ARTE

ARTE (940)

I NUOVI RITRATTI DI ANNIE LEIBOVITZ ATTESI A MILANO

DAL 9 SETTEMBRE AL 2 OTTOBRE

Milano - Si intitola "Women: New Portraits" e presenta i più recenti scatti commissionati dal gruppo bancario svizzero UBS alla fotografa Annie Leibovitz per il progetto "Women", una collezione di ritratti nata circa vent'anni anni da una collaborazione tra la fotografa e Susan Sontag e sviluppata come un racconto in progress. Il suo obiettivo infatti è riflettere l'evoluzione della condizione femminile nella società contemporanea attraverso le immagini di donne che hanno conseguito risultati d'eccelleza in diversi settori, dall'arte alla musica, dalla politica alla filantropia, perchè siano di ispirazione e stimolo per tutti.

In mostra a Milano dal 9 settembre presso gli spazi di Fabbrica Orobia 15, nell'ambito di un tour mondiale, l'ultimo "aggiornamento" del progetto sarà accompagnato da lavori della prima edizione e da alcuni scatti ancora inediti.

Inoltre, parallelamente, sarà portata avanti un'intensa attività didattica con programmi di apprendimento aperti alla città e attraverso collaborazioni con con gli studenti di fotografia dell'Accademia di Belle Arti di Brera, dello IED Istituto Europeo di Design e dell'IIF Istituto Italiano di Fotografia. E nei weekend verranno proposti dei laboratori gratuiti anche per le famiglie.

di Ludovica Sanfelice

Per approfondimenti:
Guida d'arte di Milano

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BURRI E SCIANNA ALLA CASA DEI TRE OCI

DAL 26 AGOSTO 2016 ALL'8 GENNAIO 2017

Venezia - La Casa dei Tre Oci alla Giudecca presenta dal 26 agosto due percorsi espositivi che pur nel segno dell'autonomia, si disporranno lungo un percorso coerente. Dal pianterreno al secondo piano i visitatori potranno così approfondire la conoscenza di due indiscussi giganti della fotografia del Novecento, entrambi membri della grande agenzia fotografica Magnum.

Si comincia con 100 opere di René Burri che sotto il titolo "Utopia" per la prima volta riuniranno un ricco corpus dedicato all'architettura in cui confluiranno scatti di edifici e ritratti di grandi architetti come . Una mostra proposta in contemporanea con la Biennale di Architettura diretta da Alejandro Aravena con cui Burri condivide la concezione dell’architettura come strumento politico e sociale.

All'ultimo piano, troverà invece temporanea collocazione l'opera di Ferdinando Scianna, uno dei più importanti fotografi italiani a cui la Fondazione Venezia ha commissionato un lavoro in occasione dei 500 anni della nascita del Ghetto di Venezia con l'obiettivo di documentare la dimensione contemporanea del quartiere. Un reportage di street photography che mescola ritratti, scene quotidiane, interni di case e luoghi di culto, e oscilla tra tempo presente e momoria collettiva.

L.SANFELICE
17/08/2016


Consulta anche:
Guida d'arte di Venezia
Il Ghetto di Venezia in mostra
I nuovi orizzonti della Biennale di Venezia 2016

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ITALIA POP. L’arte negli anni del boom

Mamiano di Traversetolo - Parma, Fondazione Magnani Rocca
Dal 10 settembre all' 11 dicembre 2016

Invasione Pop alla Villa dei Capolavori!

Dal 10 settembre all'11 dicembre 2016 la Fondazione Magnani Rocca, presso Parma, ospita una grande mostra sulla Pop Art italiana, composta da circa settanta opere provenienti da importanti istituzioni pubbliche e prestigiose collezioni private.

La mostra intende fornire una lettura articolata e innovativa delle vicende che hanno portato alla nascita e alla diffusione di una “via italiana” alla Pop Art, pienamente in sintonia con le analoghe esperienze maturate in ambito internazionale e al tempo stesso linguisticamente autonoma rispetto ai modelli statunitensi ed europei del periodo.

Per evidenziare la specificità della declinazione italiana della Pop, la mostra prende avvio con due opere esemplari provenienti dalle stesse collezioni della Fondazione, una ‘Piazza d'Italia’ di Giorgio de Chirico e un ‘Sacco’ di Alberto Burri, due fonti primarie, storiche, dell'approccio italiano alla contemporaneità, alla figurazione e all'oggetto. Non a caso, d'altra parte, inizialmente la critica aveva parlato di una stagione “neo-metafisica” a proposito dell'opera di autori come Mario Schifano o Tano Festa, e lo stesso Schifano, come è noto, omaggerà esplicitamente Giacomo Balla e il Futurismo in due serie pittoriche centrali nello sviluppo del suo percorso.

