ARTE

ARTE (944)

TIZIANO RUBENS REMBRANDT. L’immagine femminile tra Cinquecento e Seicento. Tre capolavori dalla Scottish National Gallery di Edimburgo

Treviso, Museo di Santa Caterina
Dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017
Mostra curata e ideata da Marco Goldin

Comunicato Stampa

Tre capolavori di Tiziano, Rubens, Rembrandt
a comporre un omaggio personale di Marco Goldin ai visitatori
della grande mostra sulla Storia dell’impressionismo.
Per festeggiare i primi 20 anni di Linea d’ombra.

Accanto ai capolavori riuniti al Museo di Santa Caterina nella grande mostra sulla Storia dell’impressionismo, senza alcun costo aggiuntivo, i visitatori potranno godere di una piccola, superba mostra dossier composta da sole tre, eccezionali, opere.

Con Tiziano Rubens Rembrandt. L’immagine femminile tra Cinquecento e Seicento, Marco Goldin ha inteso offrire un suo personale omaggio e ringraziamento a chi, e sono oltre dieci milioni, ha visitato le mostre promosse da Linea d’ombra nei vent’anni di attività che si compiono proprio in occasione del grande ritorno del critico nella sua Treviso.
La mostra è promossa Linea d’ombra e Comune di Treviso – con la fondamentale partecipazione di Segafredo Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor, Generali come Special sponsor e Pinarello come sponsor partner.

Le tre tele, raffiguranti la Venere che sorge dal mare di Tiziano, il Banchetto di Erode di Rubens e Una donna nel letto di Rembrandt, provengono tutte dalla Scottish National Gallery di Edimburgo.

Non si tratta solamente di tre capolavori che brillano per oggettiva bellezza. Ma sono tre capolavori scelti da Marco Goldin perché rinviano, in modo preciso, al contenuto della mostra sulla Storia dell’impressionismo. Tiziano, Rubens, Rembrandt, proprio nel loro lavoro sulla figura femminile, hanno influenzato in modo evidente alcuni tra gli artisti francesi dell’Ottocento.

Come sempre nelle scelte di Goldin, a pesare assieme alla conoscenza sono due sentimenti: passione ed emozione. Anche in questo caso, davvero per lui “speciale”.

Per il ritorno nella sua città, Goldin non poteva non proporre un omaggio a Tiziano. A Treviso, nella Cappella Malchiostro del Duomo, è conservata l’Annunciazione dipinta dal maestro cadorino attorno al 1520, forse entro il 1523.

“Cercavo – annota Goldin - un segno nella mia città, per ricominciare. L’avevo trovato nel ricordo di questa grande tavola, nella quale la Madonna si dispone quasi timorosa, compresa nel segreto dell’anima, davanti all’angelo annunciante.
Allora ho pensato a come avrei potuto ricominciare da qui, da quel rosso della veste che si spande nello spazio reso spirito. Da quell’immagine di donna all’aprirsi del Cinquecento.
Ci ho pensato per un po’ e alla fine ho deciso. Avrei chiesto qualcosa, per i vent’anni di Linea d’ombra, come un regalo di compleanno, a uno dei musei che tra i primi mi diedero fiducia al tempo delle iniziali mostre di carattere internazionale proprio a Treviso: la Scottish National Gallery di Edimburgo. Ma non qualcosa tolta a caso da quella straordinaria collezione, una delle maggiori in Europa. Avrei chiesto al suo direttore di prestarmi tre straordinari capolavori, perché avevo in mente di creare, accanto alla vasta mostra sulla Storia dell’impressionismo, un breve percorso che si attaccasse da un lato al mio segno, e sogno, tizianesco nella cappella Malchiostro in Duomo e dall’altro al mio desiderio di raccontare l’immagine femminile nella pittura prima degli impressionisti. Ma con pittori che per gli impressionisti avessero avuto un senso.
E dapprincipio quindi − non poteva essere che così − quel dipinto di Tiziano che, se andate a Edimburgo, campeggia sulla copertina del libro con i capolavori del museo. E’ la Venere che sorge dal mare, da lui realizzata, guarda caso, negli stessi momenti in cui il canonico Broccardo Malchiostro gli commissionava l’Annunciazione del Duomo di Treviso. Quale migliore occasione, quindi, di legare un Tiziano che da secoli sta in città a una celeberrima tela che soltanto nel 2003 il museo di Edimburgo ha acquistato dalle favolose collezioni del Duca di Sutherland? Legare, nella visione tizianesca del mondo femminile, l’immagine sacra e spirituale di Maria con l’altra immagine, quella di Venere che sorge dall’acqua entro i confini di una bellezza diversa.
Ma poi la storia doveva proseguire con il Banchetto di Erode (1635/1638) di Rubens e Una donna nel letto (1647) di Rembrandt.
Il mio desiderio non era quindi solo quello di poter esporre, come “capolavori ospiti”, tre dipinti celeberrimi nell’intera storia dell’arte, ma anche, e soprattutto, comprendere poi i moti di anticipazione del ritratto femminile degli impressionisti, da Manet a Renoir a Fantin-Latour. Oppure quanto Rembrandt fosse interessato a Van Gogh. Ritratto femminile appunto compreso nella grande mostra sulla Storia dell’impressionismo.
A cominciare infatti da Tiziano − e il quadro con la Venere che sorge dal mare lo esprime con tutta la chiarezza possibile − grande fu l’influenza di questi artisti sui pittori francesi del XIX secolo, nel momento in cui si trovarono a dipingere ritratti e figure.
Sarà quindi, questa piccola ed esaltante mostra dossier, l’occasione per ulteriormente approfondire una delle questioni più affascinanti della pittura di tutti i tempi”.

