a fare sistema con realtà analoghe per sviluppare la capacità di fruizione di grandi capolavori. Un programma di art sharing che dal 1 giugno al 10 luglio trasferirà le opere a Messina, la dove la memoria dell'artista e della sua fine pittura capace di fondere armonicamente tradizione fiamminga e scuola italiana in volumi di misteriosa e solenne bellezza è custodita con gelosia.

LUDOVICA SANFELICE
20/04/2016

Per maggiori informazioni visitare: http://www.arte.it/notizie/torino/antonello-da-messina-a-palazzo-madama-11681

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VIAGGIO NELLA MENTE DI ARIOSTO PER I CINQUECENTO ANNI DELL'ORLANDO FURIOSO

Ferrara - Il 22 aprile del 1516, una tipografia di Ferrara finiva di stampare l'’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto. Il poema venne ampliato e corretto fino al 1532, ma questa data segnò l'inizio del viaggio di un'opera cardinale nella storia della letteratura italiana.

Il cavaliere che esce di senno per amore della bella Angelica fu il primo bestseller e grazie al ricco universo immaginario in cui la vicenda fu ambientata, tanto nella sua epoca quanto in quelle successive, produsse e ispirò immagini e oggetti. Un segno indelebile che acinquecento anni di distanza la Fondazione Ferrara Arte e il Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo celebrano con l'esposizione "Orlando Furioso. Cosa vedeva Ariosto quando qchiudeva gli occhi" che inaugurerà a Palazzo dei Diamantiil prossimo 24 settembre.

Una mostra dal carattere trasversale che raccoglierà dipinti, arazzi, sculture, ceramiche, manoscritti miniati, stumenti musicali e armi orcherstrando un incantesimo volto ad immergere i visitatori nelle fantasie che popolavano la mente dell'Ariosto nell'attività di componimento. Quando davanti ai suoi occhi si spalancavano campi di battaglia e si agitavano duelli.

In cerca delle possibili fonti iconografiche, delle muse di un così prodigioso esercizio, i curatori Guido Beltramini e Adolfo Tura, con la consulenza di un comitato scientifico di studiosi del poema e di storici dell'arte, e con il sostegno di grandi musei del mondo, hanno dato vita ad un viaggio nelle visioni ariostesche rintracciando capolavori di grandi artisti contemporanei del poema.
Al richiamo del corno di Roncisvalle hanno risposto opere come la Scena di Battaglia diLeonardo, Il Gattamelata di Giorgione, l'Andromeda liberata da Perseo di Piero di Cosimo che ispirò il salvataggio di Angelica dalle spire del drago, la Minerva caccia i vizi dal giardino delle virtù di Andrea Mantegna che dal Louvre verrà a testimoniare come le figure fantastiche che Ariosto vide nel camerino d’'Isabella d’'Este siano simili alle creature incontrate da Ruggero nel regno di Alcina. E ancora Baccanale degli Andrii di Tiziano, straordinaria concessione del Prado, e poi Raffaello e Michelangelo muse dei successivi rimaneggiamenti del poema trasformato dallo stesso Ariosto anche sul fronte linguistico con la bonifica del testo dai localismi.

LUDOVICA SANFELICE
21/04/2016

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