La mostra procede poi con quelli che si possono considerare i precursori del linguaggio Pop propriamente detto, una serie di autori che, a partire dagli anni dell'immediato secondo dopoguerra hanno affrontato i temi del nuovo paesaggio visivo in un paese che andava uscendo dai traumi della guerra e aprendosi a nuovi, inediti stili di vita, capaci di generare naturalmente anche nuove immagini: Gianni Bertini, Enrico Baj, Mimmo Rotella, Fabio Mauri, hanno saputo cogliere per primi la nuova temperie culturale, il nuovo clima anche sociale che andava maturando negli anni Cinquanta, e le loro opere si pongono, stilisticamente e temporalmente, a fianco di quelle dei neo-dadaisti statunitensi come Jasper Johns e Robert Rauschenberg o dei coevi esponenti del francese “Nouveau Rèalisme”. Assieme a loro, alla fine degli anni Cinquanta anche autori come Schifano, Renato Mambor, Gianfranco Baruchello riflettono sui temi dello schermo e dell'oggettualità della pittura, ponendo le basi per lo sviluppo della vera e propria stagione d'oro della Pop Art italiana tra il 1960 e il 1966.

Un momento di straordinario fervore artistico che investe l'intera penisola, che ha i suoi centri nevralgici nelle città di Milano e di Roma, ma che trova luoghi di diffusione estremamente significativi anche a Torino e in Toscana, per non citare che i centri dove maggiore è l'incidenza di tale tendenza sulla scena artistica. In questa sezione si vedranno quindi i capolavori di Mimmo Rotella ed Enrico Baj, degli autori romani riuniti sotto l'etichetta di “Scuola di Piazza del Popolo”, i già citati Schifano, Festa, Mambor, Mauri e poi Franco Angeli, Umberto Bignardi, Mario Ceroli, Giosetta Fioroni, Sergio Lombardo, Cesare Tacchi, Claudio Cintoli, le opere degli artisti operanti a Milano come Valerio Adami, Lucio Del Pezzo, Emilio Tadini, Antonio Fomez, i torinesi Piero Gilardi, Aldo Mondino, Michelangelo Pistoletto, i toscani Roberto Barni, Adolfo Natalini, Gianni Ruffi, Roberto Malquori.

Una lettura che si conclude con la presentazione di un altro fenomeno cruciale nell'evoluzione del linguaggio Pop in Italia, vale a dire quella declinazione che, a partire dal 1966 e almeno fino ai primi anni Settanta utilizza le immagini e gli stilemi della cultura di massa per realizzare un'arte esplicitamente politica, che riflette il nuovo clima sociale diffuso in tutto il mondo alla fine del decennio: in questa sezione si trovano opere di alcuni autori presenti in quelle precedenti come Schifano, Angeli, Bertini, ma soprattutto degli esponenti di quella ”figurazione critica” - come Giangiacomo Spadari, Paolo Baratella, Fernando De Filippi, Sergio Sarri, Umberto Mariani, Bruno di Bello o Franco Sarnari - che si rivelano oggi come un'ulteriore, originale contributo italiano alla diffusione del “popism” in ambito internazionale.

Ciò che rende questa mostra un autentico unicum, irripetibile nel panorama espositivo non solo nazionale, è la possibilità di vedere una serie di sculture nelle straordinarie sale della Villa dei Capolavori, la dimora storica di Luigi Magnani, artefice della Fondazione Magnani Rocca: gli animali in metacrilato di Gino Marotta, le sculture di Pino Pascali, i legni di Mario Ceroli, la “Prima televisione a colori” di Gianni Ruffi dialogano con gli arredi e i dipinti della Fondazione, in un sorprendente confronto tra il mondo classico e la cultura popolare degli anni Sessanta. Anche uno splendido e rarissimo quadro di Domenico Gnoli, grande artista morto giovanissimo, proveniente da un'importante collezione privata, entra in dialogo con capolavori della pittura antica della Fondazione.

In mostra, accompagnano le opere pittoriche e scultoree alcuni significativi pezzi di design dell'epoca, oltre a rimandi all’editoria e alla discografia, che permettono allo spettatore di immergersi appieno nel clima culturale del periodo, momento cruciale di svecchiamento della cultura italiana in chiave internazionale, al confronto diretto con la nuova cultura di massa, analizzata in quegli stessi anni da grandi intellettuali attivi nel nostro paese come Pier Paolo Pasolini o Umberto Eco.

La mostra, curata da Stefano Roffi e Walter Guadagnini – già autore di storiche ricognizioni sull'argomento come “Pop Art UK 1956-1972”, “Pop Art Italia 1958-1968”, entrambe alla Galleria Civica di Modena, “Pop Art 1956-1968” alle Scuderie del Quirinale a Roma, nonché di numerose personali dedicate ai protagonisti del movimento – è accompagnata da un catalogo edito da Silvana Editoriale, contenente i saggi dei curatori e di altri studiosi, oltre alla riproduzione di tutte le opere esposte.