Ogni informazione su www.lineadombra.it

Ufficio stampa: Studio Esseci di Sergio Campagnolo, 049.663499, www.studioesseci.net

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DA GUTTUSO A VEDOVA A SCHIFANO. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento

Treviso, Museo di Santa Caterina
Dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017
Mostra ideata e curata da Marco Goldin

Comunicato Stampa

55 artisti per 55 anni di storia della pittura in Italia.
In mostra a Treviso, a Santa Caterina


Da Guttuso a Vedova a Schifano. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento (Treviso, Museo di Santa Caterina, dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017) propone un percorso − attraverso la selezione di 55 importanti autori nati tra il secondo e il quarto decennio del XX secolo − della pittura italiana dall’anno che segue la chiusura della Seconda guerra mondiale per giungere precisamente all’anno 2000.

Da Guttuso a Vedova a Schifano. Il filo della pittura in Italia nel secondo Novecento affiancherà, nel museo trevigiano, la grande mostra sulla Storia dell’impressionismo e la raffinata mostra dossier sul “femminile” con opere di Tiziano, Rubens e Rembrandt.
L’esposizione è promossa Linea d’ombra e Comune di Treviso – con la fondamentale partecipazione di Segafredo Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor.

“Non la pura nozione di figurazione o astrazione o informale in questa mostra - anticipa Goldin. Pur se, ovviamente, a queste categorie la pittura italiana del secondo Novecento si è appoggiata. E l’esposizione ne traccia una pur utile comprensione. Ma il desiderio, quanto aperto, di un racconto che tenga insieme, perché gli anni furono gli stessi, l’opera di Guttuso con quella di Afro, quella di Music con quella di Turcato. Oppure quella di Zigaina con quella di Tancredi, quella di Ferroni con quella di Vedova. O ancora, quella di Guccione con quella di Novelli, quella di Schifano con quella di Ruggeri. Sono solo alcuni dei nomi celebri che fanno la gloria di questa lunga storia, che solo per dire di altri va da Morlotti a Scialoja, da Birolli a Pizzinato. E poi da Dorazio a Vespignani, da Bendini a Francese. E ancora da Olivieri a Sarnari, da Ruggero Savinio a Lavagnino. Un’occasione utilissima perché la pittura sia un racconto che si faccia storia. Senza paura di essere. Occasione che si disporrà come una sorta di tavola sinottica dal 1946 all’anno 2000. Per ognuno di questi anni - ecco dunque perché nel sottotitolo della mostra ho evocato il filo della pittura che si dipana - sceglierò un artista che con una sua opera importante rappresenterà quella data precisa. Alla fine a uscirne sarà, fino in fondo, un racconto che illustrerà il mezzo secolo considerato”.

“In occasione dei vent’anni dalla nascita di Linea d’ombra, non poteva mancare – continua il critico - una mostra sul secondo, grande tema che ha accompagnato molte rassegne da me curate e che hanno visto, appunto, Linea d’ombra quale veicolo organizzativo. Si tratta dello studio, sostanziato anche da decine e decine di cataloghi e libri, sulla pittura italiana del Novecento, e soprattutto quella della seconda parte del secolo.