ITALIA POP. L’arte negli anni del boom
Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma).
Dal 10 settembre all’11 dicembre 2016. Aperto anche tutti i festivi. Orario: dal martedì al venerdì continuato 10-18 (la biglietteria chiude alle 17) – sabato, domenica e festivi continuato 10-19 (la biglietteria chiude alle 18).
Ingresso: € 10,00 valido anche per le raccolte permanenti - € 5,00 per le scuole.
Informazioni e prenotazioni gruppi: tel. 0521 848327 / 848148 Fax 0521 848337 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.magnanirocca.it
Il martedì ore 15.30 e la domenica ore 16, visita alla mostra con guida specializzata; non occorre prenotare, basta presentarsi alla biglietteria; costo € 13,00 (ingresso e guida).
Mostra e Catalogo (Silvana Editoriale) a cura di Walter Guadagnini e Stefano Roffi,
saggi in catalogo di Antonio Carnevale, Mauro Carrera, Walter Guadagnini, Gaspare Luigi Marcone, Stefano Roffi, Alberto Zanchetta.

Ufficio Stampa: Studio ESSECI, Stefania Bertelli Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. tel. 049 663499

La mostra è realizzata grazie a: FONDAZIONE CARIPARMA, CARIPARMA CRÉDIT AGRICOLE.
Media partner: Gazzetta di Parma, Kreativehouse.
Sponsor tecnici: Angeli Cornici, AON SpA – Fine Arts, Jewellery & Private Solutions Specialty, Fattorie Canossa,
Gufram, Società per la Mobilità e il Trasporto Pubblico.

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LA GEOGRAFIA SERVE A FARE LA GUERRA? Mappe e arte in mostra

Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche
Dal 6 novembre 2016 al 19 febbraio 2017


Comunicato Stampa

La geografia serve a fare la guerra? È l’interrogativo che si pone la mostra della Fondazione Benetton Studi Ricerche, a cura di Massimo Rossi, in calendario negli spazi Bomben di Treviso da domenica 6 novembre 2016 a domenica 19 febbraio 2017, con inaugurazione sabato 5 novembre alle ore 18. L’esposizione si avvale della partnership di Fabrica, che ha curato l’allestimento e il progetto grafico, e della collaborazione e del patrocinio della Regione del Veneto-Assessorato alla cultura.
Mappe, atlanti e opere d’arte racconteranno, attraverso tre percorsi strettamente legati e continuamente in dialogo, la grande forza comunicativa e persuasiva delle carte geografiche.

Le mappe sono un potente mezzo di comunicazione non verbale e il contesto delle celebrazioni della Grande Guerra offre un valido pretesto per indagare sulla loro capacità di influenzare l’opinione pubblica quando assecondano il punto di vista degli Stati Maggiori. Per questo il percorso espositivo si concentra sul periodo storico che va dalla fine dell’Ottocento agli inizi del Novecento, ma parte dall’antichità e arriva ai giorni nostri per raccontare anche un’altra geografia possibile, non per forza asservita alle logiche militari.

La mostra si apre con la sezione Rocce e acque, in cui vedremo come con un semplice e perentorio segno – il confine naturale – le mappe indurranno monti e fiumi a diventare strumenti capaci di separare e dare forma fisica a gruppi etnici, linguistici, nazioni per trasformarli da “espressione geografica” a stati. La seconda sezione, Segni umani, si occuperà di raccontare l’uso del sapere geografico a fini propagandistici per trasmettere con forza l’idea di nazione ancora prima della sua ufficiale proclamazione politica. La terza parte, Carte da guerra, porrà l’accento sulla coesistenza di due approcci culturali apparentemente inconciliabili, nel contesto della Prima guerra mondiale: simboli grafici per significare la smisurata industria bellica disseminata sul fronte del Piave, insieme a segni che testimoniano la presenza di migliaia di colombi viaggiatori che volando imprendibili ad alta quota e percorrendo grandi distanze in breve tempo, informano e trasmettono ordini. Mortai da 305 mm che esplodono proiettili di 400 kg alti come un uomo, e palloni frenati sospesi a centinaia di metri dal suolo «che in lunga fila si dondolano nell’azzurro lungo il corso del Piave» come racconterà lo scrittore-tenente Fritz Weber, nemico sulla riva opposta.

In mostra apprezzeremo la capacità delle carte di mettere ordine a un mondo altrimenti caotico, per renderlo più comprensibile e familiare, distinguendo gli oggetti, ma soprattutto nominando i luoghi per consentirci di riconoscerli, uno a uno. In tutte le epoche le mappe, prodotti sociali e umani per eccellenza, hanno raccontato i luoghi anche attraverso i toponimi esercitando su di essi un potere a volte aggressivo. Specialmente quando hanno alterato la grafia originaria di nomi secolari o addirittura quando questi ultimi sono stati sostituiti da altri di nuovo conio per farli corrispondere ai più recenti dominatori: l’olandese Niew Amsterdam diventa l’inglese New York; la tedesca Karfreit muta nell’italiana Caporetto per divenire la slovena Kobarid; l’asburgica Sterzing diventa la romanizzata Vipiteno. O ancora per rispondere a impellenti urgenze sociali e dar voce a speranze territoriali prima inespresse: “Alto Adige”, “Venezia Tridentina”, “Venezia Giulia”, o semplicemente, nel caso di un fiume, cambiandone il genere.

La secolare Piave degli zattieri cambia sesso nel 1918 per offrire maggiore resistenza virile all’invasione austriaca e diventa “Il Piave” per rassicurare l’immaginario collettivo della giovane nazione italiana.

Ma è proprio vero che La geografia serve a fare la guerra? Certo, senza geografia le guerre non sarebbero nemmeno immaginabili, ma a fare la guerra è sempre l’uomo che per raggiungere i suoi obiettivi è disposto a utilizzare tutti i saperi disponibili come quelli della fisica, della chimica, della geometria o della matematica.
Questa mostra parla anche di un’altra geografia possibile, una geografia necessaria per riflettere e agire sul mondo quando proviamo a osservarlo dall’alto sfogliando le pagine dell’atlante rinascimentale di Abramo Ortelio che adotta il medesimo punto di vista di Dio, o contemplando The Blue Marble, la prima fotografia del pianeta terra vista dall’obiettivo degli astronauti dell’Apollo 17. Una geografia che moltiplica le sue potenzialità ogni volta che un artista decide di dialogare con una carta geografica – e in mostra saranno esposti tappeti geografici e alcune opere di artisti contemporanei.
Ma soprattutto si potrà riflettere su un’altra geografia in grado di insegnarci a conoscere e progettare i luoghi attraverso un ininterrotto dialogo con i processi storici e di persuaderci con l’esempio di due autorevoli testimoni di un secolo fa, il geografo Cesare Battisti e lo storico Gaetano Salvemini, che «non esistono confini politici naturali, perché tutti i confini politici sono artificiali, cioè creati dalla coscienza e dalla volontà dell’uomo».

L’allestimento che Fabrica propone è un viaggio esperienziale, alla scoperta delle diverse mappe geografiche e dei luoghi che le hanno ispirate, attraverso la creazione di ambienti che coinvolgono il pubblico a percorrerli, a interagire con essi. Elementi dal design lineare e pulito, essenziali per valorizzare al meglio i pezzi in mostra, insieme a una grafica che reinterpreta in una chiave contemporanea gli elementi della cartografia tradizionale.
L’intero progetto della mostra – allestimento e comunicazione – si combina con gli spazi di Palazzo Bomben, ricco di affreschi e di storia, in un dialogo di reciproca valorizzazione.


Iniziativa realizzata con il contributo della Regione del Veneto, ai sensi della legge regionale 11/2014, art. 9, nell’ambito del programma per le commemorazioni del centenario della Grande Guerra.

La geografia serve a fare la guerra? Representation of human beings
mostra della Fondazione Benetton Studi Ricerche
a cura di Massimo Rossi e con la partnership di Fabrica
inaugurazione sabato 5 novembre ore 18
aperta da domenica 6 novembre 2016 a domenica 19 febbraio 2017
martedì-venerdì 15-20, sabato e domenica 10-20
Treviso, Fondazione Benetton Studi Ricerche,via Cornarotta 7
tel. 0422.5121, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo..">Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.. www.fbsr.it
ingresso intero: 6 euro, ridotto: 5 euro, ridotto scuole: 4 euro

Ufficio stampa:
Fondazione Benetton Studi Ricerche
Silvia Cacco, tel. 0422.5121, cell. 331.6351105, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. 049.663499, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. (Simone Raddi)

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FUTURBALLA

Alba, Fondazione Piera Pietro e Giovanni Ferrero
Dal 29 ottobre 2016 al 27 febbraio 2017