Come sempre mi è capitato in tutti questi anni, non sarà la categorizzazione della pittura né la suddivisione insistita per generi a guidarmi. Quanto desidero emerga, all’insegna della libertà del racconto, è la comprensione di una ricchezza straordinaria che la pittura italiana ha avuto in quei decenni. Molto spesso, e certamente dopo lo spartiacque del Sessantotto, sommersa da ismi solo teoricamente più moderni, fino a quando, già nel nuovo secolo, la pittura è sembrata scomparire a favore di una diversa, e molto più evaporante, interpretazione non del reale ma dell’effimero trasformato in vacuissima arte.
La lingua che invece questa mostra vuole dire, è quella della compatibilità tra il quotidiano e una nota eterna e infinita che giunge ancora a noi dalla nobiltà della pittura antica. Senza che essa possa essere preda di alcun passatismo nostalgico. O diventare penoso substrato ideologico di reduci - i pittori - male in arnese e livorosi rispetto al corso diverso delle cose. Invece gioia di mostrare la bellezza, per riflettere non sulla resistenza di alcunché, né su una nostalgia da signorina Felicita. Invece riflettere sulla persistenza di quella poesia che si apre al mondo per la via di un segreto e di un mistero.”

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Ufficio stampa: Studio ESSECI di Sergio Campagnolo, tel. 049.663499, www.studioesseci.net

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MERAVIGLIE DELLO STATO DI CHU

Museo Nazionale Atestino di Este (PD), Museo Archeologico Nazionale,di Adria (RO), Museo d’arte orientale di Venezia

Dal 13 marzo al 25 settembre 2016
• Museo Nazionale Atestino di Este (PD)
• Museo Archeologico Nazionale di Adria (RO)
• Museo d’arte orientale di Venezia

Ideazione e organizzazione: Cultour Active
Coordinamento: Vincenzo Tinè, Daniele Ferrara, Simonetta Bonomi (MiBACT)
Curatori: Adriano Madaro e Wang Jichao
Promotori del progetto:
Comune di Este, Comune di Adria
MibacT - Polo Museale del Veneto e Soprintendenza Archeologia del Veneto
Con il contributo di: Fondazione Ca.Ri.Pa.Ro. e Regione del Veneto

Per la prima volta in Europa le testimonianze e la storia dell’antica civiltà dello Stato di Chu.
Due storie parallele nel tempo ma che si avverano a più di 8 mila chilometri di distanza: nelle antiche terre dei Veneti, tra Po e Adige, e lungo le sponde del Fiume Azzurro, in quella che poi sarà la Cina.

In questi fertili territori, nel millennio che precede l’era cristiana, si affacciano alla storia due grandi civiltà, capaci di proporre manufatti di straordinaria raffinatezza e di accogliere il meglio della cultura locale e dei popoli contemporanei.
Civiltà che diventeranno parte integrante e costituente di realtà molto più potenti: l’Impero Romano nel caso dei Veneti, il regno di Qin per il futuro Celeste Impero.

Un accordo tra Italia e Cina, e più precisamente tra Veneto e la Provincia cinese del Hubei, consente per la prima volta in Europa di scoprire le testimonianze, davvero magnifiche, della civiltà dell’antico Regno. Come, successivamente, una Mostra allestita al Museo Provinciale del Hubei, consentirà ai cinesi di avvicinarsi alla grande storia che precedette di secoli la nascita di Venezia.

A rendere del tutto eccezionale questo progetto (promosso, per parte italiana, dai Comuni di Este e di Adria, dalla Soprintendenza Archeologia del Veneto, dal Polo Museale del Veneto, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo e dalla Regione del Veneto) è l’esposizione dei “reperti ospiti” dal Museo Provinciale del Hubei accanto alle coeve testimonianze territoriali esposte nei Musei Nazionali Archeologici di Este e di Adria, sedi delle mostre.

Nato come piccolo regno militare, Chu si espanse al punto da diventare, sul finire del Periodo delle Primavere e degli Autunni (770 - 454 a.C.), una vera e propria potenza e visse il suo momento di massimo splendore nel successivo Periodo degli Stati Combattenti (453 - 221 a.C.).

L'impressionante qualità e stato di conservazione di reperti archeologici rinvenuti nella provincia di Hubei, cuore dello stato di Chu, in uno straordinario contesto archeologico di recente scoperta, testimonia come la supremazia del regno fosse culturale, prima ancora che militare.
Armi e giade che rappresentano i due punti estremi dello Stato di Chu: la supremazia terrena attraverso la guerra e il consenso celeste attraverso l'offerta del bene più prezioso.
Bronzi rituali ding e dui, indicatori della ricchezza e del prestigio della classe nobile. La loro forma, le fantasiose cesellature e le iscrizioni votive sottolineano la grande abilità degli artigiani di Chu, in continuità con la gloriosa tradizione dei bronzi Cinesi fin dalla più profonda antichità.
Lacche straordinarie sono tra gli oggetti più sorprendenti, solo se si pensa che esse sono di legno e che grazie alla laccatura ci sono giunte pressoché intatte dopo oltre due millenni e mezzo.
Persino strumenti musicali, parte di vere e proprie orchestre, sono segno di una padronanza dell’arte musicale senza eguali al mondo nel V secolo a.C. Le campane di bronzo niuzhong e yongzhong costituiscono senza dubbio i reperti più identificati con la cultura dell'epoca. La loro forma del tutto originale e la speciale lavorazione oltre a farne oggetti d'arte in sé sono espressione di eccezionali sperimentate conoscenze nel campo della musica.

La morfologia del vasellame rituale della Cina antica fornì il modello di riferimento per i contenitori bronzei dei secoli successivi. L’interazione con il passato è un tratto distintivo dell’immaginario intellettuale e artistico della cultura cinese. Durante la più tarda dinastia Qing (1644-1911) vennero infatti riproposti ding, guang, jué e i motivi decorativi che caratterizzavano i vasi tradizionali più antichi, sebbene arricchiti da maggior varietà esornativa e coloristica grazie al gioco di incrostazioni in oro e argento. Presso il Museo d’arte orientale di Venezia si conservano bronzi Qing che riprendono le antiche forme e testimoniano il gusto collezionistico della corte e dell’aristocrazia del XVIII e XIX secolo.

Dai corredi funerari di alcune tombe nobiliari, la direzione del Museo provinciale del Hubei nella città di Wuhan, ha scelto reperti di particolare interesse e bellezza che vanno a formare il "corpo" di questa Mostra, suddivisa in tre sedi, ma di concezione unica. Con l’organizzazione di Cultour Active, per la prima volta una Mostra di tesori archeologici sarà completamente rivisitata integrando l’allestimento espositivo in modo dinamico, multimediale e coinvolgendo il pubblico in un’esperienza multisensoriale.

Ufficio Stampa
Studio ESSECI di Sergio Campagnolo
Tel. 049663499
Referenti
Roberta Barbaro – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Simone Raddi – Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

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I NABIS, GAUGUIN E LA PITTURA ITALIANA D'AVANGUARDIA

Dal 17 settembre 2016 al 14 gennaio 2017


Da mare a mare, anzi da Oceano a Laguna, lungo percorsi che si sono dipanati, intrecciati, fusi in giro per tutta l’Europa. Questa è la grande avventura d’arte che descrive l’affascinante mostra che Giandomenico Romanelli ha deciso, su invito della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, di raccontare al pubblico di Palazzo Roverella, a partire dal 17 settembre 2016.

Già il titolo “I Nabis, Gauguin e la pittura italiana d’avanguardia” offre l’idea di un percorso di colore e di emozioni; unitario eppure variegato, fitto di storie che sono diventate leggende, anticipatore di tendenze e di mode. E non solo nel campo dell’arte.

Un centinaio di opere, molte conosciute, altre da scoprire, quattro grandi “isole” e tanto, tanto colore. Sarà una mostra di emozioni. E di storie intense. Storie di artisti in fuga, da città, da legami, da loro stessi, in molti casi. Che trovano rifugio in riva al mare, quello potente della Manica o quello dolce e casalingo della Laguna veneziana. Quasi fossero alla ricerca del valore purificatore dell’acqua e degli elementi naturali.

A Pont Aven, sulla costa della Bretagna, Paul Gauguin giunse nel febbraio del 1888. Vi era già stato per un breve soggiorno due estati prima. Il sodalizio con Van Gogh nel frattempo era finito, l’olandese aveva scelto il sud della Francia, lui la Bretagna. Qui si era andato formando un eden primitivo e quasi incontaminato, popolato da una comunità internazionale di giovani artisti che, dipingendo spesso insieme, traevano ispirazione dal paesaggio e dalle loro comuni esperienze e riflessioni.