Mostra a cura di Ester Coen


Comunicato Stampa



La Fondazione Ferrero di Alba si prepara a rendere omaggio a Giacomo Balla (Torino 1871 – Roma 1958), figura straordinaria di pittore e fondamentale raccordo tra l’arte italiana e le avanguardie storiche, con una mostra di risonanza internazionale, a cura di Ester Coen.
In linea con la storia ventennale delle proprie esposizioni d’arte, legate allo sviluppo della cultura del territorio, la Fondazione Ferrero si avvale della collaborazione scientifica della GAM di Torino e della Soprintendenza Belle Arti del Piemonte per la realizzazione della mostra e delle attività educative ad essa collegate.
Il progetto dedicato a Giacomo Balla prevede un’esposizione articolata in sezioni tematiche: il realismo sociale e la tecnica divisionista; le compenetrazioni iridescenti e gli studi sulla percezione della luce; l’analisi del movimento e il futurismo.
Nelle opere che seguono il primo apprendistato torinese, lo sguardo penetra la realtà dolorosa e crudele delle classi ai bordi della società. Un ampio numero di opere documenterà questa fase – tra fine ottocento e primi novecento – durante la quale, in parallelo a temi tra sofferenza e alienazione, l’artista svilupperà un’altissima sensibilità tecnica, le cui origini affondano nel divisionismo piemontese. La pennellata ricca di filamenti luminosi, il forte contrasto tra chiari e scuri, la scelta di tagli prospettici audaci ed estremi rappresenterà per i futuri aderenti al Manifesto del Futurismo un modello unico e straordinario da seguire.
La mostra di Alba evidenzierà poi l’adesione alla poetica del Futurismo. Dal realismo dei primi dipinti si assisterà alla trasposizione dei precedenti principi compositivi nella materia dinamica e astratta delle Compenetrazioni iridescenti a larghi tasselli cromatici, alla ricomposizione della nuova realtà in movimento nelle Linee di velocità.
In un progressivo avvicinamento ai segni matematici puri: verticale, diagonale, spirale, il linguaggio di Balla scopre nuove categorie della rappresentazione nei suoi parametri primari, nell’amplificazione del fenomeno fisico, isolato, sezionato e inquadrato in tutta la sua verità di materia vibratile. Una visione capace di attingere alle massime profondità, ma di sfondare anche i limiti della cornice, in un gioco di rilancio verso la vita.
Le opere del percorso appartengono a prestigiose collezioni pubbliche e private, italiane ed estere e sarà possibile ammirare capolavori straordinari, difficilmente concessi in prestito: il Polittico dei viventi, nella sua completezza, dalla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e dall’Accademia di San Luca di Roma, La mano del violinista dalla Estorick Collection di Londra, la Bambina che corre sul balcone dal Museo del Novecento di Milano, il Dinamismo di un cane al guinzaglio dalla Albright-Knox Art Gallery di Buffalo, il Volo di rondini del Museum of Modern Art di New York, la Velocità astratta + rumore in prestito dalla Peggy Guggenheim Collection di Venezia, che sarà accostata alla Velocità astratta. L’auto è passata della Tate Modern di Londra, e ancora un’Automobile in corsa proveniente da The Israel Museum of Gerusalemme. Solo per accennarne alcuni.

Orari
lunedì, mercoledì, giovedì, venerdì ore 15 - 19; sabato, domenica e festivi ore 10 - 19
martedì chiuso 
giorni di chiusura: 24, 25, 31 dicembre 2016, 1° gennaio 2017

Info
Fondazione Ferrero: ufficio stampa 346 3325466 0173 295094 Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. www.fondazioneferrero.it

in collaborazione con: 
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo tel. 049 663499; Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.
www.studioesseci.net

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Joan Mirò- La forza della materia

Un’ampia selezione di opere realizzate tra il 1931 e il 1981 dal grande artista catalano.
Il lavoro di Joan Miró, una delle personalità più illustri della storia dell'arte moderna, è intimamente legato al surrealismo e alle influenze che artisti e poeti di questa corrente esercitarono su di lui negli anni venti e trenta. È attraverso di loro che Miró sperimenta l'esigenza di una fusione tra pittura e poesia, sottomettendo la sua opera a un processo di semplificazione della realtà che rimanda all'arte primitiva, al tempo stesso punto di riferimento per l'impostazione di un nuovo vocabolario di simboli e strumento utile a raggiungere una nuova percezione della cultura materiale.

La retrospettiva intende porre l'attenzione su questo ultimo aspetto, mostrando attraverso un'ampia selezione di opere realizzate tra il 1931 e il 1981, l'importanza che l'artista ha sempre conferito alla materia, non solo come strumento utile ad apprendere nuove tecniche ma anche e soprattutto come entità fine a se stessa.

Attraverso la sperimentazione di materiali eterodossi e procedure innovative, l'artista mira a infrangere le regole così da potersi spingersi fino alle fonti più pure dell'arte.

Joan Miró. La forza della materia ideata dalla Fundació Joan Miró di Barcellona sotto la direzione di Rosa Maria Malet, Direttrice della Fondazione, propone lavori dalla collezione della Fundació Joan Miró di Barcellona e da quella della famiglia dell'artista.

Orari:
lunedì
14.30-19.30

martedì / mercoledì
venerdì / domenica
09.30-19.30

giovedì e sabato
9.30-22.30

LA BIGLIETTERIA CHIUDE UN'ORA PRIMA

Biglietti:
Visitatori individuali
12,00 € Intero
10,00 € Ridotto
8,00 € Ridotto speciale
Gruppi
10,00 € Gruppi adulti
6,00 € Gruppi scuole
3,00 € Scuola infanzia (3-6 anni)

Sede:
Mudec - Museo delle Culture
via Tortona 56, Milano

Info e prenotazioni:
0254917

Per maggiori informazioni: http://www.mudec.it/ita/miro/

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Jean-Michel Basquiat in mostra a Milano dal 28 ottobre 2016 al 26 febbraio 2017

Come ogni artista “maledetto” Jean-Michel Basquiat, scomparso nel 1988 a soli 27 anni, è riuscito nell’arco brevissimo di pochi anni a costruire una leggenda attorno alla sua figura e alla sua arte.

A cura di Jeffrey Deitch e Gianni Mercurio.

Con quasi 100 opere provenienti da collezioni private, la mostra attraversa la breve ma intensa carriera di Basquiat, che si è conclusa con la morte prematura all'età di soli ventisette anni.

In modo diretto e apparentemente infantile Basquiat e’ stato in grado di portare all’attenzione del grande pubblico tematiche essenziali sull’identità umana e sulla questione dolorosa e aperta della razza.