Alla loro ricerca sottendevano tensioni intellettuali. Molti cercavano la semplicità, nella vita così come nell’arte. Una semplicità fortemente creativa, decantata dai fumi tardo-impressionisti, tesa all’essenziale. Profeti di un nuovo che attingeva ad un primigenio, all’essenza. Pur in una visione assolutamente soggettiva della realtà e della natura essi cercavano anche di coglierne i significati simbolici nascosti.

Il linguaggio espressivo e antinaturalistico del gruppo entrò anche in contatto con le poetiche del primitivismo e dell’esotismo assai in voga nell'Europa di fine Ottocento. Confluì in varie correnti artistiche e ne influenzò nascita e caratteri. 
Su tutti spicca l'esperienza parigina dei Profeti, o meglio Nabis, dall’antico ebraico. Fu una stagione straordinaria: essa segnò davvero la nascita dell'arte moderna. Liberi dal naturalismo e dalla 'imitazione' della realtà, i Nabis crearono un linguaggio pittorico nuovo: colori intensi, profili marcati, rinuncia al dettaglio, esplosione di emozioni violente. Sarà una pittura sintetica ed elementare, frutto di una semplificazione fino all'essenziale (donde la definizione di Sintetisti per un gruppo di loro). Da questa visione uscirà l'esperienza dei Fauves e via via sino all’Art Nouveau, all'Espressionismo e all’astrazione.

Questi stimoli innovativi contaminarono l’Europa, senza tralasciare l’Italia. Ed è proprio sul versante nazionale che si concentra la seconda parte di questa magnifica rassegna.

La “stagione bretone” dell’arte italiana tra gli anni ’80 dell’Ottocento e i primi decenni del secolo successivo è ben individuabile. La si incontra in diversi artisti, o meglio in precise fasi della loro produzione.
Sono pittori che in molti casi hanno vissuto a Parigi e che nella capitale francese, o comunque oltralpe, hanno acquisito caratteri e cadenze linguistiche di inequivocabile qualificazione gauguiniana a Pont–Aven. 

Non a caso la rassegna continua con Gino Rossi e la sua Burano. Rossi, uomo e artista pregno di illuminazioni e di tenebre, “straordinario campo di forze, di polarita’, di tensioni, di urgenze e di riflessioni”. E, con lui, il grande Arturo Martini e il gruppo gravitante su Ca' Pesaro.

Gauguin e Rossi, due storie lontanissime eppure vicine: il primo conquistato, catturato e tragicamente sedotto dai paradisi tahitiani, il secondo scivolato in un fulminante itinerario sin dentro i gironi d’inferno di un manicomio di provincia.
Eppure capaci, entrambi, di una pittura dove la semplicita’ è purezza primigenia e insieme ingenuita’, affinamento alchemico e traduzione di un pensiero filosofico cristallino, lucido e tragicamente fragile.

L'ultima parte della rassegna è un grande capitolo dedicato agli eredi di questo universo artistico. Il Sintetismo, calato nella nuova sensibilità borghese e moderna grazie a protagonisti come Paul Sérusier, Émile Bernard, Paul Elie Ranson, Maurice Denis e gli svizzeri Cuno Amiet e Felix Vallotton (presenti in mostra con celebri capolavori), vive una stagione straordinaria anche in Italia: Felice Casorati, Oscar Ghiglia, Cagnaccio di SanPietro, Mario Cavaglieri. 
Sarà una scoperta per molti poter leggere sotto una nuova luce e grazie a un insolito e rivelatore punto di vista opere e artisti in grado di affacciarsi senza complessi d'inferiorità sul palcoscenico dell'arte mondiale in anni di rivoluzionarie esperienze culturali e morali.
Info: www.palazzoroverella.com

Relazioni con i media: 
dott.ssa Alessandra Veronese – Responsabile
dott. Giovanni Cocco
Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo
Telefono: 049 8234800 

Ufficio Stampa: STUDIO ESSECI – Sergio Campagnolo 
Tel. 049 663499; www.studioesseci.net; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., referente Simone Raddi

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DOMON KEN PORTA IL GIAPPONE ALL'ARA PACIS

Roma - A servirla su un piatto d'argento è il programma che celebra il 150° anniversario del primo Trattato di Amicizia e Commercio, firmato il 25 agosto 1866, tra Italia e Giappone, per dare inizio ai rapporti diplomatici tra i due Paesi. In quest'ambito nasce la la mostra "Domon Ken. Il Maestro del Realismo Giapponese" che nel Museo dell'Ara Pacis, anche se risulta incredibile, allestisce la prima mostra monografica mai realizzata fuori dai confini giapponesi su uno dei padri della cultura nipponica contemporanea.

Attraverso un corpus monumentale di circa 150 fotografie, in bianco e nero e a colori, scattate tra gli anni Venti e gli anni Settanta del Novecento, l'esposizione nuota come una carpa tra le correnti agitate del secolo attraversando le due Guerre e tirando ancoraggi tra fotogiornalismo e fotografia di propaganda per poi immergersi negli abissi del dramma di Hiroshima a cui Domon Ken rispose come ad un dovere umanitario inclinando le sue cronache verso un realismo sociale e costruendo nel suo reportage la prima grande opera moderna del Giappone.

Il percorso, curato dalla professoressa Rossella Menegazzo, docente di Storia dell’Arte dell’Asia Orientale all’Università degli Studi di Milano e dal Maestro Takeshi Fujimori, direttore artistico del Ken Domon Museum of Photography, racconta per tematiche di come il maestro tracciò in tal modo un solco nella storia della fotografia giapponese del dopoguerra aprendo la via del realismo e posando la pietra su cui edificare la produzione fotografica dei decenni a seguire.

Con un atteggiamento neutrale, Domon Ken depurò le sue istantanee da ogni drammaticità allo scopo di restituire una sintesi cristallina e diretta della connessione tra macchina e soggetto. E i suoi soggetti li andò a cercare nella vita quotidiana, osservando la società, le sue spinte, le sue tradizioni, a testimoniare "i destini della gente, la rabbia, la tristezza, la gioia del popolo giapponese”.

di Ludovica Sanfelice

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L'ARTISTA JR FA SPARIRE LA PIRAMIDE DEL LOUVRE

Mondo - Capiterà di notare un particolare affollamento davanti alla Piramide del Louvre in questi giorni, tenete presente che non si tratta della coda per accedere al Museo. Qui ci si dispone ordinatamente in fila per scattare una foto e testimoniare la scomparsa improvvisa dell'iconica struttura in ferro e vetro progettata da Ieoh Ming Pei e inaugurata nel 1989.

In realtà la Piramide è stata solo nascosta, incartata dallo street artist JR (su Twitter @JRart) in una colossale illusione ottica che ne camuffa la presenza in pieno giorno. Il fotografo graffitaro, su invito del Louvre, ha infatti creato una stupefacente installazione collage avvolgendo integralmente il monumento in una maxi fotografia che riproduce l'immagine del palazzo del Louvre confondendo la struttura con lo sfondo alle sue spalle.

L'opera dall'esotico scheletro, quando fu ideata e collocata nello spiazzo antistante il Museo, come spesso accade (non si sa il polverone che si levò per il Pompidou), divenne oggetto di scherno, polemiche e secchi rifiuti, ma poi, come altrettanto spesso succede, nel corso degli anni ha finito per assumere il carattere nobile di un classico divenendo simbolo di Parigi e dell'intero complesso museale. L'artista, come un prestigiatore, gioca con quella tempestosa accoglienza ed evoca attraverso il ricordo e la fantasia le sembianze che il Louvre avrebbe in sua assenza.

C'è tempo fino al 27 giugno per ammirare l'incantesimo.

 

di Ludovica Sanfelice

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LE IDEE DI SOL LEWITT IN MOSTRA A MILANO

DAL 24 MAGGIO AL 25 NOVEMBRE 2016
Milano - Sol LeWitt, padre di quell'arte concettuale in cui l'idea trionfa sull'esecuzione, sarà protagonista a Milano di un'esposizione che tra gouache, acquerelli e disegni, presenterà 34 opere su carta e tre progetti per i celebri Wall Drawings che caratterizzano la sua produzione.

Proprio i Wall drawings, poi realizzati dai suoi assistenti, costituiscono un'espressione formidabile dell'arte LeWittiana e del ruolo secondario assegnato all'oggetto e alla realizzazione rispetto al primato dell'idea. Lo sviluppo per quanto complesso è in effetti una conseguenza del pensiero.