È stato un personaggio fondamentale nella storia contemporanea americana perché capace di intrecciare, unico per quei tempi, l’energia urbana dannata di New York con le sue radici africane segnate dalla schiavitù e dalla diaspora.

Venti anni dopo la sua prima mostra al Whitney Museum of American Art (1992-1993) e dieci anni dopo la retrospettiva al Brooklyn Museum of Art (2005), questa esposizione mostrerà il ruolo centrale di Basquiat nella generazione dei suoi artisti coetanei e la funzione della sua arte come un ponte di collegamento tra le diverse culture.

Orari:
lunedì
14.30-19.30

martedì / mercoledì
venerdì / domenica
09.30-19.30

giovedì e sabato
9.30-22.30

La biglietteria chiude un’ora prima (ultimo ingresso)

Biglietti:
Visitatori individuali
12,00 € Intero
10,00 € Ridotto
8,00 € Ridotto speciale
Gruppi
10,00 € Gruppi adulti
6,00 € Gruppi scuole
3,00 € Scuola infanzia (3-6 anni)

Sede:
Mudec - Museo delle Culture
via Tortona 56, Milano

Per maggiori informazioni: http://www.mudec.it/ita/jean-michel-basquiat/

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Trento, Castello del Buonconsiglio

Dal 12 luglio al 6 novembre 2016

Comunicato Stampa

Cesare Battisti chi era costui? Nonostante gran parte degli italiani abbiano sentito pronunciare almeno una volta il nome di Cesare Battisti, pochi ne conoscono la vita, la storia umana, le battaglie politiche, la passione per la storia, la geografia, la scrittura. La maggior parte delle persone associa Cesare Battisti alla sua tragica fine nella cosiddetta Fossa dei Martiri del Castello del Buonconsiglio, il 12 luglio 1916. Emblematica la frase con la quale lo storico Mario Isnenghi definisce Battisti come “una delle personalità più citate ma meno conosciute del Novecento.” Nell’ambito delle iniziative sulla Prima Guerra Mondiale e in occasione del centenario della sua morte, la mostra intende, attraverso una selezione di preziose opere d’arte dell’epoca e di rare testimonianze storiche, illustrare al grande pubblico una personalità di grande spessore umano e culturale che ha avuto un ruolo importante nella storia recente non solo del Trentino ma anche dell’Italia e merita di essere conosciuto nella sua complessità e modernità. La sua vicenda umana, dipanata tra forti ideali e appassionata azione, diviene chiave di lettura della singolarissima temperie sociale e culturale del Trentino allo spartiacque tra Ottocento e Novecento, laddove convivevano nello stesso territorio fermenti ispirati alla civiltà di segno italico e fermenti stimolati dalle esperienze transalpine, conducendo a un’esperienza collettiva feconda ma travagliata, che di lì a poco sarebbe stata destinata a subire i colpi del netto cambiamento determinato dalla fine della Grande Guerra e dall’annessione al Regno d’Italia. Il 12 luglio 1916 segnò l’epilogo di una vita condotta senza risparmio, fino all’arruolamento nel corpo degli Alpini e alla cattura sul Monte Corno. In quel giorno, imprigionato in una delle celle ricavate nella Loggia del giardino del Castello del Buonconsiglio, per essere poi processato e condannato alla forca dal tribunale militare austriaco, le cui sedute si svolgevano nell’antica Stua de la famea, salì infatti sul capestro eretto nel cortile retrostante l’edificio. Da quel momento la sua tragica fine, assieme a quella di Fabio Filzi e di Damiano Chiesa, attribuì all’antica dimora dei principi vescovi trentini il ruolo di vero e proprio “luogo deputato” della memoria battistiana, forse anche più del suo mausoleo sul Doss Trento. Al contempo non mancò di essere spunto formidabile per la propaganda bellica, per poi proseguire e consolidarsi quale mito collante per l’ideale nazionale di un’Italia uscita scossa e malconcia dalla Grande Guerra. Grazie alla grande disponibilità di istituzioni museali italiane e straniere che ne hanno concesso il prestito, la rassegna prevede l’esposizione di dipinti, sculture, libri, documenti, fotografie, cartografie, cimeli storici, attraverso i quali si snoda l’itinerario nelle sale. L’approccio storico e l’approccio storico-artistico al tema, condotti in parallelo e in stretta interconnessione, hanno consentito di gettare nuova luce su molti aspetti e nessi finora poco esplorati e di scoprire episodi ancora sconosciuti. La prima sezione traccia un quadro della vivace situazione culturale del Trentino nel contesto austro-ungarico prima del 1914, con dipinti di Giovanni Segantini, Eugenio Prati, Bartolomeo Bezzi, Alcide Davide Campestrini, Umberto Moggioli, ma anche Franz von Defregger, Albin Egger-Lienz. I paesaggi di Guglielmo Ciardi e le fotografie di illustrazione di un trentino ancora prevalentemente rurale accanto ai dipinti di argomento sociale di Felice Carena introducono nella seconda sezione il crescente impegno di Battisti, ormai rientrato a Trento dopo la laurea a Firenze, nelle questioni sociali, politiche e culturali della sua terra, dalla militanza socialista all’elezione a deputato a Vienna, che egli conduce assieme all’ esperienza di giovane geografo sul campo con le sue innovative ricerche sui laghi del Trentino. Al periodo immediatamente precedente all’entrata in guerra dell’Italia, durante il quale la gente trentina venne invece coinvolta subito nell’impegno bellico austro-ungarico, è dedicata la terza sezione, che vede Battisti impegnato nella campagna interventista nelle città italiane, la chiamata alle armi, i profughi di Katzenau, e, in parallelo, le opere di Depero, di Balla, di Bonazza, ma anche di Kriegsmaler, come Alfons Walde, Albin Egger-Lienz, Hans Josef Weber-Tyrol, Hans Bertle, quest’ultimo primo testimone della cattura di Battisti sul Monte Corno. Altre testimonianze storiche e figurative - quelle di Beltrame, Pogliaghi, Sartorio, Sottssass, D’Andrea, Guala, Viani, Mantelli, Morando - raccontano gli anni cruciali della guerra, le immane fatiche condotte sulle cime alpine e la macchina militare austro-ungarica, acquartierata nelle sale cinquecentesche del Castello del Buonconsiglio. Alla creazione del mito di Battisti è infine dedicata l’ultima parte, con fondamentali opere che ne costruiscono l’iconografia, come i dipinti di Carrà e di Barbieri, eseguiti nel 1934 per l’importante ma ancora poco noto “Concorso della Regina”, le sculture di Minerbi, di Wildt, i bozzetti per il Monumento alla Vittoria di Bolzano e il Monumento di Cesare Battisti a Trento, affiancati a progetti decorativi per il Castello del Buonconsiglio finora poco se non del tutto sconosciuti, che videro all’opera personalità di grande spicco dell’arte tra le due guerre. Quale ausilio alla visita e alla comprensione anche di carattere emotivo delle sezioni sarà proposta una serie di story-telling con apposite installazioni video che accompagni gli snodi cruciali della narrazione espositiva, basandosi soprattutto sulla documentazione epistolare e su altre fonti disponibili. L’iniziativa, promossa ed organizzata dal museo del Castello del Buonconsiglio. Monumenti e collezioni provinciali, vede il coinvolgimento della Fondazione Museo Storico, del Museo della Guerra di Rovereto, dell’Accademia degli Agiati di Rovereto, della Fondazione Bruno Kessler, della Società di Studi Trentini, del Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Trento, e del Comune di Trento.