La visione rigorosa e molto schematica che l'artista americano aveva dell'opera e il dialogo ingaggiato con la mente del suo pubblico piuttosto che con le sue emozioni saranno dunque il terreno su cui spiegherà il volo la ricognizione dello Studio Giangaleazzo Visconti a Milano che dal 24 maggio, inseguendo le lineei, le geometrie, i volumi, le curve e i moduli di Lewitt risalirà dal rettangolo di Folded Paper (1971) fino alle grandi figure di solidi irregolari di Geometric Figures (1997) che nell’uso astratto e matematico del colore stabiliscono rapporti con la pittura di Piero della Francesca, per concludere con le ondulazioni e i grovigli gettati come fondamenta alla base di interventi pubblici per l’Ambasciata Americana alla Porta di Brandeburgo a Berlino o per la Metropolitana di Napoli.

di Ludovica Sanfelice

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MARCHI E LOGHI AI TEMPI DELL'ANTICA ROMA

DAL 13 MAGGIO AL 20 NOVEMBRE

Roma - Quando si parla di loghi, marchi e firme l’associazione spontanea conduce ad un sistema produttivo e culturale dell’era moderna. La necessità di siglare la merce e gli oggetti con un segno d’identità ha però radici molto più antiche. Lo racconta la mostra “MADE in Roma. Marchi di produzione e di possesso nella società antica” che dal 13 maggio al 20 novembre richiamerà al Museo dei Fori Imperiali nei Mercati di Traiano preziose testimonianze della pratica di marcare con signa manufatti, derrate e persino persone se pensiamo ai soldati o agli schiavi.

Avvalendosi di prestiti di musei come l’Archeologico di Aquileia, il Römisch-Germanisches Museum di Colonia, e l’Arheološki muzej di Spalato la mostra esplorerà il sistema di simboli che caratterizzò i commerci nel periodo della Pax augustea quando le diverse regioni dell’Impero espansero e regolarono gli scambi all’interno di un’organizzazione comune.

Con l’ausilio di apparati multimediali e un calendario di attività didattiche, la mostra illustra la natura industriale del marchio, il suo carattere identificativo, il suo valore in termini di memoria, il suo impiego nella guerra. Senza lasciarsi sfuggire l’occasione, nella sezione conclusiva, di spiegare come il concetto di marchio sia giunto ai giorni nostri.

di Ludovica Sanfelice

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/notizie/roma/marchi-e-loghi-ai-tempi-dell-antica-roma-11737

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I BIZZARRI PERSONAGGI CHE POPOLAVANO LA CORTE MEDICEA IN MOSTRA A PALAZZO PITTI

Firenze - La Galleria Palatina apre la botola dei suoi depositi sciogliendo le briglie di un chiassoso gruppo di buffoni, villani, nani e comici. Figure marginali, grottesche e silvane cariche di gioiosa malinconia venute a raccontare gli aspetti meno nobili e fuor d'etichetta della vita sociale e di corte.

Attraverso la pittura e la scultura di genere tesa a ritrarre il rovescio della medaglia, spesso con intenzioni morali o didascaliche, si spalanca una finestra su un universo variopinto, bizzarro e ludico popolato di personaggi che si muovevano al seguito di granduchesse e principesse. Un tema ricorrente nelle collezioni medicee adesso raccolto in un percorso allestito nell'Andito Palazzo Pitti fino all'11 settembre e in un secondo itinerario tracciato nel Giardino di Boboli dove dove si assiepano sculture curiose come la fontana del Cioli con il suo nano Barbino a cavallo di una tartaruga.

Oltre ai lavori conservati nei depositi citati la mostra a cura di Anna Bisceglia, Matteo Ceriana e Simona Mammana conterà su contributi della Galleria delle Statue e delle Pitture di Firenze radunando una trentina di opere del Seicento e del Settecento metà delle quali restaurate in occasione dell'esposizione e firmate anche da artisti di notevole caratura come Giambologna, Suttermans, Gabbiani e Bronzino.

di L. Sanfelice

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/notizie/firenze/i-bizzarri-personaggi-che-popolavano-la-corte-medicea-in-mostra-a-palazzo-pitti-11761

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GIANNI BERENGO GARDIN. "VERA FOTOGRAFIA". REPORTAGE, IMMAGINI, INCONTRI