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STORIE DELL’IMPRESSIONISMO. I grandi protagonisti da Monet a Renoir, da Van Gogh a Gauguin

Treviso, Museo di Santa Caterina
Dal 29 ottobre 2016 al 17 aprile 2017
Mostra ideata e curata da Marco Goldin

COMUNICATO STAMPA

120 opere, quasi tutti dipinti, ma anche fotografe e incisioni a colori su legno, per raccontare, come prima mai fatto in Italia, le varie storie dell’impressionismo.
Saranno riunite - provenienti da musei e grandi collezioni di mezzo mondo - da Marco Goldin a Treviso, nel Museo di Santa Caterina, dal 29 ottobre di quest’anno al 17 aprile 2017.
La grande (aggettivo, in questo caso, assolutamente legittimo) mostra è promossa da Linea d’ombra e Comune di Treviso, con la fondamentale partecipazione di Segafredo Zanetti e UniCredit in qualità di Main sponsor, Generali come Special sponsor, Gruppo Euromobil come Fidelity sponsor, assieme a Unindustria Treviso e Pinarello come partner.
120 opere che documentano non solo quel mezzo secolo che va dalla metà dell’Ottocento fino ai primissimi anni del Novecento, “ma anche – anticipa Goldin - quanto la pittura in Francia aveva prodotto, con l’avvento di Ingres a inizio Ottocento, nell’ambito di un classicismo che sfocerà, certamente con minore tensione creativa, nelle prove, per lo più accademiche, degli artisti del Salon. Quindi mettendo in evidenza quanto preceda l’impressionismo − e lo prepari
anche come senso di reazione rispetto a una nuova idea della pittura − e quanto da quell’esperienza rivoluzionaria, e dalla sua crisi negli anni ottanta, nasca e si sviluppi poi, fino a diventare pietra fondante del nuovo secolo ai suoi albori.
Soprattutto con il magistero dell’ultimo Cézanne, al quale, non a caso, è dedicato il capitolo finale.“
Ma le sei diverse sezioni della mostra non saranno mondi a se stanti e indipendenti, e invece la pittura accademica sarà inserita quale contrappunto nelle sezioni stesse, così da far comprendere come il linguaggio nuovo dei giovani impressionisti, e prima di loro dei pittori della scuola naturalistica di Barbizon, vivesse nel tempo stesso del Salon. Non dunque un prima e un poi, ma un’esperienza storica che si esprime in parallelo, e simultaneamente, nelle strade di Parigi. Quel Salon al quale del resto, pur rifiutandone lo spirito di rievocazione e di conservazione, gli impressionisti ambivano a partecipare, essendo comunque il solo luogo che poteva garantire visibilità e fama.
Ma in questa sorta di grande tavola sinottica di un’epoca, non sarà solo la pittura di Salon a essere messa in rapporto con l’impressionismo. Entreranno in gioco anche l’appena nata fotografa, soprattutto nell’ambito del paesaggio che rievoca il mare o la foresta di Fontainebleau − luoghi comuni di indagine e ancora una volta puntualmente accanto ad alcuni dipinti − e poi le celeberrime incisioni a colori su legno di Hiroshige e Hokusai. La mostra avrà quindi anche un suo lato di stringente carattere storico, tale da collocare le figure e le opere nel contesto dell’epoca. E con tutta
l’evidenza possibile non sarà solo una sequenza di opere pur bellissime e di capolavori, ma giungerà al termine di tanti anni di analisi proprio da Goldin dedicati alla pittura francese del XIX secolo.
L’esposizione condurrà il visitatore a emozionarsi in un percorso tra capolavori che hanno segnato una delle maggiori rivoluzioni nella storia dell’arte di tutti i tempi. La qualità assoluta dei prestiti, i confronti che essa stimola, le suggestioni che catalizza, fanno di questa mostra un’occasione unica di approfondimento e di scoperta di una bellezza nel profondo.

Ufficio stampa: Studio Esseci di Sergio Campagnolo - 049.663499 - www.studioesseci.net

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JANELLO TORRIANI. Genio del Rinascimento

Cremona, Museo del Violino
Dal 10 settembre 2016 al 29 gennaio 2017
Mostra a cura di: Comune di Cremona, Fundación Juanelo Turriano, Fondazione Arvedi Buschini, Unomedia

Comunicato Stampa

Cremona ha il merito di dedicare al suo concittadino Janello Torriani, Genio del Rinascimento, una grande mostra, dal 10 settembre 2016 al 29 gennaio 2017, presso le sale espositive del Museo del Violino. A promuoverla sono Comune di Cremona, Fundación Juanelo Turriano, Fondazione Arvedi Buschini, Unomedia e a curarla il ricercatore Cristiano Zanetti e Cinzia Galli, Conservatrice del Museo di Storia Naturale del Comune di Cremona.
Janello Torriani. Il suo nome è quasi sconosciuto, anche se in vita era spesso affiancato a quello di Archimede. Egli riuscì ad affascinare i due più potenti Sovrani del suo tempo, Carlo V e suo figlio Filippo II, che lo vollero al loro fianco, considerandolo un genio come per noi oggi è Leonardo da Vinci.
A differenza di Leonardo, Janello Torriani non sapeva dipingere, era uomo rozzo e tutt’altro che nobile, eppure le sue grosse mani da fabbro sapevano creare meraviglie che tutta l’Europa ambiva: meccanismi sofisticatissimi, gestiti da combinazioni meccaniche elaborate che a noi oggi sono garantite dalla tecnologia più avanzata.
Dalla sua mente e dalle sue mani uscivano orologi perfetti, nelle loro decine di funzioni, e bellissimi. Meravigliosi automi che suscitavano l’ammirazione e lo stupore delle Corti. Fu lui a elaborare le applicazioni della sospensione cardanica tutt’ora di uso quotidiano, ma che prese il nome da un altro, il Cardano appunto.
Quando sia nato nessuno lo può dire con certezza, si suppone verso il 1500. La leggenda racconta l’evento che si verificò nel preciso istante in cui Janello veniva alla luce: un fulmine squarciò il cielo per scaricarsi sull’orologio del Torrazzo.
Come a presagire che quel neonato sarebbe stato indissolubilmente collegato al funzionamento degli orologi.
A quel tempo era mitico l'Astrario di Giovanni Dondi, ma il Torriani, su commissione di Carlo V, costruì il più complesso orologio planetario della storia mosso da circa 1800 componenti meccaniche chiamato Microcosmo. Fu infatti lui ad inventare la prima fresatrice per la costruzione delle ruote dentate. L’impresa richiese più di vent'anni per la progettazione e tre per la costruzione.
Non si tirava indietro davanti a nessuna sfida, neppure a ciò che pareva a tutti impossibile, come il sollevare le acque del Tago sino alla sommità dell’Alcazar di Toledo. Costruì infatti per il Re di Spagna la prima macchina ciclopica della storia che elevava acqua per cento metri di altezza (quasi come il Torrazzo di Cremona) portando 18 mila litri di acqua al giorno al castello reale lungo un percorso di 300 metri.
La fama di Torriani lo portò a partecipare alla riforma gregoriana del calendario: nessuno come lui conosceva la perfezione del tempo.

Info Mostra: www.mostratorriani.it

Ufficio stampa
Studio ESSECI, Sergio Campagnolo
tel. 049.663499
(referente: Roberta Barbaro email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.)

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