Dal 19 Maggio 2016 al 28 Agosto 2016
ROMA
LUOGO: Palazzo delle Esposizioni

CURATORI: Alessandra Mammì, Alessandra Mauro

ENTI PROMOTORI:
Roma Capitale
Azienda Speciale Palaexpo
In collaborazione con Contrasto e Forma Fotografia

COSTO DEL BIGLIETTO: intero € 12,50, ridotto € 10, ridotto 7/18 anni € 6, gratuito fino a 6 anni, scuole € 4 per studente con prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole. Ingresso gratuito per gli under 30 il primo mercoledì del mese dalle 14 alle 19

SITO UFFICIALE: http://www.palazzoesposizioni.it

COMUNICATO STAMPA:
"Vera fotografia” intende ripercorrere la lunga carriera di Gianni Berengo Gardin (Santa Margherita Ligure 1930), il fotografo che forse più di ogni altro ha raccontato il nostro tempo e il nostro paese in questi ultimi cinquant'anni. La sua vita e il suo lavoro costituiscono una scelta di campo, chiara e definita: fotografo di documentazione sempre, a tutto tondo e completamente.

In mostra saranno esposti i suoi principali reportage. Accanto alle celebri immagini, ve ne saranno altre poco viste, addirittura inedite in modo da offrire nuove chiavi di lettura per comprendere il suo lavoro e, attraverso questo, il ruolo di visione consapevole della realtà che una “vera fotografia” può offrire.
Essere fotografi per Berengo Gardin significa assumere il ruolo di osservatore e scegliere un atteggiamento di ascolto partecipe di fronte alla realtà, così come hanno fatto i grandi autori di documentazione del Novecento. In questi anni, del resto, l’autore è stato sempre in prima linea per raccontare, come avrebbe detto il sociologo e fotografo statunitense, Lewis Hine, quel che doveva essere cambiato, quel che doveva essere celebrato. Con la sua macchina fotografica si è concentrato a lungo soprattutto sull’Italia, sul mondo del lavoro, la sua fisionomia, i suoi cambiamenti, registrati come farebbe un sismografo. Oppure sulla condizione della donna, osservata da nord a sud, cogliendo le sue rinunce, le aspettative e la sua emancipazione. O sul mondo a parte degli zingari, cui l’autore ha dedicato molto tempo, molto amore e molti libri. “Quando fotografo - ha detto Berengo Gardin - amo spostarmi, muovermi. Non dico danzare come faceva Cartier-Bresson, ma insomma cerco anch’io di non essere molto visibile. Quando devo raccontare una storia, cerco sempre di partire dall’esterno: mostrare dov’è e com’è fatto un paese, entrare nelle strade, poi nei negozi, nelle case e fotografare gli oggetti. Il filo è quello; si tratta di un percorso logico, normale, buono per scoprire un villaggio ma anche, una città, una nazione. Buono per conoscere l’uomo”.

Rispettando la successione temporale dei reportage realizzati nel corso della lunga carriera di Berengo Gardin, la mostra sarà divisa in sei ampie sezioni intrecciate tra loro in un unico percorso: Venezia; Milano e il lavoro; Manicomi, zingari e foto di protesta; Italia e ritratti; Le donne; Visioni del mondo: paesaggi e Grandi Navi.

Gianni Berengo Gardin è nato a Santa Margherita Ligure nel 1930. Dopo essersi trasferito a Milano si è dedicato principalmente alla fotografia di reportage, all’indagine sociale, alla documentazione di architettura e alla descrizione ambientale. Nel 1979 ha iniziato la collaborazione con Renzo Piano, per il quale ha documentata le fasi di realizzazione dei progetti architettonici. Nel 1995 ha vinto il Leica Oskar Barnack Award. È molto impegnato nella pubblicazione di libri (oltre 250) e nel settore delle mostre (oltre 200 individuali). Contrasto ha pubblicato di recente Il libro dei libri (2014) che raccoglie tutti i volumi realizzati dal maestro della fotografia (oltre 250), Manicomi (2015) e Venezia e le grandi navi (2015). L’intera produzione e l’archivio di Gianni Berengo Gardin sono gestiti da Fondazione Forma per la Fotografia di Milano.

Per maggiori informazioni: http://www.arte.it/calendario-arte/roma/mostra-gianni-berengo-gardin-vera-fotografia-reportage-immagini-incontri-27687

 

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